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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “L’ultima valle”

7 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Come poteva il friulano Sgorlon restare indifferente alla tragedia immane del Vajont, la diga che la notte del 9 ottobre 1963, a causa della caduta di una colossale frana dal soprastante pendio del Monte Toc nelle acque dell’omonimo bacino lacustre alpino, provocò l’inondazione e la distruzione degli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone, e la morte di migliaia di persone?
Scrisse questo libro nel 1986 e Mondadori lo pubblicò l’anno dopo, nel 1987.

Come usa sempre, l’autore maschera nomi di città e di personaggi per rendere soprattutto l’evidenza delle violazioni che gli uomini fanno sulla natura in pro di quello che loro chiamano progresso e che spesso si rivela come un grossolano errore, commesso a causa della fretta e dell’ambizione.

Anche questo libro ebbe una mia prima lettura tanti anni fa.
La narrazione è in prima persona. Il protagonista Giovanni, maestro e proprietario per un certo tempo di un bosco, il Brandis, vive in un paesino tra le montagne, Cassiano, transitato e abitato da intagliatori di legno, pastori, arrotini “che andavano a cercar lavoro fuori, in giro per il mondo, con la mola saldata alla bicicletta”, tagliapietre, boscaioli “che passavano dalla sua osteria con le ossa rotte e la faccia segnata dalla fatica.”.

L’osteria è quella di Caterina, “una donna alta, di forme dolci e piene”, aiutata da Lucina, tenuta dalla padrona come “figlia d’anima” la quale: “Aveva un aspetto fresco, occhi vivi e lucenti, che però evitavano di guardare direttamente una persona, specialmente se si trattava di un uomo.”.

L’osteria è frequentata poiché, non solo i visitatori venivano “per riposarsi della lunga e misteriosa fatica di vivere. Si sentivano inclini, lì dentro, a coltivare pensieri di saggezza e di serenità, e sembrava che ognuno, entrando, lasciasse fuori lo zaino pesante delle sue preoccupazioni di ogni giorno.”.

Ecco disegnata da Sgorlon un’oasi di pace quale esempio di ciò che l’umanità potrebbe conservare o anche edificare, pur in mezzo ai travagli quotidiani.

Il protagonista vi è condotto da Siro, uno strambo pittore che vive in un’altra vallata. Per rivelargli una importante sospetto, preferisce l’osteria alla casa del protagonista, perché questi ha una moglie, Rita, affetta da una malattia progressiva e “aveva una strana soggezione nei confronti di mia moglie, o forse del fatto che lei ormai si muoveva soltanto con due bastoni, trascinando le gambe che parevano diventate due radici morte ed essiccate.” Rita, che ha coscienza di non poter essere più una moglie normale, ha parole di comprensione per il marito a tal punto che viene in mente il nobile inglese de “L’amante di Lady Chatterley”, il romanzo, uscito nel 1928, di David Herbert Lawrence, il quale, invalido, spingerà la moglie nelle braccia dell’amante, anche se nel libro di Sgorlon ciò avverrà in modo diverso e la sua coscienza, in un capitolo molto bello intitolato “La ricerca”, alternerà smarrimenti e profondità di pensiero che faranno ricordare in qualche modo la famosa notte dell’Innominato immortalata ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

Di quale sospetto si tratta? Ha visto degli strani uomini, non certo del luogo, tra cui un ingegnere, perlustrare la vallata, e teme qualche diavoleria moderna.

La valle era stata abitata anticamente dai druidi e alcune sue rocce dure, collocate in certi punti, erano servite a scrutare il cielo, e soprattutto il sole che regolava le loro giornate e le stagioni. Una valle intoccabile, dunque, poiché conservava memorie antiche e le sue pietre non erano facili da rimuovere. Che si temeva, dunque?

Giovanni non se ne preoccupa e l’autore ne dà testimonianza raccontandoci che il bosco di Brandis è alimentato da un torrente “che aveva una sua selvaggia bellezza. Correva verso la valle del Prasio con una foga irresistibile, saltando tra i massi, scavandoli e modellandoli col suo impeto scrosciante. Sull’orlo delle pozze azzurrine, quando pioveva e nello stesso tempo c’era il sole, si fermavano le streghe a pettinarsi. Ma le acque erano soprattutto il regno delle agàne. Nel laghetto di Brandis si vedevano i loro capelli di colore verdescuro come gli abeti. Mollemente agitati dalle acque lungo le rive. Esse uscivano dalle grotte e gli anfratti delle rocce, nelle notti di luna, vestite di bianco. Ballavano, ridevano, scherzavano come bambine, e poi si mettevano a lavare e a risciacquare grandi lenzuoli, che facevano asciugare sulle pietre.”.

Chi avrebbe avuto il coraggio di violare un luogo così pieno di malìa?

Soltanto durante la Grande guerra il tortuoso e ripido sentiero era stato percorso dagli alpini che nella gola di Fares erano poi rimasti imbottigliati sotto i bombardamenti degli austriaci che ne avevano fatto strage. Poi la strada era stata dimenticata. Ed invece, con sorpresa di tutti, cominciano davvero i lavori di allargamento della vecchia strada militare. Baracche per gli operai e ruspe vengono collocate lungo di essa e il lavoro diventa frenetico. Le mine frantumano le rocce più resistenti.

Come in tanti romanzi (si veda la figura di Anataj ne “La conchiglia di Anataj”), Sgorlon dà sempre spessore ad un vecchio che ha profonde radici nella storia dei luoghi. Qui è Isaia, “il patriarca della valle”, il vecchio dall’età indefinibile che ricorda a Giovanni come stavano le cose nella vallata, da sempre: “Pareva che Isaia ci mettesse ogni impegno a ricordare proprio perché gli uomini invece, in genere, dimenticavano. Sapeva che la memoria di un fatto pian piano si restringeva, sbiadiva come un vecchio scritto o un’antica fotografia, e conosceva bene che attraverso gli anni e i decenni avveniva un continuo e silenzioso naufragio della memoria.”.

Per Sgorlon, la memoria è il prezioso scrigno che l’uomo sotterra in qualche luogo di cui più non ricorda, così che ogni collegamento con il passato rischia una irrecuperabile interruzione. Se non si ricorda il passato, il futuro si muove impregnato di uno smarrimento ed anche di una follia i cui riflessi agiscono direttamente sull’uomo, menomandone la storia.

Si apprende che una società, rappresentata da un certo Elia Marcus, vuole comprare tutti i campi confinanti con la strada e, ancora di più, può utilizzare “con l’approvazione del magistrato delle acque di Venezia, per un prezzo sostanzioso, il laghetto e il letto dei torrenti”. Dopo l’acquisto dei terreni, i lavori cominceranno, dunque. A condurli è l’Ingegnere (sempre scritto con la lettera maiuscola), che si chiama Valbruno Meroj, nativo di quelle parti, il quale capita spesso, insieme con altri, a visitare il laghetto e il corso dei due torrenti Chiarsò e Dajant per misurane la velocità delle acque e la loro potenza. È assistito da Augusto, un geometra “uomo di parola stretta e misurata, che vestiva sempre abiti scuri e aveva una scarpa ortopedica”. Questo personaggio, che ha la moglie in manicomio ed è innamorato follemente di Caterina, sarà un figura drammatica, pressoché anticipatrice della tragedia che si sta preparando sulla valle. Un’altra figura malinconica è, come si è scritto, Rita, la moglie del protagonista.

S’intuisce che tutto il traffico della strada, del suo sbancamento e ampiamento con ampi mezzi, prelude a qualcosa di assai più grandioso che gli uomini della vallata stentano a comprendere subito.

Ancora i valligiani non lo sanno, ma i lavori sono il preludio alla costruzione della diga e della centrale elettrica. Quando lo sapranno, il loro pensiero andrà soprattutto alla ricchezza che abbonderà nella valle e solo pochi si opporranno e nutriranno diffidenza. Contrario è Siro, invece, che deciderà di costruirsi una baita (casera) in alta montagna per vivere lontano dalle novità che stanno avanzando nella vallata. Qualcuno più ottimista farà notare che, a differenza di quanto di solito era accaduto in altre grandi opere eseguite altrove, la perforazione della montagna non ha prodotto se non piccoli incidenti, il più grave dei quali ha riguardato il vecchio Doro, finito sotto una frana e uscitone con il viso sfigurato. Che temere, dunque?

Sgorlon con una minuziosità che non vuole lasciare spazio a vie di fuga dalle responsabilità, ne traccia il percorso e i tempi. Da questi, infatti, è derivata una delle tragedie più dolorose del nostro Paese e il libro si va disegnando come un J’accuse dai toni fermi e robusti (“la diga era entrata in un territorio di squilibrio e di dismisura che ormai minacciava il villaggio.”), che coinvolge le maestranze e anche gli stessi abitanti della vallata (Giovanni sarà invitato dall’Ingegnere a lavorare al cantiere qualche ora del pomeriggio e lui accetterà, e gli altri operai non faranno pressoché niente per impedire gli eccessi del lavoro), un J’accuse lontano da sofisticate giustificazioni e addirittura assoluzioni. Dubbi sulla solidità dell’impresa, soprattutto per i problemi riscontrati negli scavi in galleria, e per la preoccupante altezza della diga, che supera quella del paese di Cassiano, sarebbero dovuti sorgere tra gli operai. Quando l’Ingegnere dice a Giovanni: “La montagna è stata domata”, in quest’ultimo “persisteva una sorta di dubbio e di resistenza interiore”. E più avanti, ancora Giovanni: “Sentii che nei lavori v’era qualcosa di oscuro, che creava un’ombra all’interno della valle.”. Ma nulla di concreto si farà. Si edificherà, anzi, una nuova Cassiano: “Le costruzioni erano anonime, senz’anima, e il nuovo Cassiano non aveva nessun rapporto col vecchio.”. Quest’ultimo sarà sommerso a poco a poco dalle acque della diga, compresa “la campana più piccola del campanile.”. A questo punto i lavori, durati oltre sei anni, potranno dichiararsi conclusi. La nuova Cassiano viene costruita un po’ più in alto, quindi in luogo ritenuto più sicuro, e non si prenderà sul serio una scossa di terremoto avvertita una notte, e che risulterà non aver prodotto il minimo danno ai lavori: “Niente. Non il più piccolo segno d’incrinatura. Neppure nei punti in cui la diga s’internava nella roccia e faceva tuttuno con essa, come se il terremoto non ci fosse stato.”.

È il parlar chiaro di un narratore scomodo che non teme di scrivere la verità, e proprio per questo ha dovuto pagare nella sua vita letteraria più di uno scotto, come confesserà in uno dei suo libri, “La penna d’oro”.

La frana arriverà, infatti, una notte, con un gran rombo. Non sarà provocata dalla diga ma dal crollo di una parete della montagna, la Crete Forade, che provocherà l’uscita di una gran massa d’acqua dalla diga, la quale invaderà i paesi, li distruggerà e li cospargerà di morti.

L’autore scriverà che tutti gli spiriti della valle avevano deciso, quella notte, di allearsi e di scatenarsi in una vendetta da rammentarsi a memoria d’uomo, e non adopererà parole di misericordia: “Ogni cosa, la diga, la galleria nel cuore della montagna, le condotte forzate, la centrale, la linea dei tralicci con i cavi per l’alta tensione, tutto era stato costruito soltanto al fine di produrre tremila morti”.

Si è citata Rita, la moglie di Giovanni, e si è scritto della sua infermità e del suo desiderio che il marito trovasse un’altra donna che gli desse ciò che lei non poteva più dargli: la sua femminilità e un figlio (tutto ciò accadrà con Caterina). Questo personaggio, così discreto, è però un elemento importante per consentire all’autore di inserire nel romanzo le sue riflessioni su Dio. Giovanni ha fede, Rita l’ha invece perduta: “Disse che sentiva pietà per se stessa, non tanto per la sua malattia, ma per tutte le preghiere recitate invano, da quando era nata. Mi parlò dell’immenso coro delle preghiere che erano state pronunciate da quando l’uomo esisteva, e si era immaginato un dio che stava ad ascoltarle. Tutte insieme formavano uno sconfinato vento di voci, un ronzio sterminato che passava lasciando un’eco dietro di sé, una favola grandiosa che l’uomo si era inventato per riuscire a sopportare la sua solitudine su un piccolo pianeta, in un angolo di una delle infinite galassie. Uno spreco enorme di speranze vanificate.” Un brano degno di rammentarci Dostoevskij e “I fratelli Karamazov”.


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Bart