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LETTERATURA: Consapevolezza

18 Maggio 2011

di Antonio Squadrone

Da qualche tempo faccio lo stesso sogno. A volte è diverso in qualche particolare ma mai in modo significativo. La cosa strana è che, nel sogno, sono sempre immemore di aver già vissuto quelle situazioni. Ogni volta è come se fosse la prima, e ignoro cosa mi aspetta l’istante successivo. Ma poi, da sveglio, ricordo praticamente tutto. Davvero strano.
Sogno di morire. Almeno credo.
Dico “credo” perché non ho le idee chiare al riguardo. Sembra un sogno di morte, ma non ne sono sicuro. Forse è un sogno di vita.
Sogno di svegliarmi in piena notte, quasi alla stessa ora. A destarmi è il chiasso di una festa. Risate, musica, conversazioni a voce alta, calpestio ritmato e “tin tin” di bottiglie e bicchieri.
Ogni volta mi alzo incuriosito e m’incammino lungo il corridoio, verso la fonte del rumore.
Non capisco chi possa fare una tale confusione, per di più a quell’ora. Il palazzo è antico, in pieno centro storico. E ci sono tanti anziani.

 

L’appartamento dove abito con i miei è al quarto piano, vasto e ombroso. I soffitti sono altissimi, perlopiù affrescati. Sui pavimenti, consunte piastrelle compongono complessi disegni che, in certi casi, fa quasi senso calpestare. Dall’atrio si dipartono tre corridoi sui quali si aprono grandi porte. Da esse si accede a ripostigli ingombri di misteri e ad ampie stanze, ove torreggiano mobili scuri ed enormi. Ovunque le finestre sono velate da tendaggi pesanti. Dappertutto vetustà e polvere e l’odore di canfora è penetrante. Sembra un museo.
Con stupore mi rendo conto che il fracasso proviene proprio dalla nostra casa. Dalla sala grande.
La sala delle feste, per l’appunto. Dove nonna Maria, nobildonna decaduta, amava narrare dei tempi andati.

 

In quelle occasioni raccontava curva sul pianoforte, con lo sguardo sognante, mentre le sue dita caracollavano leggere sui tasti. Era ancora brava. Suonava a memoria le stesse melodie, ogni volta nello stesso ordine, inciampando qua e là ma senza mai cadere davvero. Lei così piccola, candida, con quella pelle tanto lucida e diafana da sembrare un velo d’acqua. Sorrideva sempre, tuttavia, dalle labbra socchiuse, filtrava inarrestabile l’ombra. L’immagine suscitava malinconia, ma era comunque bello vedere le sue esili braccia muoversi con tanta grazia e energia, a dispetto di quella sembianza sempre più gracile. Alla fine, quando si alzava e con passo incerto usciva dalla sala, lasciava dietro di sé come un riverbero agrodolce e mi veniva in mente l’ambigua bellezza di un tramonto.
Mi manca la nonna.
Da tanto tempo quel pianoforte non viene più aperto e, spesso, mi sovviene l’immagine di quei tasti d’avorio, immobili e muti nell’oscurità del loro ligneo sudario, sempre più velati da una scoria di tempo che nessun dolce polpastrello più rimuove.

 

Raggiungo la porta della sala. È chiusa. Dall’interno esce il clamore della festa. Resto lì ad ascoltare. A lungo. La musica è… antica. Non saprei definirla meglio. Suonata dal vivo. Si odono i rumori degli strumenti posati nelle pause e il frusciare degli spartiti, magari sfogliati per soddisfare una richiesta. E voci femminili, squillanti e garrule, e voci di uomini, più stentoree.
A un certo punto non resisto più. Apro la porta.
Il silenzio fuoriesce denso, avvolto dal buio delle due di notte.
Resto così per qualche minuto, a osservare le ombre immobili acquisire faticosamente un profilo nella grande stanza. Avverto intensa la pesante entropia letargica di una casa ultracentenaria.
Poi, accade qualcosa.
Mi sento sollevare. I piedi non toccano più il pavimento e mi ritrovo sdraiato su un’invisibile lettiga. Vengo portato dentro.
Oltre la soglia emergono dall’oscurità due ali di gente. Ne intravedo i profili. Sagome maschili e femminili immobili e silenziose, dai volti indecifrabili. Scivolo in mezzo a loro come percorrendo uno stretto viale fiancheggiato da stalagmiti. Arrivo al pianoforte, poggiato contro la parete. Il coperchio dello strumento si apre come una bocca, mutando in una grande porta.
Davanti a me appare uno spazio sferico immenso, permeato da una luminosità opalescente. Sento una violenta vertigine. Ma non posso fare nulla. Il pavimento sparisce. Sono oltre il ciglio.
Le figure di prima non ci sono più.  Ora mi trovo in fila indiana con centinaia di altre persone, ognuno sdraiato sul niente, in volo verso il centro geometrico della sfera. Dalla superficie, tutt’intorno, vedo originarsi migliaia di cortei identici al mio, tutti convergenti verso lo stesso punto. C’è qualcosa di strano in quei corpi. Li guardo meglio. Sono scheletri. I teschi come lune piene. Le orbite come buchi neri. Mi guardo le mani e vedo ossa. Anch’io come loro. Sono morto?
E mi sveglio.
Va avanti così da quasi un mese. Praticamente ogni notte. Sto impazzendo?
Ora sono qui, nella mia stanza, a chiedermi ancora che cosa significhi questo sogno assurdo.
Che tuttavia, sempre più, non sento veramente essere così insensato.
C’è una consapevolezza che cresce in me.
La sento. Non riesco a strutturarla in nessun modo, ma il suo effetto è palpabile. E quindi c’è.
Come affermare l’esistenza di un invisibile pianeta basandosi unicamente sull’osservazione dello spazio deformato dalla sua gravità.
E l’effetto, incredibilmente, è qualcosa che sa di… conforto.
No. Non sto impazzendo.
Le ore scorrono. Si approssimano le ventitré. Tra poco dormirò.

 

Sono quasi le due. C’è della musica, risate. Mi alzo. Cammino. La sala grande. Indugio. Apro la porta. Il buio. Volo, in mezzo a due ali di persone.
Mi sorridono dolcemente. Vedo distintamente i loro visi. Mi salutano con la mano. Rispondo. Questi particolari mi sembrano strani… suonano diversi… ma non ne afferro il perché.
Oltrepasso una grande soglia. Uno spazio dalle dimensioni insondabili mi si apre davanti.
Volo. Insieme a tantissimi altri.
Li osservo. Siamo creature d’ossa. Non c’è più carne, colore, forma o altro a distinguerci.
C’è un significato in questo, ovvio come la più assoluta delle verità nella dimensione in cui mi trovo ora.
Ma così tragicamente sfuggente… nell’altra.
Raggiungo il nucleo, che pulsa con un potente bagliore. Il viaggiatore che mi precede vi sparisce all’interno. Tocca a me. Una pacatezza confortante mi avvolge.
Non sento nessuna paura. E questo non mi pare strano.
Entro.
Accade qualcosa. E volo ancora. In senso inverso. Verso la superficie. Fuso in un raggio di luce.

 

Fluttuo in un liquido caldo, senza alcuna sensazione di peso, quasi senza un sopra o un sotto. Lo spazio intorno a me è raccolto, intimo e morbido. Suoni lievi mi giungono da lontano, appena percettibili. La luce è rosata, tenue, confortante. Sorrido. Ora so.
Vita e morte, morte e vita. Siete come venti marini.
Soffiate instancabili in tutte le direzioni, spingendo come barchette un’infinità di faville erranti.
E presto o tardi, ineluttabilmente, v’incontrate.
Quando accade vi unite e il vostro legame è così intimo che i navigatori, improvvisamente fermi nella bonaccia, non possono più distinguervi. E restano a dondolare. In attesa.
Quando vi separate le vele si gonfiano di nuovo e il viaggio riprende. Solo, la rotta è diversa.
Tuttavia, i navigatori scoprono di non aver paura perché comprendono che non c’è male nella morte e bene nella vita, come non c‘è malignità nel buio della notte e benevolenza nella luce del giorno.
Alcuni si chiedono ancora se esista un regista supremo, ma la domanda non crea più apprensione e ognuno sceglie serenamente la propria verità:
coloro che pensano di essere figli di un padre misericordioso e universale che dona loro tutto, sorridono.
Coloro che pensano di essere parte di un ciclico, perfetto scambio di energia e di ruoli che permette il mantenimento dell’equilibrio, sorridono.
E tutti sono in pace perché, comunque, sentono di godere dello stesso dono inestimabile.

 

Ho vissuto ancora il passaggio – chissà quante altre volte in precedenza… e chissà quante altre ce ne saranno – e tra pochissimo dimenticherò. Come avviene per tutti. Da sempre.
Dimenticherò. Al contrario di quanto mi accadeva dopo ogni risveglio da quel sogno che, ora lo so, era pietoso nunzio di morte e, allo stesso tempo, luminoso oracolo di vita.
Sento la mente che perde struttura, la coscienza di ciò che sono stato che si dissolve rapidamente. Mi godo questi ultimi momenti di splendida consapevolezza. Tra poco tornerò libro bianco.
Tristezza? No, eccitante curiosità! Sono felice. Mi sono addormentato umano. Mi sveglierò…


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart