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LETTERATURA: Luciano Luciani: “Le donzelline. Donne d’amore nell’Italia rinascimentale” – Edizioni ETS

1 Agosto 2014

di Laura Di Simo

Piacere e potere.
Ascesa e caduta delle “honeste” cortigiane rinascimentali

Una delle cose che si nota a una prima lettura del volume Le donzelline, edito di recente da ETS Pisa, è il linguaggio particolarmente ricercato e, in alcuni casi, volutamente dotto. Questa, almeno, è stata una mia costatazione, a cui segue inevitabilmente la domanda: perché?

Secondo me, due sono le motivazioni, che hanno guidato l’autore nella scelta, che mi trova pienamente consenziente: una dovuta al bisogno di prendere le distanze da un argomento tanto caldo e passionale, come il sesso libero e incondizionato, perché a pagamento, l’altra legato al tentativo, – per altro riuscito,- di nobilitare il tema stesso e soprattutto le sue splendide protagoniste. Intendiamoci, l’uso di un linguaggio forbito e sempre di ottimo livello, fitto di citazioni anche in latino, se da un lato rischia di allontanare il pubblico dei lettori frettolosi e corrivi (oggi la maggioranza, ahimè), dall’altra non preclude la parola grossa o la battuta volgare, tanto più pruriginosa quanto più allusiva e non ostentata. Ma quasi sempre l’autore, molto astutamente, si nasconde dietro descrizioni, epiteti, apprezzamenti di illustri voci del passato.

Dunque il trattato- credo sia giusto definirlo così – come recita il sottotitolo Donne d’amore nell’Italia rinascimentale è una vera e propria ricerca storica e di costume, limitata ad uno dei periodi più fertili e più floridi dal punto di vista economico e culturale  del nostro paese: oggi, stanti le condizioni attuali, un modello praticamente irraggiungibile. Quindi il lavoro parte da lì, da quel Rinascimento delle arti e della cultura laica, della gioia di vivere e di godere che fu al centro delle corti italiane, compresa quella pontificia tra ‘400 e ‘500. Ciò non significa che le prostitute – deliziosamente definite donzelline – ci fossero solo in questo arco di tempo: il mestiere più antico del mondo è presente sotto varie forme in ogni epoca della   storia umana, ma solo in questo periodo dell’era cristiana chi lo praticava era valorizzata e poteva salire ai ranghi più alti della società, diventando raffinata espressione di arte e di cultura. Un fenomeno questo, in cui il Rinascimento si ispira al mondo classico, tentando di emulare quella civiltà greca mediterranea che segna l’origine della civiltà occidentale. Le donzelline insomma come le etere, che nella società greca esercitavano il libero amore, così come la danza, la musica, la poesia ed erano ammesse ai simposi in cui si discuteva di politica e di filosofia. Veronica Franco e Tullia D’Aragona, dunque, come Aspasia e Taide? Beh, certamente qualche differenza c’era, dovuta alla diversità dei tempi e dei contesti e soprattutto all’ingerenza della Chiesa che, pur essendo allora molto tollerante, tuttavia aveva da secoli informato di sé e indirizzato usi e costumi pubblici e privati.

Pur se coccolate e protette, le cortigiane, non tutte, quelle honeste (quelle cioè che per bellezza e bravura o per ambedue le virtù avevano avuto la fortuna di incontrare protettori ricchi e potenti e così diventarlo esse stesse)  erano tuttavia sottoposte a regole spesso infamanti, a tributi gravosi in termini economici e morali. Incombeva su di loro soprattutto la vecchiaia che, a quei tempi, arrivava presto e significava perdita della bellezza e, quindi, la miseria. Infatti, la cortigiana, se non aveva provveduto a investire bene i facili guadagni, in un breve volgere di tempo finiva costretta a prostituirsi nelle strade o nei più luridi postriboli. Perciò, tutte quante ricorrevano a trucchi d’ogni genere, antesignani della moderna cosmesi, per rimandare o nascondere i sintomi dell’invecchiamento.

Roma, Firenze e Venezia sono le città, in cui questo fenomeno sociale è stato più evidente e ha raggiunto livelli di maggior rilevanza culturale. Il motivo è semplice: dove c’è ricchezza e potere, lì fioriscono e convergono tutte le attività, compresa la cultura, lì proliferano i commerci, compreso quello del sesso. Sesso e cultura, un binomio strano, nuovo, ma ben assortito, almeno in questo periodo, in cui l’arte riscopre la gioia di vivere, il piacere dei sensi e il gusto dominante persegue il bello e la ricchezza.

Fra gli esempi di cortigiane honeste, che sono entrate ufficialmente nel mondo della cultura, l’autore, in mezzo al nutrito coro di figure di cui ormai si ricorda solo il nome, ne sceglie tre, come esempio di fulgida bellezza e raffinata intelligenza.

Tullia D’Aragona, amante di principi e cardinali, nonché di poeti famosi, fece la spola tra Roma Firenze e Venezia; Veronica Franco offrì le sue morbide forme al pennello di Jacopo Robusti, il Tintoretto, che l’amò e la immortalò in un bellissimo quadro, eletto a copertina del libro; Imperia, protetta nientemeno che da Agostino Chigi, si uccise a ventisei anni per amore, una delle tante forse che visse e soffrì sulla propria pelle la diversità. Non a caso dunque, le cortigiane come le etere – dicevo prima -; infatti, in greco la parola etera significa altra, diversa, rispetto al ruolo tradizionale della donna. Nella poesia e nella cultura di questo periodo, era in voga il petrarchismo: il Canzoniere del Petrarca, infatti, individuato come prima espressione di amore terreno, non angelicato, era divenuto da tempo un modello ossessivamente imitato, una moda che sfocia nel manierismo. Nel clima di libertà e moderata emancipazione, che si respira nella corti rinascimentali, tra coloro che cantano l’amore secondo i canoni del petrarchismo, c’è anche un gruppo di poetesse e tra loro alcune cortigiane. Alle figure egregiamente descritte dall’autore, ne avrei aggiunta un’altra Gasparina, alias Gaspara Stampa.

Si tratta di una cortigiana un po’ particolare: infatti il suo nome non compare negli archivi della Serenissima, dove visse ed esercitò, ma il suo stile di vita non consente possibili dubbi o fraintendimenti sul mestiere che svolse (la critica moderna lo dà ormai per scontato). Lei e la sorella, sotto la direzione della madre aprirono la loro casa a intellettuali ed artisti, nobili e prelati, che consentirono loro di avere maestri importanti  e   di tenere un tenore di vita altrimenti impossibile, data la modesta condizione sociale di provenienza: esse ricambiavano, allietando gli ospiti, con il canto,   la danza e altri intrattenimenti; Gaspara si specializzò nella poesia, per la quale rivelò una particolare propensione. Tra i protettori più influenti si ricorda Monsignor Giovanni Della Casa, ( proprio quello del Galateo  ) a cui  lei dedicò la sua opera più significativa, il Canzoniere, una raccolta di liriche d’amore, degna di nota, per la spontaneità dei versi e per la passione che li fa vibrare. Anche Gaspara, come Imperia, fu rifiutata dal suo amante Collatino di Collalto che la abbandonò per convolare a giuste nozze con una nobile sua pari.

Nella seconda parte del volume, l’autore affronta il rapido e infelice declino delle cortigiane, dovuto ovviamente a una serie di concause: tra le principali il preoccupante dilagare delle malattie veneree, come la sifilide (o mal francese), ma soprattutto l’avvento della Controriforma. Dal Concilio di Trento la Chiesa esce arroccata sulle   posizioni   di una ortodossia rigorosa, che stringe i freni e chiude la porta a ogni forma di cultura laica. Lo scopo era quello di difendere sì la dottrina cattolica dall’eresia luterana, ma anche arginare l’eccessiva licenziosità raggiunta nei regimi precedenti.

Le donzelline dunque appaiono e scompaiono come una meteora nel firmamento dell’arte e della cultura rinascimentale: un secolo, il ‘500, fiorito splendidamente, ma presto sottoposto al giogo dell’Inquisizione. Le cortigiane subirono, quindi, la stessa sorte di tanti intellettuali, poeti, filosofi e scienziati: o si nascondevano, adottando come regola di vita la simulazione o finivano sul rogo. Così la storia ci tramanda un Giordano Bruno che fu bruciato in Campo dei Fiori, ma anche un Galileo Galilei che abiurò pubblicamente, e privatamente continuò i suoi studi. Allo stesso modo, quelle donzelline che non riuscirono a nascondersi e a fingere di non essere state diverse, furono perseguitate come streghe.

Il tramonto della magnificenza rinascimentale è un po’ come il rovescio della medaglia: dietro tanto splendore si nascondeva il marcio, la tabe, fisica e morale. La disinfestazione fu severa e atroce: nel leggere le ultime pagine del volume, un profondo senso di commiserazione investe letteralmente il lettore, per tanto spreco di intelletti e, soprattutto, per la profonda ferita che l’arte e la cultura italiana ed europea subirono.

Delle cortigiane ormai   quasi non si parla più: sono scomparse dall’orizzonte e vengono recuperate solo in un paragrafo finale, un po’ costrette anch’esse dall’urgenza dei tempi.

A conclusione, mi piace sottolineare che il libro offre una lettura piacevole e colorita in tutte le sue parti, frutto di uno studio attento e sedimentato, che accoglie spesso, brani di honeste poetesse, a riprova della loro cultura e abilità nel verseggiare e ancor più numerose le parole dei loro ammiratori che ne apprezzarono le doti.

Un ottimo lavoro, dunque, rigoroso e insieme gradevole, che, a mio parere, potrebbe dare il via ad altri dello stesso genere: sarebbe interessante per esempio mettere a confronto le donzelline con le moderne escort, per valutare affinità e differenze. Insomma potrebbe essere utile riflettere   sulla prostituzione, partendo dal passato per arrivare al presente, proprio ora che il fenomeno si intreccia e si complica con altri: l’emigrazione e la violenza sulle donne.

 

Luciano Luciani, Le donzelline. Donne d’amore nell’Italia rinascimentale, Edizioni ETS, collana Obliqui, Pisa 2014, pp. 130, Euro 12,00


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