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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Voci a Jerushajim” – Est editore

2 Agosto 2014

di Bartolomeo Di Monaco

È il titolo del primo dei quattro racconti, tutti esemplari, che compongono il piccolo volume.
Dione, un giovane greco di Corinto, si dirige per via terra, in groppa ad un cavallo, alla volta di Alessandria. Fa sosta a Gerusalemme (Jerushajim) proprio il venerdì in cui Gesù (Jeshua) è stato crocifisso con i due ladroni. Poco prima di entrare in Gerusalemme ha scorto su di una minuscola collina le tre croci, e solo quando è entrato in una locanda ha sentito parlare dagli avventori di un certo profeta che ha promesso di resuscitare il terzo giorno. Nessuno ci crede, nemmeno lui e forse nemmeno la meretrice con cui trascorre la notte, Istamar.

La scrittura piacevole di Sgorlon continua in questo breve romanzo uscito nel 1995 in una collana prestigiosa in cui appaiono nomi che hanno fatto la storia della letteratura universale (eccone alcuni: Conrad, Proust, Borges, Mann, Faulkner, Musil Pasternak, Bulgakov, Hawthorne, Cialente, Chiara, Canali).
Facile intendere lo scopo dell’impresa: misurarsi con il miracolo della resurrezione e con la divinità di Gesù.

Lo affronta come se raccontasse una favola, con l’incantamento dell’uomo che casualmente si ritrova in una città che, piena di bettole e di miseria, occupata dai soldati romani, vive al suo interno un evento straordinario. Istamar gli racconta che Gesù: “Non era anziano. Avrà avuto trent’anni. Parlava quasi sottovoce, con tono pacato. Chi gli stava un po’ lontano non riusciva quasi a sentirlo”.
Dione, infine, dopo aver sentito parlare delle apparizioni di Gesù, seguite alla sua misteriosa scomparsa dalla tomba, spera di incontrarlo.

Fede e speranza, dunque. Così come sarà nel secondo racconto, dal titolo “La stanchezza di Mosè”.
Mosè è nel deserto da trentotto anni. Vi sta guidando il suo popolo verso la Terra Promessa, la Terra di Canaan. La sorella Myriam e il fratello Aronne sono nel frattempo morti, la moglie “Sefora e i miei figli erano lontani.”.

Avverte la solitudine e lo scoramento. Ad ogni tappa, il suo popolo si lamenta per le troppe sofferenze. Di notte, travestito, va in giro per l’accampamento e ode le voci degli scontenti che avrebbero preferito rimanere schiavi in Egitto. Alcuni scappano quando si leva il vento simun e possono eludere la vista degli altri.

Il cruccio di Mosè è quello di non riuscire a radicare la speranza in tutti i componenti del suo popolo. Teme perfino di essere stato abbandonato da Dio (Adonai). Tuttavia, pur stanco e triste, non demorde. “Però sono certo di una cosa: che tra poche ore quando il sole si alzerà dietro le colline di Edom (…) saluterò la mia gente, dimagrita e invecchiata anzitempo per gli stenti, e con la mia voce velata dalla vecchiaia l’esorterò a rimettersi in marcia, ancora una volta, verso la Terra Promessa.

Il terzo racconto, “La Casa di Corí³ss”, ha tutti gli elementi costitutivi della fiaba, personaggi e ambienti paurosi, smarrimenti, speranze, ritorno a casa. Sergio è un bambino che, sentendo una notte degli strani rumori nella camera dei suoi genitori, li spia e li sorprende che fanno l’amore. Crede che il padre sia cattivo e non capisce come la mamma non si ribelli. Così in lui avviene un capovolgimento di sentimenti, per cui verso i genitori, e in specie verso la mamma, nutre del rancore (“la loro colpa segreta.”). Disobbedisce rubando perfino degli occhiali da aviatore che erano appartenuti ad uno zio e per i quali la mamma gli aveva dato l’ordine di neppure toccarli. Infine esce di casa: “La mamma gli aveva proibito di uscire in strada, ed egli stesso, del resto, pur essendo attirato da ciò che c’era oltre il cancello, ne aveva anche un po’ di paura, come se al di là di esso potesse accadere qualunque cosa.” È, il suo, un istinto di rivalsa, la sua risposta alle prime delusioni e alle prime scoperte della vita.

Dopo un po’ che cammina è ormai sicuro che non riuscirà più a ritrovare la strada del ritorno. Comincia a fare degli strani incontri. Una vecchia con una falce in mano, dei ragazzacci che gli rubano gli occhiali, “molto malvestiti; avevano i calzini rattoppati e le camicie piene di strappi. Uno portava i capelli tanto lunghi che si arricciavano a ciuffi sulla nuca, come un vello di capra.”. Li segue nella speranza di poterseli riprendere, ma essi lo conducono verso un enorme casamento “scrostato e malandato.”, composto di tante stanze sporche, piene di sedie spagliate e di cassepanche logore, dove incontra una vecchia che sta spennando un tacchino, e una ragazza, Carmen, che civetta con i suoi compagni. Scopre che l’enorme casamento altro non è che la Casa di Corí³ss, la costruzione che vedeva da casa sua e di cui Miriam (“con i suoi occhi strabici”) gli aveva parlato come la casa dove era avvenuto un assassinio. Vi abitava ora il figlio dell’omicida, che aveva fama di uomo cattivo.
Così se ne va, una volta che i ragazzi, scocciati dalle sue insistenze,  gli hanno restituito gli occhiali, e scende la collina. Tutto si risolverà per il meglio (nessun uomo cattivo vive in quella casa) ed egli capirà che quella breve esperienza lo ha aiutato a crescere.

Nell’ultimo racconto, “La rinuncia”, Sgorlon ci conduce in Cina, “nelle vicinanze della Grande Muraglia.”.
Lao Tung, il giovane protagonista, si prepara a diventare soldato e, come il padre, a fare la guardia sulla Grande Muraglia, a difesa del paese dalle incursioni degli “invasori e razziatori”. Da anni, lassù, si vive nell’attesa di una probabile invasione, come nel romanzo di Dino Buzzati, “Il deserto dei Tartari”. Senonché il padre, apparentemente stanco e deluso della vita, vuole che il figlio torni nel Sud della Cina e ritrovi la sua famiglia di origine e consegni loro una borsa (si saprà che è vuota ed è stata solo un pretesto per farlo partire). Lao Tung è dispiaciuto di dover abbandonare il suo sogno di diventare soldato, ma non può disobbedire, e così monta a cavallo e, attrezzato per un lungo viaggio, lascia la sua casa.

Scopriremo che il ritorno alla sua terra d’origine altro non è che una prova a cui il padre ha voluto sottoporlo, il cui esito, purtroppo, sarà deludente. Si avvertono gli echi di un grande personaggio della letteratura russa, Oblí³mov creato, nell’opera omonima del 1859, da Ivan Aleksandrovič Gončarov“. Lao Tung: Restava ore ed ore, anche mezze giornate, sopra i cuscini, a guardare come sul soffitto mutavano le ombre degli alberi, che il sole proiettava dalla finestra.”.

Al di là dei contenuti differenti, la felicità narrativa dei quattro racconti è ciò che li unisce. Vi scorre la quiete rassicurante di uno spirito che trova la sua realizzazione nel raccontare e dare libero sfogo ad una fantasia caratterizzata da un ricamo finemente intessuto. Sarà più profondamente problematico lo Sgorlon dei capolavori, ma non v’è dubbio che in queste opere, apparentemente più leggere,  il suo limpido valore è già del tutto definito e compiuto.

 

P. S. Nel novembre 2015 ho letto “Il quarto re mago”, donatomi dalla vedova dello scrittore, in cui questi racconti sono inclusi. Contiene altre storie, di varie ambientazioni: dalle antiche civiltà peruviane, a quelle mediorientali fino ad arrivare alla Cina della Grande Muraglia. Ciò che se ne ricava, grazie ad uno stile limpido e coinvolgente, è un senso di magia che mi conferma nell’idea che Carlo Sgorlon, nella sua veste di autore di racconti, è riuscito a comporre il miracolo di un nuovo “Le mille e una notte”, lasciando nel cuore e nella mente del lettore un colorato caleidoscopio di emozioni.


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