Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “L’uomo di Praga”

5 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Quando Sgorlon in questo romanzo descrive i “mercanti di uomini” che capitano a Naularo, un paesino di frontiera friulano, per reclutare lavoranti da inviare in qualche parte dell’Impero asburgico, ho pensato ai protagonisti di quello splendido romanzo che è “La conchiglia di Anataj”, i quali devono essere stati reclutati allo stesso modo da questi signori che “Portavano cappelli di feltro con sopra il pennello, giacche verde scuro con le mostrine bene in vista, la martingala, il panciotto, l’orologio d’argento con una lunga catena. Calzavano stivaletti neri o pesanti scarpe da viaggio, solidissime e con il tacco massiccio.”
Probabilmente anche Valeriano, Silvestro, Marco, Bastiano, Arrigo e altri friulani, che animano “La conchiglia di Anataj”, erano stati ingaggiati per i lavori alla ferrovia siberiana da mercanti simili che in una qualche locanda “convocavano gli uomini senza lavoro. Offrivano da bere a tutti i presenti e subito esponevano le condizioni d’ingaggio, i luoghi, il salario, la durata del lavoro. Non badavano mai al centesimo. Gettavano i loro talleri d’argento sul banco di marmo perché tutti ne sentissero il tintinnio. Fumavano sigari lunghi e affusolati, o pipe bavaresi dal lungo cannello. Quando parlavano nelle piazze, in giornate serene e asciutte, usavano dei grandi imbuti di ferro per moltiplicare la voce e farsi sentire da lontano.” La lunga citazione merita il suo spazio, qui, per la sua bellezza e perché rievoca usanze che forse da qualche parte dell’Italia resistono, laddove manca il lavoro e abbonda la miseria. Gli anni in cui si svolge la storia sono quelli che precedono e si inseriscono nella Grande Guerra, quando il Friuli non era certo prospero come ai nostri giorni, sebbene la sua gente sia rimasta la stessa, operosa e mai stanca o senza speranza nell’avvenire.

Ecco che un inverno, la sera di Santa Lucia, nel paesino di Naularo capita un forestiero, sui quarant’anni. Subito il paese è in subbuglio. La curiosità divora i suoi abitanti, finché si viene a conoscere che l’uomo proviene da Praga e si chiama Alvar Kunslica. Ma ciò non basta. Se ne vuol sapere di più e gli occhi sono tutti puntati su di lui, soprattutto quelli del più ricco possidente del paese, Valerio Calligaris, padrone di terre e di fabbriche, nonché della locanda “Alla Posta”, dove il forestiero ha preso alloggio. Non è troppo ben vestito per non destare nel padrone i sospetti che forse è uno di quelli che non ha i soldi per saldare il conto. La cameriera della locanda non fa altro che spiare nella sua stanza. Trova un recipiente colmo di monetine da venti centesimi. Che sia un falsario? O un contrabbandiere? No, è un cinematografaro; lo ha scoperto Valerio andando in città, dove il forestiero ha aperto ben due sale cinematografiche e sta trattando l’apertura di altri locali. Ecco perché è pieno di monetine da venti centesimi: sono il prezzo del biglietto! In realtà, egli è un ingegnere “specializzato in ottica” e la sua intenzione è di impiantare proprio a Naularo una fabbrica di proiettori automatici, una vera novità tecnologica. Sono i primi anni in cui il cinema si affaccia nel mondo, creando intorno a sé un alone di magia e di seduzione. Giuseppe Tornatore ci ha già mostrato, nel suo “Nuovo cinema Paradiso”, lo stupore e l’attrazione che la settima arte, come sarà chiamata, seminava dappertutto al suo apparire, lasciando le anime più sensibili immerse in un sogno fantastico. Per di più, qui abbiamo la fascinosa coincidenza che l’uomo di Praga viene da lontano, come il cinema che lo accompagna. Resterà sempre, quella del cinema, la sua attività “più gradita” e incantata, una specie di àncora di salvezza nei momenti più difficili della sua vita. Come altri personaggi incontrati nei romanzi di Sgorlon, Alvar ha una esistenza randagia, scossa e animata da continue ricerche, ed infine dal desiderio di trovare un luogo dove fermarsi. Viene in mente Simone de “Gli dèi torneranno”, pure lui alla ricerca di un approdo che gli procuri la pace; anche Alvar “era stanco di mutamenti, di fughe, di avventure non cercate, e qui desiderava restare, finalmente”. Così Naularo è un altro luogo della serenità e della speranza: “Naularo, che era un paese da nulla, era davvero una patria.”, come Cleulis per Simone, come Malvernis per Emilio ne “La carrozza di rame”, o Cretis per Giuliano ne “Il trono di legno”. Solo a noi l’autore confiderà un po’ i trascorsi tristi e sfortunati del suo personaggio. Quando da piccolo, morto il padre Attilio, la madre Matilde era stata costretta dalla povertà a rinchiuderlo in un collegio per orfani “Il momento migliore della giornata era quello in cui andava a dormire. Lì, nel letto, al buio, poteva dar sfogo al pianto e di esso non doveva dare spiegazione a nessuno. Ridiventava libero e padrone di se stesso.” E ancora: “Alvar rifletteva che quello di vivere in casa, con i genitori, era il desiderio più semplice e scontato di un bambino, ma a lui non era stato concesso.”

La scrittura ha il tono della favola, intriso di stupore e di piacere, non nuovo in Sgorlon, ma qui assai più accentuato, e presente sin dal principio con l’arrivo incantato del forestiero. Alvar è un personaggio solcato dai fiumi meravigliosi della provvidenza, della fortuna, dell’altruismo, della serenità, ma anche del mistero. Tutto viene da lontano in lui. Le sue sorgenti sembrano risalire alla città di Praga da dove proviene, ma in realtà sono scritte nei segreti della creazione, in cui l’impossibile e l’invisibile si nascondono e convivono.

In paese capita un altro uomo sconosciuto, viene dal Sud, ha un carattere allegro, ma è assediato dalla miseria. Si chiama Edoardo, ha messo gli occhi sulla maestrina del paese, Rossana, anche se non ha mai un soldo in tasca. Alvar lo prende nella sua fabbrica, anzi spesso gli commissiona incarichi delicati e viene a sapere tutto di lui, e che ha tre sorelle fidanzate che non possono sposarsi per mancanza di dote. Edoardo, per vincere la sua miseria, gioca tutte le settimane al lotto nella speranza di cambiare finalmente il suo destino, ma son soldi buttati, finché non è Alvar ad incaricarsi di giocare per conto dell’amico. Vince così una somma enorme per quei tempi, che divide a metà con Edoardo. Le sorelle si sposano e Edoardo pensa che Alvar sia uno di quegli uomini, come Buffalo Bill, Houdini, Petrosino, Jack London, che sono nati per diventare un mito, “eroi veri e senza uguali.”

Già la storia degli stregoni conosciuti con il nome di “beneandanti”, che “portavano capelli lunghissimi e indossavano palandrane dai colori vivaci che scendevano fino ai piedi” e “Uscivano per le campagne di notte, con la luna piena, ululando come i lupi mannari”, ci avverte che siamo entrati in quella realtà fantastica, mai impossibile, in cui Sgorlon ci ha abituati ad immergerci, insieme con lui.

Come mai, si domanda Edoardo, senza farlo capire ad Alvar, nessun giornale ha mai dato la notizia di quella vincita così imponente, nonostante i numeri estratti fossero proprio quelli giocati dall’amico? Non può fare a meno Sgorlon di segnare i suoi percorsi narrativi coi sassolini colorati e multiformi della sua coinvolgente “magheria”. Come mai, scrive ad un certo punto, lo stemma della contessa Costanza Martinburgo, che vive a Naularo, ad Alvar era sempre piaciuto “fin da bambino.”?

Sembra proprio che Alvar sia un angelo piovuto dal cielo, un po’ come il Clarence de “La vita è meravigliosa”, il celebre capolavoro di Frank Capra, e tutto gli sia possibile. Del resto, accanto alla sua fabbrica ha adibito un capannone a sala cinematografica, e anche lui spesso la frequenta, ma ci va indossando degli occhiali scuri per non essere riconosciuto, giacché il suo piacere consisteva non tanto nel vedere il film in proiezione, bensì “nell’osservare l’allegria della gente e soprattutto dei bambini.” Sceglie il cinema, questa volta, il nostro autore, per suggerire l’arcano che vive intorno alla realtà manifesta: chi vedeva certe immagini “provava l’impressione di essere spinto fuori del tempo e dello spazio, in luoghi felici che mai avrebbe potuto raggiungere.” Sembra suggerirci, Sgorlon, che ciò che prima era frutto di una virtù sensibile appartenente a pochi privilegiati (Giuliano, Pietro, Simone, Emilio, Geremia, eccetera), la virtù, ossia, di percepire l’incorporeo e il fantastico, ora il cinema la mette a disposizione e alla portata di tutti, consentendoci, così, per qualche momento di essere contaminati dal mistero.

C’è una carrozza anche qui, come ne “La carrozza di rame”; anch’essa racchiude ricordi e visioni. Ha sugli sportelli quello stemma che ad Alvar era piaciuto “sin da bambino”: “una torre che sorgeva dall’acqua e svettava in un cielo intensamente blu.” Questa carrozza, un po’ sciupata dagli anni di inattività, appartiene alla contessa Costanza Martinburgo, una donna sui novant’anni, ancora alta, dritta e superba, “dal carattere robusto e indomabile”, che la custodisce nella rimessa della villa. La sua vita è stata travagliata, ha perduto un figlio, ed un altro non sa dove si trovi, e un nipote, Alvar Martinburgo, (sì, lo stesso nome di battesimo del nostro personaggio), anarchico, finì tanti anni prima, quando frequentava a Padova il terzo anno di ingegneria, sotto le macerie di un terremoto che aveva distrutto il carcere in cui era rinchiuso. Sgorlon ci lascia intendere che forse c’è qualcosa che lega la Contessa all’uomo di Praga: una provvidenziale parentela, forse?, ma ciò, anziché smorzare il nostro interesse, grazie alla magica virtù della sua parola, lo accresce. Ci lambicchiamo il cervello, infatti, inseguiti da tante ipotesi; avvertiamo di non essere lontani dalla verità, anzi, essa è piuttosto semplice e sotto i nostri occhi, ma Sgorlon ha già orientato abilmente la nostra attenzione, sospingendoci verso il momento in cui riusciremo a carpire nei gesti dei personaggi quel segno che disveli il mistero. Il passato, il fantastico, il mistero, appunto, ancora una volta alimentano e dànno il senso più vero e fascinoso alla realtà. Alvar se li porta dietro, intrecciati insieme, e si percepiscono solo se si ha la sensibilità giusta, come quella, per esempio, della Contessa, che lo costringe, nel momento in cui le chiede di poter comprare la carrozza, a volgere lo sguardo altrove, giacché “La contessa Costanza era dotata di troppa intuizione per non finire di scoprire chi lui fosse veramente…”

Quando, acquistata la carrozza, la rimette a nuovo e vi attacca “quattro cavalli lucidi, dal pelo rossastro”, “il cui mantello luccicava anche al lume di candela”, in paese tutti si domandano perché “aveva conservato lo stemma dei Martinburgo.” Non solo, ma si domandano anche da dove provengano tutti quei soldi che Alvar spende senza alcun risparmio: “Molti di più di quanto potevano rendere le sue sale cinematografiche.”

È il momento in cui Sgorlon davvero cerca di irretirci: “La carrozza di Alvar, con i fanali a candela e lo stemma dei Martinburgo sulle portiere, usciva spesso dalla rimessa e percorreva le strade silenziose della notte.” Senza che ce ne accorgiamo, l’autore soffia su di noi il vento delle leggende che animano le acque, i boschi, i monti, gli antri, i crepacci della sua terra. Noi vediamo questa carrozza che ha a cassetta Alvar e il suo amico inseparabile, Edoardo, “il suo apprendista stregone”, come lo definirà l’invidioso e circospetto Valerio, che corre nella notte col suo tiro a quattro, penetrando nelle oscurità del mistero. La vediamo correre e a poco a poco sparire, come avesse oltrepassato una barriera invisibile. Si è creata un’atmosfera che ci richiama alla mente “Il Maestro e Margherita”, il capolavoro di Michail Bulgakov, e Alvar Kunslica reca con sé qualcosa che appartiene anche a Voland.

La memorabile partita a poker, che vede alla fine ridotti a due i giocatori, Alvar e il conte austriaco Wilfred von Tures, gli porterà in dono lo sterminato “Bosco delle Agane”, che metterà a disposizione del paese, come avveniva ai tempi del Comune medioevale, affinché si possa raccogliere gratuitamente legna e fare il carbone. Le “agàne” sono ninfe, spiriti dei boschi che vivono nelle acque. Sgorlon ce ne parla qualche volta nei suoi romanzi, e una bella descrizione di esse si trova nelle prime pagine de “L’ultima valle”. Ne riporto un tratto per ricordarle al lettore: “Ma le acque erano soprattutto il regno delle agàne. Nel laghetto di Brandis si vedevano i loro capelli di colore verdescuro come gli abeti, mollemente agitati dalle acque lungo le rive. Esse uscivano dalle grotte e gli anfratti delle rocce, nelle notti di luna, vestite di bianco. Ballavano, ridevano, scherzavano come bambine, e poi si mettevano a lavare e a risciacquare grandi lenzuoli, che facevano asciugare sulle pietre.”

Quando Alvar, che si stava recando alla casa di Emilia, la madre “ancora molto attraente” di Rossana, cade nel bosco di acacie e batte la testa “contro un ciocco di albero tagliato”, e sviene, intorno a lui si radunano le urane, che sono una specie di corvi, di cornacchie, “uccelli molto prudenti”: “Le urane, che gracidavano nel vento, preludio di pioggia vicina, per un po’ tacquero, poi planarono una dopo l’altra accanto al corpo esanime.” Vedete come non ci si allontani mai da quell’atmosfera di “magheria”, cara all’autore. Stiamo leggendo una storia che è allo stesso tempo leggenda e favola, e siamo in attesa di una rivelazione, allo stesso modo che nelle fiabe succede al povero che si scopre figlio di re, la quale ci colmi l’animo di stupore e di incanto. Perché le favole, scriverà più avanti l’autore, come pure il mito, servono per interpretare il mistero e aderiscono “alla sostanza più intima” dell’uomo.

Arriva il Natale, l’inverno è assai rigido. Qualche giorno prima è giunta dal Sudamerica una strana lettera scritta dal figlio della Contessa, quello di cui non si sapeva più niente, e allegato alla lettera c’è un assegno con una cifra sbalorditiva, destinato a ricoprire di regali i bambini di Naularo, e a soddisfare i loro desideri. Subito Alvar si interessa personalmente della faccenda e per l’occasione mette in mostra la sua splendida carrozza, che lascia tutti col fiato sospeso. Stracolma di regali, “il giorno ventitré alle sette del mattino era già davanti al portone della scuola.”, e i bambini riflettono che “Era la prima volta nella vita che un loro sogno veniva realizzato senza alcuna difficoltà.” Pare di leggere Dickens. Insomma, ci si accorge che “l’inverno di Naularo era attraversato da qualcosa di speciale.” Sgorlon ci sta incantando, e sa che è il momento di pigiare sull’acceleratore. Dice la Contessa: “Mio figlio di Argentina non mi scrive da più di vent’anni. Deve essere morto da un sacco di tempo. Non può essere lui che ha mandato i pesos”. La domestica, la vecchia Sara, domanda: “E chi li ha mandati, allora?”. E la contessa non ha incertezze, risponde. “Il diavolo.” Ma Sara la pensa ben diversamente: “Perché il diavolo? Un angelo, casomai.” È una parte significativa di questa storia. Sullo sfondo si affaccia la guerra, altro tema ricorrente nei romanzi di Sgorlon. Essa si fa largo a poco a poco in un crescendo inquietante. È la stessa Grande Guerra che abbiamo incontrato ne “La carrozza di rame”. La Sala Olympia, un elegante locale posto vicino al confine e frequentato da italiani e austriaci, finirà per essere il simbolo di un passaggio epocale tracciato dalla guerra, a cui farà da contraltare, come espressione di un mondo nuovo, la Villa Martinburgo, allorché vi andrà ad abitare Alvar alla fine della guerra. A Sarajevo, infatti, sono stati assassinati da “uno studente serbo, Princip”, l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sophie. Le conseguenze si fanno presto sentire: “Sotto Natale tornarono molti emigranti dai territori d’oltralpe: dalla Slesia, da Praga, da Vienna, dai boschi della Transilvania, dai cantieri di Budapest o della capitale rumena […] I cantieri nei quali lavoravano erano stati chiusi per via della guerra.” È il principio di una catastrofe. Sgorlon non dimentica mai di sottolineare i guasti che ogni guerra inevitabilmente produce: “La guerra e la miseria erano grandi amiche e alleate tra loro. Dov’era la guerra, la miseria subito accorreva stridendo e agitando i suoi stracci.”

La vecchia Contessa (“la morte si era dimenticata di lei”) è essa pure una presenza che sotto altre vesti: Pietro (“Il trono di legno”), Zora (“Regina di Saba”), Domenico; Alessandro Fabris, detto il Cacciatore; Caterino (“La carrozza di rame”), Dunaika (“L’armata dei fiumi perduti”), Geremia; la Clautana (“Gli dèi torneranno”) e altri ancora, abbiamo già incontrato in Sgorlon: è la memoria del passato, che viene messo a confronto con un presente che non ha il profumo dell’antico, quando i contadini andavano a fare l’amore nei campi, poiché “Questa era una magia imitativa, che doveva aiutare i campi a generare e a far crescere le messi.” Ora i contadini non sono più gli stessi, sono attratti dalla fabbrica e reclamano diritti prima impensabili, allorché “Facevano festa assieme ai padroni”. Si ribellano ai padroni, scioperano, sfilano per le strade: “Ad Ancona, l’anno precedente, si era perfino versato del sangue in una breve guerra tra padroni e operai. Quel fatto veniva chiamato ‘la settimana rossa’”. Il progresso avanza a passi giganteschi e se rappresenta “un traguardo della scienza e della tecnica”, esso è anche “una sfida e una violazione delle leggi naturali.” La favola di Sgorlon ci rammenta che ancora essa deve faticare a conquistare il suo spazio; soffia come un vento tra le minacce di una realtà che ha bisogno di essere spogliata dalle sue miserie e dalle sue ambizioni per mettere a nudo il lucore di quell’unità universale cui appartiene.

Si tratta sempre di non dimenticare le proprie origini, le proprie radici; questo vale per la terra e la natura, e vale per l’uomo. Alvar, si verrà a sapere, è venuto a Naularo, poiché lì ha le sue radici.

Ma lì vive anche Emilia, la madre di Rossana, venuta dalla Francia, da Grenoble, piacente e chiacchierata, di cui un po’ tutti in paese, e non solo, sono infatuati. Ciò consentirà a Sgorlon di intessere un’avventura amorosa, così dimessa nei suoi romanzi, con tutti i crismi di un intreccio classico. Alvar è un po’ innamorato di lei, e vorrebbe aiutarla a saldare i suoi debiti enormi che ha nei confronti di Valerio, il ricco industriale di Naularo, il quale sarebbe disposto a restituire le cambiali firmate da Emilia solo alla condizione che divenga la sua amante. Farebbe anche di più; poiché da Cristina, la sua ricca e bisbetica moglie, non ha avuto figli, nominerebbe Rossana, la figlia di Emilia, sua erede universale. Tuttavia, mentre si sta giocando questa partita ed Emilia è turbata dalla proposta che coinvolge anche l’avvenire di Rossana, ecco che dalla Francia si fa vivo il suo ex fidanzato, Roland de La Seine, ufficiale dell’esercito francese, padre di Rossana, il quale annuncia una sua prossima visita. Viene subito in mente una coincidenza analoga che si verifica ne “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, allorché la GruÅ¡enka, all’improvviso, dopo tanti anni, riceve notizie di una sua visita dal fidanzato, un ufficiale pure lui, che l’aveva abbandonata.

Come pure ci ricorda lo Sherlock Holmes de “Il mastino dei Baskerville” di Conan Doyle, nella trasposizione cinematografica degli anni ‘40 ad opera del regista Sidney Lanfield, la mascheratura che assume Alvar allorché si reca alla locanda ad incontrare il contrabbandiere: “aveva assunto l’aspetto di un vecchio. Barba e capelli bianchi, andatura incerta, un bastone laccato di nero, col pomo d’argento, le scarpe con la fibbia e la voce tremolante e vellutata degli anziani.” È quasi in tutto simile a lui, se si eccettuino le scarpe con la fibbia e il bastone con il pomo d’argento, lo Sherlock Holmes interpretato magistralmente da Basil Rathbone, che percorre la brughiera, e perfino il suo fedele Watson, rappresentato dall’altrettanto bravo Nigel Bruce, non lo riconosce. Del resto, Alvar “Si stava affezionando a queste mascherate”, che sono proprio una delle passioni del famoso investigatore. Ma quanti altri ricordi!: Jean Valjean de “I miserabili” di Victor Hugo, Michael Henchard della “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” di Thomas Hardy: uomini in fuga e braccati come Alvar, ammirati, dalla ricchezza misteriosa e incalcolabile, e forti e generosi; per non parlare di Edmond Dantès de “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas padre. E quando Alvar conduce Wanda, incontrata in una “maison”, a teatro, non vi torna in mente la protagonista di “Nanà”, lo straordinario romanzo di Émile Zola? In poche righe quanto sono sollecitate la nostra memoria e la nostra fantasia! Sì, tanta parte della letteratura dell’Ottocento è stata racchiusa in un tratto di penna. Valerio, vinto dall’invidia e dalla gelosia, si trasforma in una specie di Javert che va alla caccia di Jean Valjean. Qualcosa riesce a sapere, inviando un compagno a Praga, nel palazzo dei Kunslica, il quale, fingendosi amico di Alvar, interroga la vecchia governante. Pur venendo a conoscenza di fatti notevoli sulla vita di Alvar, tuttavia Valerio ancora non riesce a spiegarsi la “strepitosa ricchezza” accumulata dal rivale. Ci deve essere qualcos’altro. Dopo averci rivelato l’identità di Alvar (che lasciamo scoprire ai nostri lettori, ai quali l’autore farà conoscere a poco a poco, con abile e sapiente gradualità, il passato avventuroso del protagonista), ecco che Sgorlon passa da un mistero all’altro, sicuro di non consumare se non una soltanto delle numerose carte da giocare. In questo libro, sembra che egli voglia misurare in questo modo le sue capacità di affabulatore, nella sfida con se stesso di riuscire a tenere legato a sé il lettore nonostante che sveli anzitempo uno dei principali assi nella manica, che avrebbe trattenuto e fatto gola a chissà quanti altri narratori. Non dimentichiamoci, poi, che ci ha lasciato in attesa di quell’ufficiale francese, Roland, che già prima di comparire ha creato intorno a sé un’attenzione quasi morbosa, e che quando si presenterà creerà per noi ulteriori motivi di curiosità, altrettanto che la ricchezza smisurata e misteriosa di Alvar, per la quale Valerio pensa a forze occulte e terribili che assistono il suo nemico, dotato, fra l’altro, di una terrificante forza fisica, di cui si accorge, suo malgrado, chi si trova a fare i conti con lui: “Sembrava non una creatura in carne e ossa, ma la sua proiezione cosmica.” Riguardo alla propria ricchezza, Alvar dirà: “Sono solo un uomo molto ricco. Tanto ricco che mi posso permettere, certe volte, di sciogliere i nodi della fortuna. Anche quelli più aggrovigliati.” Sgorlon, dunque, si cimenta in una storia colma di misteri e di sentimenti, intricata, un po’ alla Stendhal e alla Dumas, lontane le atmosfere rarefatte de “Il trono di legno” e degli altri suoi romanzi immediatamente successivi, anche se esse ogni tanto si presentano con la loro magia; ma l’autore sta misurandosi con qualcosa di diverso, meno mitico e più legato alla realtà, e, qui, il mistero che avvolge più strettamente Alvar non è tanto chi egli sia veramente, ma la smisurata ricchezza, di cui non si riesce a sapere nulla, se non alla fine. Perfino Emilia penserà che egli sia ricco “in modi inverosimili, innaturali, fuori da ogni consuetudine ed esperienza.” Forse è un mago? Un alchimista che è riuscito a fabbricare l’oro? Torna di nuovo in Sgorlon, dunque, la sfida con se stesso, come già era accaduto con il romanzo precedente: “Il taumaturgo e l’imperatore”, nel tentativo, riuscito, di introdurre fascinosamente la sua “magheria” in una storia intrisa di romanticismo e di buoni sentimenti. Poiché l’autore non è più così giovane, classe 1930, ci stupisce e ci esalta questa sua vitalità creativa, ma soprattutto questa continua sfida a se stesso, che è segno dell’appartenenza ad una razza di narratori purissima e forse ormai assai circoscritta.

Pensate che, pur avendoci da tempo svelato la vera identità di Alvar, egli saprà trasformare questa rivelazione in un’inquieta metafora dell’esistenza, e la ricchezza “leggendaria” di Alvar, al pari dell’”affaire Dreyfus”, in una lezione della storia, ma soprattutto mostrarci che un destino mutevole e imperscrutabile regge la vita di ogni uomo, allo stesso identico modo in cui regge la terra, che altro non è che “una sorta di navicella di salvataggio, una zattera, la cui orbita attorno al sole e il cui spostamento verso la costellazione d’Ercole non era che un perenne, infinito naufragio dentro il mare del tempo e dello spazio.” Proprio come Alvar, che non riesce più a recuperare la sua vera identità e “aveva nostalgia di essere se stesso.” Quando le prime avanguardie del fascismo si accaniscono contro di lui, padrone diverso dagli altri e sensibile ai temi della giustizia sociale, egli sa che uno “sparo sarebbe stato l’ultima cosa che avrebbe sentito sulla terra.”; e la sua vita, così follemente legata ad un ideale, sarebbe stata votata forse al fallimento, giacché “Una parete di carta divide l’essere dal non essere, la pace dalla guerra, la vita dalla morte. Bastava un fatto più lieve dell’ala di una mosca per modificare la sorte di chiunque.”


Letto 1437 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart