di Marisa Cecchetti
(dal “Corriere Nazionale”)
Daniela Spera, protagonista di “Veleno” (Sperling & Kupfer) di Cristina Zagaria, ha avuto il coraggio di mettere in moto la macchina giudiziaria contro i titolari dell’Ilva di Taranto, responsabili dell’inquinamento ambientale, ha svegliato la città, non stancandosi mai di indagare e procurarsi prove. Pur ancora lontane le misure concrete di risanamento, è venuto alla luce il dramma di una città a cui l’industria ha dato da mangiare – non solo l’Ilva – chiedendo in cambio la vita. Il numero dei morti per tumori, leucemie, malattie a carico della pelle, dei polmoni, del sistema nervoso, è cresciuto paurosamente negli anni. Ci sono quartieri come il Tamburi, a due passi dall’Ilva, dove ogni famiglia piange i suoi morti: gli agenti inquinanti che escono dai 256 camini di quella città d’acciaio non solo ammorbano l’aria, ma penetrano nella terra, nel cibo, nell’acqua. Si respira e si mangia veleno. Come in una guerra tra poveri, Taranto si è divisa nella lotta: da una parte il Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, schierati per la chiusura, dall’altra gli operai che hanno manifestato contro la chiusura. Perché Ilva è lavoro e busta paga. Il Governo e gli esperti di economia dicono che la chiusura dell’Ilva, azienda che copre il 30% del fabbisogno nazionale di acciaio, peserebbe fino a 4 punti percentuali sul Pil nazionale. Surreale situazione, in una città dove ai bambini è proibito di giocare all’aperto nel quartiere Tamburi, su ordinanza del Sindaco, perché ogni cosa che toccano è avvelenata. Chi ne ha tratto vantaggio economico è sì ai domiciliari, ma ciò non riporta in vita i morti. L’Ilva che è stata la salvezza, rimane il grande nemico, la grande delusione.