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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Dal diario di Fëdor Savič

18 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I

La mia casa non è in città, ma in campagna, ed è una villa grande e piacevole. Davanti e di dietro si estendono più di diecimila ettari di terra, coltivati a giardino e a bosco. Accanto a me abita Zaràkinev, un uomo importante e socievole, con il quale mi piace conversare. Con lui ho trascorso allegramente molte sere d’inverno. Sua moglie, Sonia Komarenko, e mia moglie vanno d’accordo e si vogliono bene.
Katerina Evanovna non mi ha dato figli, sebbene io l’abbia tanto desiderato, e la nostra casa ora mi sembra vuota e triste.
Non riesco a parlare a lungo con lei, e presto mi annoio e devo uscire; vado a trovare il mio amico Zaràkinev o giro per il bosco pensando. È noiosa la mia vita ed inutile. Sono nato qua e qua vivo da sempre, e non mi sono mai mosso dalla mia città; non scrivo e non leggo molto, e non so parlare; vivo con la rendita della mia famiglia e di mia moglie e fino ad oggi non ho mai pensato a nulla; e tutto mi è indifferente.
Ho deciso di partire e di andare lontano da qui. L’ho detto a Katerina, e lei si è messa a piangere e mi ha detto di volermi bene e di non poter sopportare di perdermi. Ho discusso tre giorni con lei e con suo padre, ma non posso restare più a lungo qui. Ho spiegato questo a Evanovna, ma non mi ha capito; voglio sentirmi libero, le ho detto; sentire l’ebbrezza della libertà; voglio visitare Kiev, Pietroburgo, Mosca, Novgorod, Omsk e andare oltre la Russia, in Cina, in India, in Svezia, in Norvegia, in Turchia, in Italia, e conoscere terre nuove, popoli e lingue nuove, e studiare gli uomini, capire come sono, e quanto sono diversi da me.

II

La posta per il cambio dei cavalli di Gorliak è piacevole. Vi giungo dopo tre giorni di cammino da Varilovo. Durante il viaggio ho incontrato una terribile bufera di neve e ho perso un cavallo. Non so dire dove fossi.
Ero partito in slitta da Varilovo il giorno prima e avevo viaggiato al gran galoppo per tutta la notte, poi cominciò a nevicare, e la neve cadde via via sempre più fitta e a grossi fiocchi. Uno dei cavalli stramazzò improvvisamente, e dovetti fermarmi sotto la tormenta per staccarlo dalla slitta.
Raggiungo la posta di Gorliak verso mezzanotte. La riconosco da lontano, perché ha sopra la porta una grossa lanterna, e la sua luce è l’unica in tutta la grande pianura. Gorliak non è né una cittadina, né un villaggio, ma è semplicemente il nome della posta; Gorliak era stato il nome del suo primo proprietario, e da allora è chiamata così.
Mi accoglie un omaccione di nome Karin, che mi aiuta a scendere dalla slitta e mi invita ad entrare.
«Venite da lontano? » mi domanda; e mi aiuta a togliermi il mantello bagnato e coperto di neve. «Dovete aver camminato molto. »
«Da Varilovo, e prima di Varilovo da Marinkov » rispondo.
Karin è un buon uomo; ha due grandi baffi e un grembiule bianco da oste.
Siedo accanto al fuoco e mi scuoto la testa e gli abiti, Karin mi offre un bicchiere di vodka; poi va a preparare qualcosa da mangiare. Nevica ancora molto forte. Karin è andato a mettere dentro i cavalli, e la slitta.
Uno dei cavalli ha nitrito, poi li ho sentiti entrare piano piano nella stalla.
Il crepitio del fuoco mi piace. Sto proprio sotto il caminetto per riscaldarmi bene, e bevo un altro bicchiere di vodka.
Karin rientra dalla stalla e viene a sedersi accanto a me.
«Avete una bella troika, Fëdor Savič » mi dice. Poi ci mettiamo a chiacchierare e Karin mi racconta della sua vita a Gorliak.
Sento il crepitio del fuoco e la calda e profonda voce di Karin. Il volto di Karin è scavato e scuro; mi parla delle lunghe notti a Gorliak; poche persone vengono a Gorliak e Karin passa tutto l’anno solo e sotto la neve.
Karin si alza e va a guardare fuori della finestra. Nevica ancora molto forte.
«Vedete, Fëdor Savič, tutto l’anno nevica così. Non esco quasi mai dalla locanda. La sera vado a dormire che nevica e la mattina quando mi alzo nevica ancora. L’ultima persona che ho visto è stato all’inizio dell’anno. Era un signore piccolo e magro. Andava a Mosca, e doveva essere una persona importante, perché aveva quattro bei cavalli, robusti e ben nutriti. Mi disse: “Karin Aleksejevič, devo ripartire subito, preparatemi una buona cena e date da mangiare ai cavalli.” Teneva molto ai suoi cavalli, e volle che li pulissi e li spazzolassi ben bene dalla neve e dal fango. Partì un’ora dopo, e durante la cena parlò poco.
Karin va a prendere un’altra bottiglia di vodka e della legna per il fuoco. Il crepitio del fuoco e la voce di Karin sono le due cose che desidero sentire di più. Karin smuove un po’ il fuoco, e la brace solleva un nugolo di faville, poi aggiunge della legna nuova.
Bevo un altro bicchiere di vodka, e mi decido a passare la notte a Gorliak. Fuori nevica troppo ed è da pazzi traversare la pianura di Zaratim sotto quella bufera di neve; poi non ho fretta, e nessuno mi aspetta a Zaratim.
Non so nemmeno se domani andrò a Zaratim, e nemmeno se partirò domani.
Quando mi sveglio deciderò.
Karin mi accompagna di sopra e mi mostra una piccola stanza con una sedia soltanto e un letto; ma fuori nevica e fa molto freddo e ho voglia di infilarmi sotto le coperte.
Karin torna giù in basso. Per lui è sempre presto per dormire. Starà ancora un po’ accanto al fuoco.

III

Ho regalato tutti i rubli che possedevo alla famiglia di Ivan Pilikov, tre anni fa, e ora lavoro nella fattoria del barone Kozinov.
La fattoria ha un prato estesissimo dove pascolano più di mille cavalli, inoltre il barone possiede diecimila ettari a bosco, cinquemila ettari coltivati, più tremila ettari adibiti a riserva di caccia.
Il mio lavoro consiste nell’accudire i cavalli, insieme con altri cento lavoratori. Il barone Kozinov non mi conosce e lavoro presso di lui sotto un altro nome. Ho cambiato nome da tre anni ed ora mi chiamo Olin Turgikov.
Ho un amico di nome Semen Sakirasim, più giovane di me di cinque anni; con lui vado d’accordo e discorriamo parecchio insieme e di molte cose.
Semen è un buon ragazzo e vuole bene alla gente semplice; e molte volte vado con lui in giro per la campagna.
Ho visitato il villaggio di Zarim. Vi abitano duecento anime. Sono molto poveri.
Semen mi porta spesso al villaggio di Zarim ed ora conosco quasi tutti; sono brava gente e mi offrirebbero il loro pane, se lo chiedessi.
I più lavorano le terre del conte Bakilov.
Conosco quelle terre, sono aride e bisogna scavare molto e sudare tutto il giorno per metterle a frutto, e conosco di fama l’avarizia e la cattiveria del conte Bakilov.
Sanno che lavoro da Kozinov; le mie mani sono diventate callose e la mia pelle scura. Ma sono contento di sentirmi così e di essere uguale a loro.
Durante questi anni ho lavorato molto e ho visitato quasi tutta la Russia. Ho frequentato villaggi, locande, case isolate e sperdute nella steppa; la povera gente soffre molto, ed è saggia e buona.
Semen Sakirasim mi assomiglia. È alto, bruno, ha occhi vivaci, parla molto e dice cose giuste. Non gli ho svelato nulla di me, e non lo svelerò a nessuno.
Ieri il barone Kozinov mi ha fatto chiamare e domani dovrò andare sulla collina di Valievka ad arare quelle terre.
Il barone Kozinov non mi piace, e lui mi disprezza, credo.
Ma domani me ne andrò da qui.
Voglio raggiungere Palikim; mi hanno detto che si sta meglio e che vi abita brava gente.
Domani passerò da Semen prima di partire, poi farò visita per l’ultima volta al villaggio di Zarim, e specialmente a mamma Zatovkaya.

IV

Eva Petrovna è una donna forte e risoluta, e la sua conversazione mi affascina.
Ho parlato più volte con lei, a Entak.
Makalov mi disse: «Voglio presentarti una donna che fa al caso tuo. Con lei potrai discorrere e ragionare a lungo, e ti sarà di aiuto, vedrai. » Così venni a Entak, il piccolo villaggio a nord di Tolfgrad, e Makalov mi indicò una donna alta, asciutta, dai capelli lisci e lunghi sulle spalle, e dagli occhi neri, intelligenti e vivaci.
Eva Petrovna è sposata con Michaìl Kutrovič, un contadino alto e robusto, ed ha tre figli maschi, già grandi. Lei lavora a Tolfgrad, e fa la contadina nelle terre di Pavolič.
A Tolfgrad la conoscono tutti, e i contadini si radunano intorno a lei nella cantina di Pëtr Michajlovič Joskin per sentirla parlare.
Un giorno la polizia venne ad arrestarla e la interrogarono a lungo; ma non si trovarono prove sufficienti contro di lei e dovettero rilasciarla.
Eva Petrovna è una donna incredibile, non ha paura di nulla, e i contadini l’amano come amano la loro terra.
Mi accolse con entusiasmo, mi offri del tè, poi mi mostrò la sua casa e il fiume che scorre proprio sotto la casa.
Mi dice che ama la pesca e spesso va a pescare con Michaìl Kutrovič, sopra una vecchia barca. Una volta presero un grossissimo storione, mi racconta, e la sera lo cucinarono e ne uscirono cinque porzioni abbondanti per loro e i tre figli.
I figli di Eva Petrovna sono dei giganti.
Eva mi racconta che sin da piccoli li ha avvezzati a soffrire e a sopportare le fatiche.
La mattina, mi dice, partiamo tutti e cinque e andiamo al bosco di Kazilovo; tagliamo i grossi abeti e li portiamo a casa sulle spalle.
Il più grande si chiama come il padre, ed è un bel ragazzo. Gli altri si chiamano Oleg e Aleksej e sono robusti e alti come Michaìl.
Eva spera di potere un giorno andare fiera di loro.

V

L’amore è la virtù più grande e le altre virtù si completano e si fondono nell’amore. Il mondo è nato e vive grazie all’amore; così la famiglia e la società umana; e tutto ciò che vive nell’amore è perfetto. Devo amare te, perché tu vivi come me nel mondo, e come me hai bisogno di aiuto, di carità e non di odio e di nemici.
L’amore è carità e uguaglianza, perché l’amore non è amore senza la carità, e la carità non è carità senza uguaglianza. Se ho più di te, devo aiutarti a diventare come me e a godere assieme e appieno la vita.
L’uguaglianza è il principio della società perfetta e il regno dell’amore. Nella società dove i membri sono eguali non vi è odio, superbia, invidia, corruzione, né altro vizio.
Nell’amore ogni difficoltà, ogni incertezza, ogni preoccupazione si risolvono; i problemi della nostra società: economici, politici, morali, scompaiono se alla nostra legge, che è debole perché umana, si unisce la virtù divina dell’amore.

VI

Mi ritrovai nel villaggio di Kavin, dopo aver camminato in slitta per due giorni, e vi arrivai stanco e affamato. Kavin è un villaggio antico, fondato da un popolo di pescatori sul mare Artico.
La temperatura è rigidissima e bisogna coprirsi con pellicce e cospargersi la pelle con grasso di foca.
Kavin ha circa cinquanta abitanti; la loro statura è bassa e sono di razza asiatica; pescano e cacciano la foca, la balena, e pochissimi altri animali nordici. Sono miti e ospitali.
Con loro ho pescato la foca.
Per la pesca della foca usano delle barche agilissime, che permettono di manovrare rapidamente quando si incontrano i banchi di ghiaccio.
Uscimmo in mare con cinque barche; io salii con Tokj, Kalič e Madotk. Tokj guidava la barca, mentre gli altri due stavano seduti dietro di me. Mi avevano dato una specie di arpione per uccidere la foca. A Kavin c’è Uskin che li costruisce, e tutti vanno da lui a barattarlo. Uskin è un uomo asciutto, dai lineamenti marcati; costruisce sette o otto arpioni al giorno e per barattare con lui bisogna portargli il grasso e soprattutto la pelliccia di foca, perché Uskin va pazzo per le pellicce. Nella sua casa ne ha più di cinquanta differenti.
Tokj guidava bene la barca. Non andavamo molto a largo per paura dei ghiacci; ma via via ne incontravamo qualcuno. Madotk e Kalič aiutavano allora Tokj a virare la barca. Li aiutavo anch’io, ma sapevo rendermi scarsamente utile.
Tokj si accorse per primo della foca, ma Madotk e Kalič se ne accorsero un attimo dopo. Impugnarono l’arpione. Guardai dove guardavano loro e vidi che l’acqua si muoveva lievemente formando delle bollicine; questo era il segno della presenza della foca. Tokj, Madotk e Kalič aspettarono che affiorasse con il muso fuori dell’acqua, poi Tokj lanciò l’arpione. Madotk e Kalič non ebbero bisogno di lanciare il loro perché il colpo di Tokj fece centro; corsero a dargli una mano per tirare su la foca.
Al ritorno eravamo contenti e cantavamo in mezzo al mare delle suggestive canzoni.
Mi guardavo intorno. Sul mare galleggiavano grosse lastre di ghiaccio; lontano si scorgevano gli icebergs e la loro mole riduceva non poco l’ampiezza del mare.
Noi quattro, la foca, e la nostra minuscola barchetta ci sentivamo piccoli se ci guardavamo attorno. Io avevo freddo e a volte smettevo di cantare per i brividi.

VII

A Jankin di sera si balla in mezzo alla piazza del villaggio. Si accende un grosso falò e gli uomini e le ragazze cominciano a girare intorno al fuoco e intrecciano delle bellissime danze.
Ho notato che gli uomini e le ragazze di Jankin hanno una voce delicata e dolce e le loro canzoni si diffondono nell’aria con armonia.
Polotov è il più bravo danzatore; è lui che dà inizio alla danza e la conclude, Olga Andrevna è la cantante più brava.
Le danze iniziano al tramonto e terminano alle prime luci dell’alba. Si danza due volte al mese, al principio e alla fine del mese.
La piazza del villaggio di Jankin non è molto grande, ed è situata di fronte alla casa di Aleksej Ivanovič, il capo del villaggio.
Il crepitio del fuoco ci fa sentire uniti l’uno all’altro e cantiamo tenendoci stretti, con le mani di ciascuno poggiate sulle spalle dei compagni. Il cielo è pulito e basso e le stelle sembrano vicine.
Polotov si stacca dal cerchio e va vicino al fuoco. Tutti tacciono e Polotov inizia il canto dei pescatori di Jankin.
Ho imparato questo canto e ho impresso nella mente la bellissima voce di Polotov, e il crepitio del fuoco, come pure il silenzio di noi tutti.
Polotov ha finito, Matuskin pizzica allora la sua chitarra e intona una nuova canzone.
Tutti cantano di nuovo e sussurrano, perché la canzone di Matuskin è triste.
Jankin è un villaggio indimenticabile. Conosco ormai i suoi abitanti e mi vogliono bene. Quando arrivai la prima volta mi vennero incontro e mi festeggiarono. Sono stato a pesca con loro molte volte e abbiamo preso due piccole balene.
Ora andrò via da Jankin per visitare l’ultimo angolo che mi resta della Russia. Poi me ne andrò fuori della Russia e visiterò l’Europa, e poi andrò fuori dell’Europa.
La mia vita sarà breve, però.
Sono già vecchio, anche se il mio cuore e le mie gambe sono ancora ben saldi. Sono contento di aver scelto questa vita e ringrazio Iddio di avermi dato la forza di vivere. Qualche volta, però, ricordo la mia Katerina e piango.
Tutti gli uomini sono buoni e spero che un giorno la cattiveria, la corruzione, il vizio scompaiano dalla faccia della Terra: perché è bello vedere gli uomini che vivono insieme, vicini l’uno all’altro, aiutandosi l’uno con l’altro.

 

 

 


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6 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 18 Agosto 2008 @ 21:50

    La mia felice sorpresa nello scoprire un Bartolome scrittore diverso e nuovo, si tramuta ancor più in apprezzamento, dopo questo nuovo racconto. In esso, alla bontà narrativa, fatta di un periodare breve, efficace, essenziale e di una ricca sostanza contenutistica, si aggiunge l’intelligente scansione della trama (come avviene spesso nei romanzi) in vari capitoli, quasi racconti in sé e pur concatenati attraverso una serie di forti riflessioni esistenziali. Mi affascina non poco la tua fantasia, non soltanto per le storie create, ma anche e soprattutto per la tua capacità di creare personaggi di grande spessore umano, tipicamente “locali”, di presentarci ambienti, ben descritti, come se tu li avessi veduti e portati con te (forse li hai visitati?), di aver saputo trovare una serie di nomi inconfondibilmente russi… È per davvero un piacere “assaporare” tale nuovo “aspetto” dello scrittore Bartolomeo, che ritengo ancor più significativo e fruttuoso. È un piacere leggerti.
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Agosto 2008 @ 00:47

    Ancora una volta grazie, Gian Gabriele. Non ho visitato quei luoghi, frutto della mia fantasia oltre che delle mie letture.

  3. Commento by Felice Muolo — 22 Agosto 2008 @ 20:37

    Accidentaccio, Bart. Davvero è tuo questo pezzo? Non è che l’hai copiato di sana pianta da qualche ottimo autore russo per burlarti di noi?
    Se cosi non fosse, beccati i miei complimenti per la tua bravura.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Agosto 2008 @ 21:19

    Grazie, Felice. Il pezzo è mio.
    Li stai leggendo i miei romanzi pubblicati a puntate nella sezione Romanzi e testi a puntate? Mi piacerebbe che qualche lettore mi dicesse qualcosa. Ci vuoi provare tu?

  5. Commento by Felice Muolo — 24 Agosto 2008 @ 11:43

    Più di qualcosa qua e là. Non di più per mancanza di tempo. Mi sono fatto comunque un’idea. Il tuo stile è pacato, sincopato, simile al mio. Quindi posso assicurarti che mi piace. Ma non potrei mai esprimere un giudizio onesto, veritiero nei tuoi confronti. Ti voglio un gran bene per riuscirci. Poi non sono un buon critico. Penso che i critici e gli scrittori abbiano punti di vista differenti riguardo la scrittura. E io mi picco di appartenere a quest’ultima categoria.

  6. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 24 Agosto 2008 @ 12:48

    Grazie, Felice.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart