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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Gli dèi torneranno”

13 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Simone Zuliani, figlio di Lena, una levatrice, detto anche il Bastardo “perché sua madre lasciava entrare in casa degli uomini”, è un cantastorie finito nel Perù, sulle Ande, dove, con un camion “scalcinato”, gira per città e villaggi insieme con Moira “una meticcia di splendide forme e dalla voce d’oro”. Ad un certo punto si accorge che il tempo scorre troppo in fretta, ora ha più di quarant’anni, e sebbene accanto a sé abbia questa ragazza, più giovane di diciotto anni, sempre allegra e festosa, avverte una pena; l’avvenire gli pare come privo di consistenza, fugace, mentre avanza in lui, con sempre maggiore decisione, il desiderio del ritorno, non solo verso la sua terra di origine, Jalmis, nel Friuli, ma verso il passato, a cui percepisce che deve ancorarsi per dare un senso alla sua vita. Comincia ad avvertire il peso del divario di anni che lo separa da Moira, che appartiene per di più ad un altro mondo, e pur “dotato di una parola plastica e luminosa, con la quale si trascinava dietro dove voleva gli spettatori di ogni platea” e nonostante che possedesse “l’arte di raccontare e di farsi ascoltare, aveva incominciato ad amare il silenzio.” La notizia della morte dello zio Gregorio, fratello di sua madre, già scomparsa da tempo, acuirà in lui questo sentimento del ritorno. La morte (la chiamerà anche “comare nera e tabaccona”), è un tema che Sgorlon tocca spesso nei suoi romanzi, ed essa appare come una dea magica, fatale, che prima di lasciarci nel buio della notte eterna, ci spalanca la porta a pensieri ed immagini luminose e intense, che non percepivamo. La delicata sensibilità di Sgorlon riesce a fasciare di poesia, sia pure malinconica, perfino il pensiero della morte. Bisogna arrivare alla mia età per comprendere appieno il significato profondo di una frase apparentemente semplice e ovvia come questa: “Simone aveva imparato che coloro i quali ci precedono di una generazione se ne vanno uno alla volta, silenziosamente, lasciandoci soli, e facendoci capire che dopo toccherà a noi.” E anche: “Aveva bisogno di abitare sempre nella stessa casa, nello stesso posto, circondato dal medesimo paesaggio e dalle stesse montagne.” Il ritorno, dunque, come agnizione, come momento terminale della vita, come preparazione alla morte, come ultima occasione di raccoglimento e di consapevolezza. Come vocazione. Quando tutto solo arriva a Jalmis, il paese non è più quello di prima, è decrepito, gli usci sono “pencolanti”, le case dissestate e vuote; è abitato da vecchi e i giovani lo abbandonano per lavorare altrove, emigrare. Sgorlon tesse ancora una volta il suo ricamo. Lo fa con sapiente lentezza, come l’affabulatore de “Il trono di legno”, e non trascura di scrutare intorno a sé e di indugiare per rifinire, dare profondità e spessore a certi particolari intravisti. Jalmis, disabitato quasi del tutto, comincia a destarsi, respirare avidamente dopo un lungo sonno, animarsi di leggende, di ricordi, di visioni. Il passato ritorna, anzi non se n’è mai andato; era nascosto, bastava così poco a farlo tornare: la semplice memoria affettuosa, la nostalgia, l’amore di una età che ci resta sempre alle spalle e costituisce una forza, una energia vitale, una ricompensa, il premio per aver avuto il coraggio di andare avanti, di vivere. C’è un tempo, la giovinezza, in cui questa forza non si avverte, ma è dietro di noi, e cresce, e si prepara per gli anni avvenire, quando su di noi comincia a spirare il vento della morte; allora il nulla che pare attenderci, d’un tratto si rivela come l’urna nella quale depositiamo la misteriosa storia della nostra vita, insieme con le ombre e le presenze che, percepite ed invisibili, ci hanno tenuto per mano. Che cosa è la Clautana, infatti, “la sedonera”, ossia la venditrice di oggetti di legno che, nomade, trascorre la sua vita sempre in giro per i paesi, vestita di nero, spingendo un carretto o portando sulle spalle una gerla, se non l’inquieta presenza di un’ombra che si annida per sempre nella nostra memoria e ci accompagna? Sgorlon imprime a questo personaggio femminile, che pare uscito da una remota leggenda, il carico della storia e delle credenze della sua valle. Eleonora – questo è il nome della Clautana dagli occhi e i capelli nerissimi – ha il fascino del destino che viene da lontano e che, per il prodigio di una scrittura sapiente e magica, ha preso la forma umana: “Gli sembrò che con l’incontro della Clautana fosse rimasto qualcosa di rinviato senza limiti di tempo.”

Anche la lunga passeggiata nel bosco, l’ansia che lo attanaglia, la paura, sulla strada del ritorno, del sopraggiungere della notte, mentre la neve cade sempre più fitta, la ricerca di un riparo, una luce che improvvisamente compare lontana e che gli restituisce la speranza, sono percorsi legati al mistero di un destino già scritto, ma sconosciuto. È ancora una volta il ritorno che può aprirci la porta sulla cui soglia siamo ancora incerti e smarriti, e attraversata la quale si distendono davanti a noi i mille segnali, gli infiniti fili di una ragnatela gigantesca che ci attrae nella sua tessitura fatta di stupore e di meraviglia.

Quella che gli apre la porta della casa sperduta, a cui ha bussato pieno di paura e stremato nella speranza, è una donna. Sgorlon nei suoi racconti assegna proprio alla donna, più che agli uomini, la reincarnazione degli enigmi e delle arcane presenze che ci avvolgono. Il desiderio verso la donna, sempre presente ed evidenziato nei vari protagonisti dei suoi romanzi, è desiderio carnale, viscerale, di conoscenza, mai appagato né appagabile. È giunto a Cleulis, un paese invecchiato più di Jalmis, e non sa ancora che “la grande bicocca” a cui ha bussato, “persa nella solitudine delle colline, tra casali di contadini”, è la casa dove vive la contessa Margherita de Crignis, giunta nubile ai quarant’anni, pervasa da un’inquietudine che le proviene dal passato, e “proprio in lei, si assommavano le esistenze che nel loro passaggio sulla terra erano vissute a Cleulis”. Fa la maestra proprio a Jalmis, “unica insegnante”. Con un tocco magico, d’un tratto tutto il mondo di Margherita, proiettato nel passato, prende forma in quella casa in cui il senso della fine, della morte, si fa ossessivo. Simone non vi è ancora entrato, ma la penna di Sgorlon traccia il filo del tempo che lo riguarda, ci prepara al suo incontro con una donna che considera l’avvenire “destinato a trasformarsi rapidamente in passato, attraverso la porta esilissima del presente”. Anche lui è sulla via del ritorno, ma la sua ricerca del passato è motivata dal desiderio di ritrovare le vivificanti radici della vita, mentre il passato di Margherita è la prigione in cui la vita si rinchiude e avvizzisce per morire. Ma in quel melanconico passato, ecco, non tutto è perduto. La trisavola Sibilla le appare continuamente nel ricordo, ora che in lei palpita un sentimento di resistenza e di ribellione. Sibilla era stata una donna molto bella e allegra, corteggiata. Non aveva esitato a lasciare il pedante marito per correre la cavallina a Vienna, a Parigi, dove era accolta nelle migliori case a braccia aperte, perché dovunque lei entrasse portava con sé una ventata di gioia e di follia. Lei, glielo avrebbe trovato un marito, non l’avrebbe fatta inaridire, e quel desiderio che da qualche tempo la invadeva di avere un figlio ad ogni costo, finanche da un uomo che non fosse un marito, lo avrebbe incoraggiato. Margherita non è l’Isabella protagonista del romanzo che precede questo: “Regina di Saba”, ma ha tutta l’infatuazione taumaturgica che Sgorlon fa discendere dalla donna. Quando Simone si trova di fronte a lei, la sua memoria fiorisce all’improvviso e “in quel momento nessun mito gli parve più vero di quello di Atlantide. Pensò che ognuno di noi ha la sua grande isola scomparsa dentro di sé, di cui riesce ogni tanto a recuperare qualche frammento.” Nell’incontro tra i due adoratori del passato, presto la vitalità del sogno di Simone si mescola all’inquietudine senza nome che pervade la donna che stava per arrendersi, e ciò che si prepara a nascere è la risposta della vita alla morte: “La figura di Margherita acquistò all’improvviso per lui qualcosa che prima non possedeva, divenne piena di cavità risonanti come certe mitiche grotte.” In questo romanzo ha grande forza il destino. L’incontro tra i due non poteva essere casuale e sterile, giacché proprio il destino vi aveva messo mano da lungo tempo, cosicché quella realtà fatta di presenze intuite e non viste, di percezioni umbratili, di suoni, di fantasmi, di miti, non fluttuano invano e a caso intorno a ciascuno di noi, ma perseguono un disegno scritto forse sin dal principio (“dal principio della storia” scrive Sgorlon). Vi è un ordine nell’universo grazie al quale tutta la potenza e il mistero che lo avvolgono, ad un certo punto convergono su di noi, che, pur così minuti ed insignificanti, ci trasformiamo in piccoli dèi.

Simone sembra essere riuscito ad entrare in quel flusso atavico e perenne a cui il suo ritorno tendeva: ” Sentiva il bisogno di regolare la sua esistenza secondo i cicli della natura, il giorno, la notte, il caldo, il freddo, l’estate, l’inverno, le lune, la raccolta delle messi.” La vita contadina, che intraprende insieme con Margherita, lo aiuta in questo passaggio che non è affatto un ritorno indietro, ma è proprio l’unica trasformazione possibile di un uomo in un dio. L’entrare “in un sistema in cui le cose non mutassero, ma si ripetessero secondo ritmi antichi e rassicuranti” che altro è, infatti, se non la palingenesi di se stessi nel mito dell’eternità e dell’onnipotenza?

Si apre così il libro brulicante e misterioso della nostra storia senza fine di uomini, in cui lo sguardo indagatore di Simone si incontra e scontra con gli dèi che hanno avuto nelle loro mani i destini dell’uomo, personaggi succedutisi nel corso dei secoli che hanno, nel bene o nel male, fatto gridare, piangere o sorridere il popolo, destinato in ogni caso a subire il dominio degli altri, a farsi sofferente e pauroso burattino, sempre. Questa è la realtà perversa che Sgorlon vorrebbe fuggire e cancellare dalla storia, per sostituirla con una realtà fantastica scaturente e vivificata dal popolo stesso attraverso i suoi miti, le sue storie immutabili, le sue leggende. Nelle vicende del popolo, invece, questa realtà governata da un potere troppo in alto per essere percepito e compreso, e per ciò stesso brullo e inaridito, si nidifica come un malattia difficile da guarire. È lo stesso tema che, spostandosi al Sud, Raffaele Nigro riprenderà per il popolo meridionale. Questa volta Sgorlon si butta a capofitto nei “segni per capire in profondità la vita del popolo.” Lo fa in maniera più decisa che nella “Regina di Saba”, per un momento maneggiando il bisturi del chirurgo che entra dentro la parte malata e mette allo scoperto il bubbone infetto, per isolarlo e distruggerlo: “Non era più nella fase di ricerca della miniera perduta, era cominciata la fase della sua esplorazione.” Ci sono gli dèi che presiedono al male, e quelli che sollecitano il bene. Non si possono mettere insieme e non distinguere. Quali dèi devono tornare? Quelli che vivono nel popolo, che sono tutt’uno con esso e sanno trasformare i fatti di tutti i giorni nella leggenda e nel mito che durano per sempre: “non quelli romani, gli dèi degli invasori”, bensì quelli che “custodivano ciò che gli uomini avevano lasciato.” O forse “non se ne erano mai andati”, come gli spiriti dei morti che sono rimasti a vegliare “con estrema discrezione” sulle loro case.

Non è facile isolare e respingere “la volgarità dei tempi.” In questo romanzo il presente è negletto come non mai. Solo il passato può rigenerarlo. Ma, anche qui, quale passato? Quello che si perpetua nel popolo. È attraverso il popolo, dunque, attraverso la sua memoria ritrovata e riemersa che “Gli dèi torneranno”. Ma il libro oscillerà intorno a questa speranza, e quel grido che si leva continuamente nel fluire delle pagine ha in sé anche tanta profetica disperazione. Simone si considera una specie di Giovanni Battista che precede il Messia, “un annunziatore, dietro il quale veniva un altro”, cui è riservato il compito di una tale difficile quanto necessaria intrapresa. Avverte che la sua sensibilità si è acuita e riesce a percepire ciò che agli altri è impedito. Quando il vecchio e colto falegname Geremia (“di scuola ne ho fatta poca, e dopo le elementari sono sùbito andato sotto padrone a imparare il falegname.”), con quei suoi “occhi grandi e tondi, dotati di una sbalorditiva fissità”, seduto sulla sedia di legno, racconta, non è difficile rivedere in lui e in Simone rispettivamente l’anziano Pietro e il più giovane Giuliano de “Il trono di legno”. Ma Geremia è anche un po’ il Silvano della “Regina di Saba”, che sa trovare nella lettura le tracce di una realtà indefinibile e magica: “Quando si immergeva in un libro dimenticava tutto ciò che lo circondava. La realtà presente spariva e al suo posto se ne collocava un’altra”. In lui Pietro e Silvano si sommano in un personaggio che si carica sulle spalle le storie dell’uno e dell’altro. Come pure Simone, Silvano e Giuliano sono fatti dello stesso sangue, animati dallo stesso insaziato e inesauribile spirito di ricerca. Sgorlon continua a scavare, dunque, affascinato egli stesso da questo compito che sente suo, non solo dei protagonisti dei suoi romanzi, anzi totalmente suo, quasi fosse anche lui uno di quegli dèi attesi. Instancabile e cocciuto, vuol issare di fronte alla realtà degradata di oggi la nobiltà del passato, contaminarla e, in un afflato di forte misticismo, purificarla tramite il mito e la leggenda che la pervadono. La realtà, ovvero, trattata alla stregua di una nobile famiglia decaduta, di cui si ricorda il luminoso e leggendario blasone. Per fare ciò, Sgorlon eleva a regno del mito la sua regione, il Friuli, e i suoi piccoli antichi paesi. Più sono piccoli e sperduti (“stava accadendo proprio qui, a Jalmis, nel paese emarginato”), più sono intrisi del passato e custodi di miti da proporre e da indagare. Quei paesi quasi dimenticati e quegli uomini semplici sono “annunciatori di una cultura che avrebbe indicato l’unica possibile salvezza, quella delle piccole comunità locali”. Essi hanno visto giungere dalle Alpi le popolazioni germaniche, i Quadi, i Marcomanni, i Britanni “che si dipingevano il corpo di azzurro, per rendersi più spaventosi agli occhi dei nemici”, e soprattutto i Celti, che avevano lasciato l’impronta di sé “nel linguaggio, nell’indole scontrosa, silenziosa e malinconica della gente, nella sua rozzezza, nella tendenza all’intimità familiare e alla costruzione.” Tutti questi segni sono andati dispersi per colpa dei Romani, a cui, attraverso Geremia, Sgorlon non perdona “la turpe mania di distruggere le civiltà locali” e paragona “ai fascisti, e soprattutto ai nazisti incendiari, che avevano bruciato tanti paesi e il suo stesso casale.”, e per colpa soprattutto di Venezia (“la cortigiana della laguna”) che nel 1420 (“l’anno dell’apocalisse”) distrusse il Patriarcato, “la Piccola Patria”, che aveva retto il Friuli fin allora, incamerandolo nel proprio Stato. Sgorlon sceglie Geremia, uno del popolo, per rivendicare la nobiltà della sua terra friulana, e, significativamente, gli mette in bocca parole più grandi di lui, come se fosse un antico vate, un antico cantore, “un antico anacoreta”: narrava tenendo “il busto eretto e non girava quasi mai il viso e le spalle”. La sua immobilità “Gli ricordava quella dei peones dell’Altopiano, quando si sedevano al sole, benché Geremia, con la sua faccia solcata e il naso aquilino, somigliasse piuttosto a un vecchio pellerossa.” Mai come in questo romanzo i fantasmi del passato hanno avuto una eco tanto intensa e dolorosa. Si avverte la rabbia impotente, l’ira furibonda e vendicativa di chi è consapevole della difficoltà di un ritorno (“la senilità che veniva avanti”) verso l’antico splendore, che solo la memoria di qualche eletto (“superstite”, “sopravvissuto”) sa ricordare e rievocare. Si pensi alla visita che Geremia (sempre più Sgorlon a mano a mano che si va avanti, come del resto lo stesso Simone) fa al “paese abbandonato”, vero simbolo della follia del presente (“un’altra apocalisse, come quando il glorioso Patriarcato era caduto” e “Cosa stava accadendo nel mondo?”), in cui troviamo alcune delle pagine più belle del libro. Vale la pena di riportare questa stupenda immagine: “la pazzia aveva cominciato a percorrere il mondo col suo passo di zoppa, rimboccandosi le sottane e saltellando come una vecchia ubriaca.” Riferendosi ad un quadro di Vittore Carpaccio, “Le due cortigiane”, l’autore poco prima era arrivato a scrivere: “Le due meretrici erano Firenze e Venezia, che avevano corrotto il medioevo friulano.”

Dopo “Il trono di legno”, in cui viene tracciato il percorso prodigioso della fantasia e della parola, e “Regina di Saba”, in cui l’impazzimento della realtà è rappresentato dai riferimenti al fascismo e al nazismo, alle leggi razziali e alla guerra (quest’ultima ritorna con tutta la sua insania: “un mostro dalle cento braccia e dai cento occhi, e nessuno poteva spuntarla con lei.”), qui Sgorlon se la prende con le assurde trasformazioni portate dalla nuova civiltà, che costringono gli uomini ad emigrare (“sfinge enigmatica dell’emigrazione”), che è come voler dire “cancellare il tempo stesso della sua vita.”, “l’emigrazione era ladra. Rubava gli affetti e la vita stessa, un giorno alla volta”.

Ma Giuliano, Silvano, Simone (ossia i protagonisti dei tre romanzi “Il trono di legno”, “Regina di Saba” e “Gli dèi torneranno”) sono il medesimo viaggiatore nel tempo e nello spazio, e sarebbe meglio dire il medesimo viaggiatore che va alla ricerca di ciò che sta fuori del tempo e dello spazio (“la vita era un sogno strano, fatto appena alla periferia del reale.”), sospinto da una voce interiore che non lo lascia mai: “Certe volte mi pare che vi sia ancora qualcosa che mi chiama”. È una voce antica che ogni uomo dovrebbe riconoscere, poiché è la nostra sin dal principio. Non è un caso che proprio in questo romanzo si ergono altri protagonisti a tutto tondo, come, ad esempio, Geremia, Margherita, la stupenda Clautana (“pareva venire da età tramontate da un pezzo”), lo straordinario Enore, “uno che era tornato dalla morte”, respinto dalla morte “per un misterioso disguido”, e che la guerra ha inselvatichito (le pagine, tra le più belle, dedicate alla sua campagna di Russia anticipano l’atmosfera magica de “La conchiglia di Anataj” del 1983), l’inquieto Glauco, i quali sono mossi dagli stessi sogni, dagli stessi impulsi, dagli stessi enigmi di Simone. E una ragione c’è, ed è quella che tutti provengono, come Simone, dalla “grande cisterna della cultura popolare, in cui rifluiva tutto il passato, e tutte le storie si mescolavano insieme, diventando quasi una sola, immensa, senza principio e senza fine.” Di questi, come di tanti altri personaggi rimasti sullo sfondo, perché dispersi, emigrati, morti, il cui spirito interrotto egli andava ricercando nelle loro lettere conservate dai parenti, Simone, come il Giuliano de “Il trono di legno”, si sente presto il cantore predestinato, colui, ovvero, che avrebbe risolto l’attesa di costoro, che avevano, per “la ressa dei sentimenti”, quella “difficoltà arcana per il friulano a raccontare la propria storia”. Sgorlon, con “Gli dèi torneranno”, entra nella storia e nell’anima friulane come non aveva fatto ancora nei precedenti romanzi, con una progressione lenta ma vigorosa, amorevole quanto mai e tuttavia decisa, che mette allo scoperto – ancora una volta col prodigio della parola che già incontrammo ne “Il trono di legno” – un grande tesoro nascosto, ed un orgoglio ed una nobiltà mai perduti.


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Bart