Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Trattativa Stato-mafia, via al processo. La Procura: “Aggravante per Mancino”

27 Maggio 2013

di Redazione
(da “la Repubblica”, 27 maggio 2013)

Si è aperto questa mattina il processo per la trattativa Stato-mafia davanti alla Corte di assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto. Giudice a latere è Stefani Brambille. L’accusa è rappresentata in aula dal procuratore Francesco Messineo, dall’aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Tartaglia, Di Matteo e Del Bene. Dopo la presentazione delle richieste di costituzione delle parti civili, il processo è stato rinviato a venerdì. Lo ha deciso il presidente Montalto accogliendo una richiesta del pm, che ha fatto presente di aver bisogno di un termine prima di esprimere il proprio parere sulle domande di costituzione di parte civile, dato l’alto numero delle istanze.

Hanno chiesto di costituirsi parte civile il Comune e la Provincia di Firenze e la Regione Toscana. Alle dieci parti civili già ammesse potrebbero aggiungersi quindi altri soggetti processuali se i giudici accogliessero le istanze. Stessa richiesta è stata fatta dai familiari dell’eurodeputato Salvo Lima, ucciso dalla mafia nel 1992, dal comitato Addiopizzo, l’associazione dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili, l’associazione Carlo Catena, l’associazione antiracket Libere Terre, l’associazione nazionale Testimoni di Giustizia, Libera, l’associazione antimafia Riferimenti, l’associazione nazionale Giuristi Democratici e il Comune di Campofelice di Roccella.

Si sono presentati in aula, tra gli imputati, l’ex ministro Nicola Mancino, l’ex comandante del Ros Antonio Subranni e Massimo Ciancimino. Con loro, il gup Piergiorgio

Morosini lo scorso 7 marzo ha rinviato a giudizio per “attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, giudiziario o amministrativo dello Stato, aggravato dall’agevolazione di Cosa nostra”, i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella e Nino Cinà, l’ex pentito Giovanni Brusca, l’ex generale del Ros Mario Mori, l’ex colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Riina e gli altri tre mafiosi sono stati collegati in videoconferenza con l’aula bunker.

Le immagini dell’aula

Mancino risponde solo di falsa testimonianza e ha ribadito che il suo legale chiede lo stralcio della sua posizione: “Non posso stare nello stesso processo in cui c’è la mafia”, ha detto l’ex ministro prima dell’inizio dell’udienza. Ma la Procura ha preannunciato la contestazione di una nuova aggravante a Mancino. Il pm ha anticipato la nuova aggravante prendendo la parola in aula, ma non ha avuto il tempo di specificare di quale aggravante si tratti perché il presidente della Corte lo ha interrotto, spiegando che non era quello il momento per procedere alla contestazione.

Massimo Ciancimino è accusato anche di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia. L’ex ministro Dc Calogero Mannino ha chiesto e ottenuto di essere processato col rito abbreviato. È stata invece stralciata la posizione di Bernardo Provenzano, dopo che i periti hanno escluso la sua capacità di partecipare al processo, a causa delle sue condizioni psichiche compromesse in parte da una forma di Alzheimer e in parte dall’intervento per la rimozione di un ematoma cerebrale che il boss si era procurato cadendo in cella. Il pm Antonio Di Matteo: “Quando la verità dovesse riguardare elementi di colpevolezza a carico dello Stato, lo Stato non può nascondere eventuali sue responsabilità sotto il tappeto”.

Minacce a Di Matteo, pm della trattativa

Tranne Mancino (falsa testimonianza) e Ciancimino, che veste i panni del testimone e dell’imputato, ed è accusato di concorso in associazione mafiosa e calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, per gli altri le accuse sono di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Inizialmente il processo venne chiesto anche per il boss Bernardo Provenzano e per l’ex ministro Calogero Mannino. La posizione del padrino di Corleone, però, è stata stralciata e pende ancora davanti al gup perché, per i periti, il capomafia non è in grado di partecipare coscientemente al processo. Mannino, invece, ha scelto l’abbreviato.

Il rinvio a giudizio fu disposto il 7 marzo dal gup Piergiorgio Morosini. La “storia” della trattativa, come il giudice la raccontò nel suo provvedimento, parte dalle aspettative deluse sul maxiprocesso, con la conferma degli ergastoli ai vertici dei clan. Da qui il tentativo di Cosa nostra di chiudere i conti con chi riteneva responsabile di quella debacle giudiziaria e la ricerca di nuovi referenti politici. La mafia avrebbe cercato di condizionare le istituzioni con le stragi e stringere alleanze con massoneria deviata, frange della destra eversiva, gruppi indipendentisti, per dare vita a un piano eversivo condotto a colpi di attentati rivendicati dalla Falange Armata.

Trattativa, depone De Gennaro

Il primo atto del progetto sarebbe stato l’omicidio dell’eurodeputato Dc Salvo Lima. Poi arrivò l’allarme attentati a una serie di politici. E qui sarebbe entrato in gioco l’ex ministro Calogero Mannino che, per salvarsi la vita, attraverso il capo del Ros Antonio Subranni, avrebbe stimolato l’inizio di una trattativa. La storia sarebbe proseguita con i contatti tra gli ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, il papello con le richieste del boss Totò Riina per fare cessare le stragi, l’ingresso nella trattativa del capomafia Bernardo Provenzano.

Il dialogo avrebbe dato i suoi frutti con la decisione dello Stato, nel 1993, di revocare oltre 334 41-bis. Ma l’ammorbidimento della linea sul regime carcerario non sarebbe bastato ai boss e la trattativa sarebbe proseguita con altri protagonisti, come Dell’Utri “portatore” della minaccia mafiosa a Silvio Berlusconi che di lì a poco sarebbe diventato premier. Nella storia entra anche l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino: avrebbe detto il falso negando di avere saputo dall’allora Guardasigilli Claudio Martelli dei contatti tra il Ros e Ciancimino. “Mai fatta falsa testimonianza”, ha sempre replicato l’ex politico Dc.

A sostenere l’accusa in giudizio saranno il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. La Procura ha citato 178 testimoni tra i quali il capo dello Stato Giorgio Napolitano e il presidente del Senato Piero Grasso.

Lo striscione. Uno striscione a sostegno di Agnese Borsellino è stato affisso questa mattina sulle grate dell’aula bunker. La vedova del magistrato, morta tre settimane fa, chiedeva “verità e giustizia” per l’assassinio del marito Paolo, ucciso nella strage di via D’Amelio. Secondo i magistrati Borsellino sarebbe stato ucciso proprio perché seppe della trattativa.

“Per la prima volta la Stato processa altri pezzi dello Stato. Sembrava una cosa impossibile, invece sta avvenendo. Ho fiducia nei magistrati e nel processo e il dato di partenza è che la trattativa non è più ritenuta fumosa o fantomatica. C’è stata”, ha detto Salvatore Borsellino che ha ricevuto le condoglianze per la morte di Agnese da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo.

Nicola Mancino. “Ho fiducia e speranza che venga fatta giustizia, ed io esca dal processo”, ha detto l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, arrivando nell’aula bunker. L’ex ministro dell’interno è chiamato a rispondere di falsa testimonianza. “Io ho combattuto i criminali – ha detto Mancino – Ho combattuto la mafia. Non posso stare insieme alla mafia in un processo”. Quindi Mancino ha ribadito che oggi il suo legale chiederà lo stralcio della sua posizione. “Che uno per falsa testimonianza debba stare in Corte d’assise – ha aggiunto – mi sembra un po’ troppo”.

La replica di Messineo. Per il procuratore di Palermo Francesco Messineo, la posizione dell’ex ministro “era già stata espressa in sede di udienza preliminare e sulla quale credo che ci sia stata già una pronuncia sia pure provvisoria. Ritengo che la difesa del senatore Mancino saprà svolgere egregiamente il suo compito proponendo quei temi che ritiene adeguati nell’interesse dell’assistito”. Quanto ad eventuali responsabilità di esponenti dello Stato, Messineo è stato netto: “Io rifuggo sempre da questo tipo di valutazioni generiche e moralistiche, qui stiamo celebrando un processo e non dobbiamo distribuire pagelle o encomi e neanche forme di rivalsa nei confronti del passato. Cerchiamo di chiarire i fatti, di accertarli e di trarne le conclusioni giuridiche”.

Parti civili.
Il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, rappresenta il suo partito nell’aula bunker. Rifondazione si è già costituita parte civile nel corso dell’udienza preliminare per quello che considera “un vero e proprio tentativo di alterare l’azione politica democratica all’inizio degli anni ’90.

Anche la presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione siciliana, il Comune di Palermo e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, sono tra le parti civili già costituite nel processo. Nel corso dell’udienza preliminare, il Gup ha già ammesso come parti offese anche Rifondazione comunista, rappresentata oggi in aula dal segretario Paolo Ferrero, il movimento delle Agende rosse, il sindacato di polizia Coisp, l’Associazione vittime della mafia e l’associazione Cittadinanza per la magistratura. Davanti alla Corte di assise stamani ha fatto istanza di costituirsi l’associazione Libera di don Luigi Ciotti.

Hanno chiesto alla Corte di costituirsi parte civile anche la Regione Toscana, il Comune di Firenze, l’Associazione vittime dei Geoergofili e altre associazioni antimafia toscane.


Zagrebelsky: “Berlusconi è eleggibile”
di Redazione
(da “Libero”, 27 maggio 2013)

Silvio Berlusconi è eleggibile, perché ormai è stata interpretata così la famosa legge del 1957. E non una, ma due volte. Quelle pronunce della giunta per le elezioni nel 1994 e nel 1996 (poi ripetute nel 2002 e nel 2006) fanno ormai giurisprudenza e integrano quella legge, rendendo inutile la discussione. A chiarirlo è stato – nel silenzio generale – Gustavo Zagrebelsky intervistato da Piazza Pulita. Una vera sorpresa, perché Zagrebelsky è amato (oltre che dal Pd) sia da Beppe Grillo che da Marco Travaglio, che lo volevano al Quirinale per la sua indipendenza. Proprio i due che volevano fare fuori Berlusconi con quella leggina sono stati “fregati” da quello che apertamente hanno definito “il più grande giurista italiano”…

 


Record astenuti. Per il governo una prova in più
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 27 maggio 2013)

Non sono bastati diciannove candidati a sindaco, 1.667 aspiranti consiglieri comunali, alcune altre migliaia in lizza per un seggio nei municipi ed una scheda elettorale lunga nientedimeno che un metro e venti centimetri. E i casi sono due: o nemmeno una tale, gigantesca kermesse messa in piedi per la scelta del nuovo sindaco di Roma è stata sufficiente a motivare i cittadini chiamati alle urne.

Oppure – e non ci sentiremmo di escluderlo – è stato proprio quest’ennesimo confuso, discutibile e dispendioso «carnevale elettorale » a contribuire a tener la gente lontana dai seggi.
Sia come sia, la Capitale tocca il suo record negativo di partecipazione al voto in una tornata amministrativa: solo il 37,7% all’ultima rilevazione di ieri (ore 22). Che vuol dire quasi venti punti percentuali in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa. E se Roma piange, non è che il resto d’Italia rida. L’affluenza alle urne è infatti precipitata praticamente ovunque attestandosi poco oltre un misero 44 per cento, il che vuol dire quasi sedici punti percentuali in meno rispetto al voto del 2008. Il dato è generalizzato. Riguarda il Nord (Brescia, Sondrio, Vicenza e Treviso registrano flessioni oltre il 20%), il Centro (Pisa -25%, Massa -16%) così come il Sud e le Isole, dove il calo è più contenuto solo perché si partiva da percentuali solitamente assai più basse. Si vedrà oggi, a operazioni di voto concluse, la reale dimensione di questa ennesima crescita dell’astensione. Ma ieri i segnali erano tutti negativi, e tra gli addetti ai lavori (politici e sondaggisti) serpeggiava un certo pessimismo.

La politica, dunque, si conferma malata. E la malattia non solo contagia tornate elettorali in genere meno colpite dal fenomeno (quelle amministrative) ma non è arginata nemmeno dalla presenza diffusa di liste del Movimento Cinque Stelle, che si immaginavano capaci di convogliare la disaffezione e la protesta dall’astensionismo al voto per il loro simbolo. Non è accaduto. E non basta. Per i candidati di Beppe Grillo, infatti, la vigilia non sembrava preannunciare risultati particolarmente brillanti: quasi a riprova del fatto che il movimento del comico genovese non solo non «guarisce » la cattiva politica, ma ne viene negativamente contagiato una volta che – agli occhi dei cittadini – ha con essa contatti troppo ravvicinati.

Sarebbe il caso che si cominciasse a tener conto sul serio (cioè mettendo in campo risposte) della crescita esponenziale del fenomeno-astensione. Occorre ci si convinca che non si è, ormai, di fronte ad una crisi passeggera – è quel che si immaginò al tempo del suo primo segnalarsi: diciamo dopo Tangentopoli – quanto ad una tendenza che pare sempre più inarrestabile. Convincersene vuol dire operare concretamente per rallentare – se non fermare – una deriva negativa e perfino pericolosa: operare varando leggi elettorali e riforme che riavvicinino il cittadino agli eletti e alle istituzioni, e accelerando sul piano del taglio ai costi della politica (mettendo da parte annunci, promesse e inutili populismi).

E non farebbe male lo stesso governo a raccogliere il segnale che arriva da questa sorta di diserzione di massa: il Paese non è fuori dalla crisi e non sta meglio di prima solo perché – dopo mesi di estenuanti scontri e trattative – un governo finalmente è in campo. Conta quel che fa, e come lo fa. Continuare a ripetere ad ogni tornante – che siano le sentenze per Berlusconi o il voto di sette milioni di italiani – che quel che accade «non avrà ripercussioni sul governo » non è un buon modo né per difenderlo né per aiutarne la sopravvivenza. L’esistenza in vita, il governo Letta-Alfano dovrà guadagnarlo sul campo. E la strada, onestamente, appare ancora tortuosa e in salita.


La solitudine dei traduttori
di Bruno Ugolini
(da “l’Unità”, 27 maggio 2013)

Sono donne e uomini che lavorano giorno e notte per poter consegnare in tempo all’editore la traduzione del best seller di moda. E poi magari aspettano giorni e giorni per ottenere un magro consenso. Sono i protagonisti di un’inchiesta voluta da Biblit (Idee e Risorse per Traduttori Letterari www.biblit.it) con un testo a cura di Marina Rullo.

Dichiara uno di loro: «Siamo un po’ stufi degli editori che amano la cultura ma non la pagano o ti parlano di etica e ti danno 9 euro a cartella ». E un altro: «A conti fatti guadagno dai 17 ai 23 euro netti all’ora che mi permettono di vivere, ma non di pensare a pensione e malattie ». Sono moderni precari, insomma, intenti a operare in solitudine, senza un sindacato, senza diritti elementari, nemmeno quello di contrattare le tariffe per i lavori commissionati. Per non parlare di ferie, maternità, malattie, pensioni. L’auspicio dichiarato è quello di far promuovere un’iniziativa simile a quella commissionata in Francia dal Centre National du Livre francese, su sollecitazione dell’Atlf (Association des Traducteurs Litteraires de France).

Hanno risposto al questionario italiano del Biblit 272 individui, di cui il 51,5% traduttori attivi e il 48,5 traduttori professionisti. Il 41% ha indicato una tariffa massima lorda a cartella da 2000 battute oscillante tra gli 11 e i 15 euro e una tariffa minima lorda a cartella da 2000 battute concentrata tra i 6 e i 12 euro.

Racconta un altro degli intervistati: «Una volta che ho chiesto un aggiustamento di 50 centesimi, da 12.50 a 13, (giustificato anche dalla fretta con cui mi richiedevano il lavoro: di solito mi danno un paio di mesi per 250 cartelle, a volte anche meno) la risposta è stata negativa ». E un altro aggiunge: «Credo che oggi le possibilità di negoziazione sulle tariffe siano inesistenti. I committenti ci fanno capire che siamo già fortunati ad averne, di lavoro ». E ancora: «Io quest’anno (2012) ho lavorato pochissimo perché ho rifiutato compensi forfettari che ritenevo offensivi ».

Una delle denunce più ripetute è relativa ai ritardi nei pagamenti. Per il 51% dei traduttori il termine del pagamento è fissato in 60 giorni dalla consegna, ma i tempi di pagamento vengono rispettati solo in un caso su tre.

Commenta uno di loro: «Traduco ormai da più di sei anni. Il vero problema della traduzione, letteraria soprattutto, è che non esiste niente che obblighi editori/teatri/istituzioni o chiunque ordini un lavoro di traduzione a pagare in tempo il lavoro del traduttore, cosa che invece vincola i committenti nei paesi esteri. La mancata puntualità dei pagamenti, tanto frequente da diventare regola, rende praticamente impossibile, per un traduttore, anche soltanto pensare di poter vivere di questa professione ».

Non c’è nessun collegamento poi tra i compensi devoluti e il carovita, l’inflazione, come può avvenire per le buste paga dei lavoratori a contratto o per le tariffe di altri professionisti. Spiegano: «Le tariffe non vengono aggiornate da anni (in un caso sono ferme dal 2004); in più nel 2010-2011 ho lavorato meno… Chi costa dai 15 euro in su non lavora più. Lavora tantissimo chi si fa pagare meno ».

Capita spesso che molti dei volumi tradotti non riportino nemmeno il nome del traduttore, un minimo di gratificazione per chi ha contribuito in modo decisivo alle fortune dell’opera. Così come capita che quell’opera diventi un best seller e venga usato in modi diversi: cinema, teatro, tv. Ne derivano non pochi introiti per l’editore ma senza alcuna partecipazione dei traduttori.

Un andar delle cose che imporrebbe interventi. C’è chi avanza la proposta di «fare fronte comune per alzare i compensi ». Qualcuno però confessa: «Al momento faccio fatica a impegnarmi in qualcosa – un sindacato della nostra categoria – che pur essendo d’importanza fondamentale per il nostro progresso continua a essere disertato dalla maggioranza dei colleghi. Alla fine, la traduttrice e il traduttore sono i primi nemici di se stessi ». Sono voci da ascoltare. Per la stessa difesa delle qualità del libro, bisognoso di queste preziose professionalità. E dove il ricorso al minor costo possibile può avere effetti disastrosi.


Letto 1622 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart