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LETTERATURA: Cicatrici

12 Dicembre 2010

di Mariapia Frigerio

Sei troppo insistente. Sì, d’accordo, la tua intervista. Capisco. Ma trovo le biografie noiose. Anche quelle ‘ridotte’ per i giornali.
E poi, scusa, a chi può interessare la mia vita?

Dici che quando una scrive un libro, soprattutto se non è una ragazzina, suscita curiosità? Nel mondo intellettuale? Chiariamo subito, allora, che non sono un’intellettuale.

La laurea? Che c’entra? Non è mica il Nobel!

Amo la letteratura, ma non sono un’intellettuale. “Le intellettuali sono come le scarpe strette: non vedi l’ora di levartele dai piedi”.

Ecco, vedi, preferisco ancora essere una donna. Passare, magari, per una un po’ scema, anche un po’ matta. Ma restare una donna. Senza nessun incasellamento.

La politica? Figurati! Piuttosto la morale.

Figli? Oddio: quanti, come, dove, con chi? La vita sentimentale?

Ma che importa? A me nulla. Figuriamoci agli altri!

Dai, non ho voglia di queste banalità. E la mia vita è banale.

Insisti?

D’accordo, d’accordo: non mi farò più pregare. Ma ti sembro il tipo? Sarà però a modo mio: una roba brevissima e di getto. Tu poi, da giornalista, taglia dove vuoi, rigirala come credi. Basta che io non debba sottostare alle tue domande. A quelle che pensi interessino i lettori.

Inizio?

Inizio.

Le mie ginocchia.

La mia vita è tutta lì. In quelle cicatrici.

Vuoi vedere? Perché no? Non ho ginocchia da esposizione. Non ho perso nessuna occasione per fare un calendario… In questo sono fortunata. Ma a te le farò vedere. Cominciamo.

Ginocchio destro.

Aspetta: mi levo la calza.

Questa orizzontale (due centimetri circa) risale ai miei cinque anni.

Lo vedo ancora: bello, giovane, biondo, occhi azzurri. In Vespa. Aveva aperto il cancello ed era entrato. Lo zio Titta. Io gli ero corsa incontro. Mi faceva sempre fare un giro in giardino con lui, sul sedile posteriore, prima di metterla in garage. Con quelle mie gambine magre che stavano per aria. Quella volta, però, la mia corsa era stata troppo precipitosa. Precipitosa come la passione che provavo per lui. Passione nascosta. “Affetto di bambina”, pensavano tutti. Che errore! Non capire che i bambini possano provare, sebbene ad armi impari, quello che sentono gli adulti. Ma con più intensità.

Non mi ero fermata in tempo. Ero finita, così, contro la chiusura dello sportello laterale. Sangue. Nonni preoccupati. Ci vorrà un punto? Due? Poi la vecchia domestica si era prodigata per medicarmi e aveva sostenuto che non ci fosse bisogno di niente.

La cicatrice si era formata col tempo.

Mi ha sempre fatto compagnia vedermi quella riga più lucida sulla pelle uniforme del ginocchio.

Di traverso, questa più sotto. Tre centimetri circa. Incontro clandestino con un uomo. Verso Siena. L’emozione mi possedeva. Su una strada sassosa caddi. Lui mi aiutò a rialzarmi. Guardò poco la ferita sanguinante… Di più la mia bocca che “baciò tutto tremante”. Sei contento che faccia l’intellettuale? Ma, un’intellettuale da poco, comunque. Mi spiace per i tuoi lettori.

La guardai a lungo, quella cicatrice, quasi simbolo di un nuovo amore.

Poi non la guardai più.

Questa, vedi, è orizzontale. Ero in piena crisi coniugale. Ero caduta camminando. La testa persa nella più totale disperazione. Non mi ero accorta di dove mettevo i piedi. Non guardavo la strada sconnessa.

Ora mi rimetto questa calza e levo l’altra.

Passiamo al ginocchio sinistro.

Dunque: questa enorme me la sono fatta andando in bicicletta con la mia cagnetta. Pipì improvvisa della bestiolina che si blocca di colpo. Io, distratta, volo per terra. Mi è partita la pelle di mezzo ginocchio. A fatica sono rientrata a casa. Mi hanno detto di fare l’antitetanica.

Mi sembra di ricordare che fossero tre iniezioni da fare in tre giorni consecutivi. Andai da Enzo, un vecchio medico amico. Noto per essere un grande donnaiolo.

Entravo in casa sua dopo aver percorso il piccolo giardino. La Mariuccia mi diceva che il marito mi aspettava in salotto. Ero ancora piuttosto giovane. Forse neanche tanto male. Lui se ne stava seduto sul divano con le gambe divaricate per fare spazio alla sua enorme pancia. Una specie di grande Budda.

Letteralmente esultava quando mi vedeva entrare. Ricordo di avergli chiesto, la prima volta, dove mi dovessi sdraiare. Mi impose di mettermi in piedi, di schiena, di fronte a lui. Con gesto rapido e deciso mi sollevò la gonna a balze. Con gesto ancora più rapido e deciso mi abbassò le mutande. Non sentii nulla. Neppure la più piccola puntura. Neppure il più leggero formicolio. Per tre giorni consecutivi. Mi chiedo ancora oggi se me le abbia realmente fatte quelle iniezioni…

Questa è la cicatrice più cara che ho. Quella che amo di più. Triangolare. La cicatrice per un amore incondizionato e fedele. L’unico che ho avuto in tutta la mia vita.

Più sotto ce n’è un’altra, se guardi bene. Orizzontale. Stavo andando in biblioteca e caddi dalla bicicletta sul prato antistante. Entrai nella sala di lettura con la calza rotta sulla ferita. Senza disinfettarmi. Non è successo niente… Come vedi sono ancora viva! Alcuni ragazzi interruppero la lettura e risero quando si accorsero che sulla giacca e sulla gonna ero piena d’erba. Non me n’ero accorta. Vado bene in bicicletta: sicura e spedita. Ma quel giorno no. Lui mi aveva detto che riceveva telefonate da una donna. E rideva. Ridono sempre gli uomini quando una donna li corteggia. Felici e soddisfatti. Io… io non ero più in me. Destabilizzata totalmente.

Ora che ho finito con le ginocchia vorresti che aprissi la camicetta? Come hai detto? Per arrivare con un bisturi  fino al mio cuore? Ma scherzi!? Una scena trash! E cosa ci vorresti trovare?

Dai, ho capito benissimo. So cosa intendi. Non sono scema del tutto!

E comunque hai ragione, caro intervistatore, lì sono le cicatrici più profonde. Quelle più lucide e indelebili. Quelle che, in superficie sulle ginocchia, diventano nel cuore solchi profondi.

Mi chiedi perché ho questo ginocchio blu?

Scusa, mi ero scordata di rinfilarmi la calza. Sarebbe stato meglio. E invece così mi tocca dirtelo. Mi tocca finire così questa curiosa biografia.

Questo blu è una nuova caduta dalla bicicletta.

Scardinata… meglio: scorticata. Questa è oggi la scrittrice a cui tanto ti interessi…

Mi diceva di cavalcare i sentimenti. Sì, ti assicuro che mi diceva proprio così! Ma una che ama può cavalcare i sentimenti? Ti sembra possibile? Non li puoi imbrigliare, i sentimenti. In alcun modo. Ne sei sottomessa, soggiogata, schiava. Felicemente schiava.

E smettila… sempre a pregarmi! Neppure stavolta te la apro la camicetta! Oggi non ti servirebbe neppure il bisturi! Non avresti bisogno di giungere in profondità. Vedresti il rosso di una ferita ancora fresca. Qui, sopra il cuore.

Una stilettata.

Sai, me la guardo ogni sera. È solo di poco sopra il seno.


Letto 1711 volte.


4 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 12 Dicembre 2010 @ 14:20

    Racconto carinissimo, fresco, originale. la lingua del dialogo è immediata, naturale.
    Una osservazione, umoristica: ma siamo sicuri che questa scrittrice della storia abbia tanto equilibrio.
    Buon Natale

    Carlo

  2. Commento by mariapia frigerio — 13 Dicembre 2010 @ 14:45

    Commento di Gian Gabriele Benedetti

    Sensazioni, emozioni, sentimenti, atmosfere, rievocazioni emergono come in una confessione, testimoniando l’intera alchimia di un mondo interiore, vasto come una vita, e fondendosi insieme per offrirci un percorso umano remoto nel tempo fisico ma attuale in quello intimo.

    Non si ostenta, apparentemente, lamento alcuno, né si scoprono rimpianti, pur tra ferite che non sono soltanto in superficie.

    La tensione emotiva, finalmente liberata, premia il coraggio di dire e di dirsi, quasi affrancamento catartico, dietro piccoli e grandi slanci, qualche abbandono e raro rifiuto.

    Eppure il segno più profondo, ossia la cicatrice ancora sanguinante si racchiude nell’animo e vi rimane, per non essere proiettata oltre l’evocazione intimistica, per farsi indelebile ricordo e dispiegarsi quale continua percezione quasi tattile, simbolo della parte più viscerale dell’essere.

    Vitalità di immagini e di pensieri, scattati con puntuale immediatezza e rara efficacia, puntualizzano il narrato. Tutto l’andamento verbale (e non) procede nell’essenzialità e nella scioltezza comunicativa, confermando e ribadendo la preziosità del messaggio.

                                                        Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by claudio grosset — 19 Dicembre 2010 @ 09:23

    E’ assodato. Mentre vi è indifferenza, comprensibile, verso le persone comuni o normali, che svaniscono nell’indistinto di un’umanità sempre più numerosa, si assiste invece ad una curiosità morbosa verso quella cerchia ristretta che diventa per virtù, volontà o destino fortuito, ‘Personaggio’, anche in senso lato. E non sazia di trarre vantaggio, godimento, piacere da questi  ‘Idoli’, la ‘gente comune’ vuole invaderne e possedere anche l’intimo il privato, si direbbe per bieca morbosità, forse con l’intento di riconoscervi un’affinità con se stessa, incompresa e sopita, oppure di scoprire nella genialità dell’altro, anche una parte di normalità che possa perlomeno rinfrancarla di ‘proprie’ qualità nascoste ed ignare ai più.

     

    Il protagonista di questo racconto monologo, si contorce sull’equivoco, irrisolto di un dialogo con l’altro (giornalista), qui presente e silente, o, di là, chissà dove, od ancora un’altro se stesso. Ed attua una strenua difesa della propria intimità, che risolve con un’inganno, un sofismo,  sull’alterno e doppio significato, fisico e morale, della parola “Cicatrici”. Però la parola stessa è esaustiva con la sua inclinazione ‘dolorosa’, il racconto d’ un escursus sentimentale d’una vita –  ben svolto dalla Frigerio –  cercando di fermarsi all’esteriorità, alla fisicità delle cicatrici, senza riuscirci!

     

  4. Commento by Giacomo — 12 Gennaio 2011 @ 16:45

    Molto bello e ben scritto “cicatrici”è un’autobiografia dinamica.
    Particolare e,sicuramente ben riuscita,l’idea di raccontare la propria vita attraverso le cicatrici ognuna delle quali rappresenta una particolare esperienza della propria vita, utile a ricostruire il proprio passato….

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