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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: DESOLINA, NOVELLA PER UN ANNO

7 Gennaio 2011

di Mauro Cristofani
(La sua galleria di quadri qui)

Quando nacque Desolina, ci fu gran festa nella fattoria di Monticchio. Bambina bellissima, le sue fattezze avevano preso il meglio dei genitori Asàr e Rolla. A tre anni era sana e vispa e tutto sarebbe filato liscio come l’olio se l’instabile Rolla non avesse portato scompiglio nella famigliola.
Quindici anni prima, a una fiera di paese, Rolla aveva conosciuto il capocomico della Compagnia del Reticolo, che si esibiva nelle piazze con buffonate e giochi equilibristi. Era un certo Rudlo, uomo maturo che s’invaghì del’adolescente tutta pepe. Senza tanti preamboli, le chiese di sposarlo la sera stessa in cui la conobbe. Rolla non voleva un marito, ma un pretesto per andarsene da casa. Tuttavia non si negò del tutto e lo lasciò sperare, Rudlo cascò nella rete e la portò con sé, promettendo d’insegnarle a diventare una brava equilibrista. Così Rolla senza rimpianto salutò Monticchio.
Come apprendista funambola non deluse, aveva ardimento e coraggio.
Invidia e gelosia serpeggiavano fra i suoi compagni di lavoro, specie in Doronia, la star accantonata. E quando Rudlo propose Rolla per il numero di chiusura dello spettacolo, Doronia illividì dalla rabbia e minacciò d’andarsene su due piedi. Rolla mise in atto le sue arti di seduttrice e Rudlo, intrappolato nella passione, la elesse primadonna assoluta della Compagnia.
La folla accorsa numerosa decretò alla nuova funambola grandissimo successo. Bella e coraggiosa, si esibiva sulla fune sospesa leggera come una libellula, ora reggendosi su una sola gamba e ora su un braccio, abilmente giocando con la paura suscitata negli astanti fingendo di cadere e creando movimenti pericolosi e originali .
Relegata in secondo piano, Doronia umiliata preparò i bagagli. Rudlo l’avrebbe volentieri lasciata andare, se Ivano il pomposo e il prestigiatore Ottilio non avessero subito dichiarato di volerla seguire, facendogli paventare un disastro: impossibile sostituire su due piedi tre reticolanti tanto bravi! Cercò di fermarli con promesse e promesse, ma furono irremovibili: sarebbero rimasti a patto che restasse anche la stizzita Doronia. E Rudlo, con grandissimo dispiacere, dovette sacrificare la sua innamorata.

Con la coda fra le gambe, Rolla tornò a casa, ma ritrovare un modo per andarsene fu ancora il suo unico pensiero.
A una festa d’estate conobbe Asàr, che amabilmente la corteggiò. Era assai più grande di lei, ma le offriva protezione e un tetto sicuro. Le bastava, e accettò di sposarlo.
Asàr poteva dirsi un ottimo partito: carattere solido e affidabile, fattoria in espansione. Non gli importava che Rolla fosse senza dote, gli bastava la bella gioventù della ragazza e la sua buona salute. In quanto al suo passato ribelle, non ne avrebbero parlato più.
Prima di dire sì fece un po’ la preziosa, ma alla fine si sposarono e Rolla divenne la signora fattoressa.
Asàr, paziente, le perdonava ogni capriccio. Specialmente dopo la nascita di Desolina, avvenimento che completò la sua felicità.
Invece fu da quel giorno che Rolla cominciò a cambiare. In lei s’insinuò il germe dell’insofferenza. Le responsabilità aumentate e il tempo da dedicare a sé diminuito, le fecero tornare la voglia di evasione. Amava Desolina, era la sola ragione che la faceva rimanere. In questo altalenante stato d’animo visse ancora tre anni…

…Finché nella piazza di Monticchio tornò a esibirsi la Compagnia del Reticolo. Nel rivedere i vecchi compagni il passato riemerse come un’ondata impetuosa. Quando Asàr le vide una strana luce negli occhi sentì una spina conficcarsi nel suo cuore. Fu come risvegliarsi da un lungo sonno e capì che Rolla l’avrebbe abbandonato.
Se ne andò due giorni dopo, di notte, quasi furtiva, senza svegliare Desolina che dormiva. La sfiorò con un bacio, poi uscì di corsa dileguandosi nell’ombra. La bimba, nel sonno, si passò la manina sulla guancia e con quel gesto ignaro s’asciugò una lacrima.

I giorni seguenti Asàr fu un pupazzo senza carica, un automa, un sonnambulo, un corpo misero senza più volontà.
Trascurava l’andamento dei campi. Ma quando un uragano danneggiò i frutteti i lavoranti reclamarono la sua presenza. Allora si scosse dal suo stato apatico e con mano ferma tornò a fare il suo dovere.
Alvina, sorella nubile di Asàr, gli venne in aiuto e prese in mano le redini della casa.
Desolina domandava spesso della madre, ma poiché riceveva risposte sfuggenti e vaghe, preferì non chiedere più nulla. Ma ad Asàr non sfuggiva lo sguardo della bambina quando guardava il ritratto di Rolla, e in entrambi era il medesimo strazio.

E’ passato del tempo, quasi un anno da quando Rolla se n’è andata.
Un giorno, in vista della Festa dell’Uva, i Reticolanti tornano a Monticchio.
Asàr non va nella piazza a veder l’esibizione, si tappa in casa fingendo d’ignorare lo strombazzare della carovana che passa laggiù nello stradone in una nuvola di polvere.
Quella stessa notte, avverte una strana ansietà, tarda a coricarsi.
Ad un tratto, un toc toc lo fa sobbalzare. Scende al pianterreno facendo a due a due gli scalini, apre la porta e appare lei, Rolla. Le tende le mani, istintivamente, ma lei evita il suo sguardo ed entra in casa.
Nel vedere quel regno in cui un tempo fu sovrana il cuore le trema, ma solo per un attimo. “Dorme?…” domanda. “Non la svegliare” dice Asàr in un soffio.
Non la sveglia, la guarda muta.
Malvina sopraggiune, si stringe al fratello come a infondergli conforto.
Rolla fa un’ultima carezza alla bambina, poi di scatto raggiunge l’uscita a passi rapidi evitando lo sguardo dei presenti.
Asàr la guarda sparire nell’ombra e si meraviglia di non provar dolore, come se dentro al petto non avesse più nulla.

Desolina ora ha cinque anni, è allegra e gioiosa, ma mutevole. In certi giorni la limpidezza del suo sguardo s’appanna e diventa ombrosa, il suo fare capriccioso e insofferente. Sono i giorni in cui la spina nascosta fra le pieghe del suo cuoricino le fa più male, ma è ancora troppo piccola per spiegarne la causa. L’affetto del padre e di Malvina danno il calore necessario alla sua giovane vita, facendo sì che quei momenti siano sempre più fugaci.
I lavoranti della fattoria sono incantati dalla sua amabilità, dal garbo con cui si rivolge a loro quando li incontra sull’aia, capace di spargere un soffio delicato fra la loro rudezza. Per tutti ha una mossa civettuola, un sorriso birichino, una parolina ricercata; reginetta della fattoria, si bea di esserlo.
Gli animali sono i suoi compagni di gioco preferiti: il cane Alonso, guardiano in carica sempre all’erta che fiuta l’avvicinarsi d’un ospite indesiderato lontano un miglio; il gatto Nerone e la micia Cleofina, sempre intenti a scodellar nidiate di cuccioli miagolanti; l’oca Genì, capitana d’una squadra d’anatre zampettanti; la famiglia delle tartarughe, trincerata fra le succulente verdure; i conigli grigi, eternamente ruminanti nei gabbioni; i coloratissimi uccelli esotici della voliera; i pesci dorati, che sguazzano nella vasca in fondo al cortile; la comitiva dei tacchini dai bargigli rosso fuoco; le galline faraone, sempre beccheggianti; la chioccia Armida, adagiata nella cova; la pavoncella Didì…Tutti, tutti gli animali della fattoria sono amici della piccola, ognuno di essi la segue ovunque, ansioso di ricevere da lei un buffetto affettuoso, un bacio fuggevole, un sorriso.
Soltanto i due superbi pavoni Mingo e Padù restano in disparte, statuari nella loro alterigia; spostandosi lentamente a causa delle lunghissime code, oppure appartandosi tristemente, per la mancanza d’una compagna da corteggiare.

Fra i lavoranti della fattoria, i fratelli Paccio e Burrino si fanno notare per star sempre l’uno appresso all’altro. Muovendosi in sintonia e parlando all’unisono creano davvero un effetto bizzarro per gli astanti. Fisicamente però sono diversi: Paccio ha un viso cavallino perforato da occhietti spiritati, gambe e braccia sproporzionate al corpo breve e una testona un po’sgraziata; Burrino, invece, è ben fatto e ha un viso che ispira buonumore e simpatia.
Poi c’è un altro giovane capitato lì a mendicare e assunto da Asàr su due piedi per averne ricevuto un’ottima impressione. E’ un ragazzo bellino sui tredic’anni, fisico asciutto e viso arguto in cui spiccano gli occhi, d’una strana trasparenza d’azzurro. Per i suoi capelli irti e giallini come steli di grano maturo qualcuno l’ha chiamato Paglia, e Paglia gli è rimasto.
Desolina è pazza di lui. Sono sempre in qualche angolo della fattoria a parlare fittamente fra loro, ridendo spesso e scambiandosi sguardi d’intesa. Diventano inseparabili.
Il fattore ne è contento, da quando c’è Paglia la figlioletta appare spensierata. Dal canto suo, dà fiducia al ragazzo e gli affida compiti in cui necessitano inventiva e destrezza.
Malvina, in principio, non aveva visto di buon occhio quell’amicizia, essendo Paglia tanto più grande della nipote, ed era pur sempre un sottoposto. Ma poi ha dovuto arrendersi alla simpatia e al fascino misterioso che emana il ragazzo. Così, ogni giorno organizza merende per lui e Desolina.
Ben presto il fattore non lo manda più a lavorare nei campi e finisce per considerarlo uno di famiglia.
Desolina è contentissima della considerazione che la zia e il padre hanno per Paglia. Ma Asàr vuol farla ancora più contenta e alloggia il ragazzo stabilmente in casa, proprio nella camera sopra quella di lei. L’eccesso di entusiasmo e l’emozione ricevuta da questa novità provoca nella bambina una febbre improvvisa che la confina a letto per un’intera settimana.
Ogni sera prima d’addormentarsi, Paglia con un’asticella picchietta il pavimento: è l’ultimo saluto della giornata che dà all’amica della camera sottostante, a cui ella risponde dando due colpetti alla parete.

L’estate esulta, è nel suo maggior fulgore.
Paglia si assenta sempre più a lungo dalla fattoria, passa fuori molto del suo tempo libero. Desolina vorrebbe sapere dove va e lui si decide a raccontarle tutto. Ha scoperto un luogo bellissimo, dove si respira un’aria magica: un prato circolare sorvolato da incredibili farfalle d’ogni specie, dove i fiori e le erbe hanno colori mai visti…
La bambina lo ascolta estasiata, poi corre dal padre e gli chiede il permesso di poter andare l’indomani con Paglia al prato delle farfalle. Asàr fa promettere al ragazzo di tornare prima del calar del sole.

I due amici camminano fianco a fianco per stradine e viottoli, attraverso campi e frutteti, su sponde di ruscelli e lungo filari d’uva, canticchiando all’unisono un ritornello in voga…

Fioredigiglio
Quando ti guardo tu ti fai vermiglio
Allora un’altra strada io mi piglio
Fioredigiglio…

Continuando poi con Fioredirosa, di margherita, di tulipano e chi più ne ha più ne metta, ogni fiore con la rima adatta alle varie occasioni amorose.
…Finché vedono spalancarsi davanti un magnifico tappeto erboso circolare sparso di fiori e arbusti, ondulato da una brezza lieve nella cui scìa svolazzano miriadi di farfalle.
I due si sdraiano nell’erba, rapiti da un istante incantato.
In lontananza, una casina pare appoggiarsi al leccio che la sovrasta come a chieder sostegno.
Desolina sta per fare domande, ma mentre egli apre bocca per rispondere sopraggiunge uno sciame di farfalle che comincia a roteare intorno, festoso. Alcune portano al dorso macchie vellutate d’un nero profondo, altre sono sparse d’acidi verdi, di rossi vermigli e di bianchi smaglianti, o hanno toraci fiammeggianti giallo oro simili a mappe. Voli innumerevoli giungono da ogni dove, a poco a poco infittendosi e ostruendo ogni visibilità. La bambina è impaurita ma Paglia la stringe a sé rassicurandola; finché le farfalle, stanche della loro esibizione, si dileguano nell’aria.

Dopo un po’, l’attenzione di Desolina torna alla casupola. “Andiamo a vederla!” esclama impaziente e curiosa. “Ricordati della promessa che abbiamo fatto a tuo padre” dice Paglia. “Fra poco sarà notte, dobbiamo ritornare”. Infatti le ombre s’allungano e spira un venticello frizzante.

A cena, Desolina racconta entusiasta l’avventura, talvolta esagerando gli avvenimenti. Asàr ascolta divertito e un po’ incredulo. “Non conosco questo prato delle farfalle” dice, “eppure confina coi nostri poderi”.
Quella stessa notte, mentre insonne si rigira nel letto, il fattore ripensa a quel prato; ma soprattutto alla casupola del leccio, e prova una vaga e inspiegabile inquietudine…

Pochi giorni dopo accade un fatto nuovo: ci si accorge che dalla stanza delle provviste stanno sparendo i cibi. I visi si fanno scuri e preoccupati, eccetto quello di Paglia: sereno e sorridente come sempre, pare ascoltare un accadimento già saputo, previsto da un disegno segreto.
Asàr e Malvina pensano che i responsabili siano i topi. “Si sapeva che son furbi” brontola Malvina, “ma non avrei mai creduto che potessero fare questo bel lavoretto, e senza lasciare nemmeno un briciola sul pavimento”. “Devono essere topacci belli grossi” rincara Asàr, “per potersi caricare in groppa tanto ben di dio”. “Una masnada di saccheggiatori, giuro che avranno quello che si meritano!”incalza Malvina. Ma al momento questa è solo una speranza, perché i due fratelli non saprebbero proprio come affrontare l’improbabile orda affamata.
Desolina ascolta un po’ impaurita quei discorsi, mentre Paglia sorride vagamente.

Quando i due amici tornano al prato delle farfalle, trovano una nuvola immensa d’ali variopinte che si sposta compatta sopra il verde e fra gli arbusti, così fitta da oscurare il sole. Certi insetti si distaccano dal nugolo più denso esibendosi in evoluzioni a raggiera, a spirale, planando poi sull’erba per risollevarsi all’improvviso.
Paglia fa notare all’amica i voli più bizzarri e singolari, e la furbizia che ha una farfalla nel difendersi: è un esemplare bellissimo che, per sfuggire a un uccello predatore, con mossa scaltra alza le ali mostrando solo la parte inferiore bruno-opaca del suo corpo confondendolo con la vegetazione circostante; e un’altra che, per salvarsi da un rigogolo ghiottone scende in picchiata verso il suolo cambiando direzione all’improvviso e confondendo astutamente il proprio corpo con l’ombra, rendendosi così imprendibile.
Paglia conosce a menadito le abitudine delle farfalle di quel prato. Le ha imparate durante le lunghe ore passate disteso sull’erba, osservando la vita pulsare intorno e perdendosi in mondo fantastico. E’ stato in uno di quegli istanti che ha percepito un segnale, un’eco misteriosa che lo nominava il tramite d’un incontro, il messaggero d’una felicità perduta e ritrovata. Ma di questo non parla a Desolina.

“Andiamo alla casina del leccio!” grida la bambina eccitata, scuotendolo dai pensieri.
Il prato è tornato silenzioso, le farfalle sparite.
“S’è fatto tardi, ci andremo al prossima volta”. “Giura!”. “Giuro”. E nello sguardo dell’amico legge qualcosa di più d’una semplice promessa.
All’alba del giorno dopo, la gente della fattoria viene svegliata di buon’ora da un fragor di grancassa e di tamburi, di gente che canta a squarciagola.
Asàr balza giù dal letto, presagendo l’avvenimento che di lì a poco sentirà annunciare. Si celebra la vendemmia, l’ultima occasione per la gioventù d’innamorarsi, e in piazza si fa festa con la Compagnia del Reticolo. Rolla, ancora lei a Monticchio!
Asàr s’abbandona allo sconforto e piange. L’antica ferita, mai rimarginata, stilla gocce amare di rimpianto. Eppure, anche se assai timidamente, alla fine gli si riapre il cuore alla speranza e decide d’incontrare la moglie quella sera stessa, dirle che l’avrebbe perdonata se fosse tornata in famiglia.
Lascia liberi tutti i lavoranti, vadano pure a divertirsi. Paccio e Burrino sono fidanzati di fresco, questa è l’occasione per mostrare a tutti le loro belle. A vederli andare verso lo stradone che porta al paese, così vestiti di scuro, sembrano due becchini in libertà.
Malvina rispolvera l’abito migliore, Desolina il vestitino più sgargiante e Paglia indossa il suo bel completo blu che lo fa apparire un figurino. Asàr s’acconcia come si conviene a un uomo d’età, con la sola nota sfiziosa d’un fine bastoncino da passeggio terminante con puntale di rame, il suo metallo portafortuna. E di fortuna questa sera ne avrà molto bisogno.

Salgono tutti sul calesse, e al primo schiocco della frusta il cavallino Elmo parte con trotto sostenuto. La falce lunare s’accende, nella campagna circostante è tutto un chiamare e rispondersi degli animali che si cercano s’inseguono si trovano nell’ànsimo dei desideri. Nell’aria, s’avverte il pulsare d’un fremito, un sentore carico d’attesa.
Quando arrivano in piazza, la festa è al suo culmine e lo spettacolo dei reticolanti sta per cominciare. Sistemati cavallo e calesse, ora bisogna farsi largo fra la folla e trovare un posto da dove ci sia una buona visuale.
I trombettieri danno inizio allo spettacolo, fra un boato d’evviva. Avanza il capocomico, certo Angone, che dà il benvenuto agli astanti. Sopraggiungono i buffoni e tutti ridono ai loro sciocchi lazzi; seguono un moro tatuato tutto muscoli che s’infila in gola la spada suscitando un ooooh! di raccapriccio, Birù il domatore di pulci, una moffetta ballerina che volteggia e piroetta e i fratelli Andalusi che s’intrecciano fra loro in una pantomima di mosse eleganti; chiudono la parata tre nani saltatori che si esibiscono in un siparietto umoristico.
L’entusiasmo degli spettatori è al culmine. Due reticolanti iniziano a stendere la fune per il numero finale, quello più atteso dei funamboli. Cresce l’ansia di Asàr, è il numero di Rolla e il cuore gli trema. Malvina avverte la sua emozione, si stringe al suo braccio.
Angone annuncia il nome dei due acrobati… Marius e Marikopa! e appaiono una donna bionda e un uomo giovane e aitante. Asàr guarda Malvina, allibito e incredulo. La sorella, è più stupefatta di lui, è senza parole.
Un pensiero terribile attraversa la mente di entrambi. Asàr cerca di riprendersi dallo smarrimento e facendosi largo tra la folla raggiunge il carrozzone di Angone. “Dov’è Rolla? chiede concitato prendendolo per il bavero della giacca. “Dov’è mia moglie?
Angone lo allontana, gli fa cenno di calmarsi commiserandolo con lo sguardo. “Non è più con noi…” E aggiunge in fretta: “Era troppo ambiziosa, voleva primeggiare ad ogni costo, osava sempre di più, sempre di più. Fu pazza a tentare l’esercizio del pendìo, non c’era mai riuscito nessuno!”. “Noooo!” grida Asàr disperato. “Non è morta, s’è rotta una gamba” spiega Angone. “Poi è sparita e dove ora sia non lo so!” Quindi si sottrae da quel colloquio angoscioso e scappa verso il centro della piazza dove sta per terminare il numero dei funamboli.
Asàr è accasciato su se stesso. Lo spettacolo è finito, la piazza si svuota. I familiari lo trovano così, lamentoso come una bestia ferita. Tuttavia cerca di risollevarsi per non impressionare Desolina. Alla sorella racconterà tutto quando saranno da soli.

Ma le sorprese non son finite, perché il destino bizzarro e capriccioso seguita a ricamare la sua tela divertendosi a comporre intrecci strampalati.
Tornati alla fattoria, vedono un’ombra furtiva sgattaiolare fra i cespugli. E’ un ometto buffo e filiforme che porta un sacco pieno sulle spalle. Asàr fa per inseguirlo, ma quello sparisce nell’oscurità.
“Ecco il birbante ladro che ruba i cibi!” grida Malvina con gesto rabbioso. “Altro che i topi!”. “Se l’acchiappo lo faccio a pezzi!” gli fa eco il fratello.
Asàr, più tardi, rivela a Malvina il tremendo incidente capitato a Rolla, piangendo senza più ritegno. La donna cerca di consolarlo come meglio può e gran parte della notte passa in questo modo.

In quanto al ladruncolo, si capirà poi che, minuto com’era, riusciva benissimo a passare dalla finestrella che arieggiava la dispensa. Lo cercheranno in lungo e largo, ma inutilmente.
Però adesso Asàr non si fida più a mandare in giro da soli i due ragazzi e decide d’accompagnargli al prato delle farfalle.
E’ un giorno chiaro e luminoso. Di malavoglia, l’estate muore lasciando memorie di cieli e di stelle, di serate all’aperto e di giorni perduti.
Arrivano al prato circolare e Asàr subito avverte l’aria speciale che vi si respira, le vibrazioni quasi magiche…
“Guarda, papà, arrivano le farfalle!” la voce gioiosa di Desolina lo scuote dall’incanto. Uno stuolo d’insetti colorati sopraggiunge sopra le loro teste come a dare il benvenuto. “Ecco la farfalla più grande del mondo” dice Paglia indicando un esemplare magnifico dalle ali orlate di nero e cosparse di ocelli dorati. Poi ne indica un’altra: “Quella è la farfalla più piccola”. D’un blu finissimo e fosforescente, e così minuscola che a stento si può scorgere.
Quelle che divertono di più Desolina sono certe farfalline che le volteggiano fra i capelli, capricciose e inafferrabili. Hanno colori singolari: acri gialli, aureole blu e celesti, rossi fiammanti e sotto i raggi del sole irradiano bagliori d’incantevole soavità.
Pare che tutti gli sciami di farfalle si siano dati convegno nel prato, che vogliano festeggiare questo giorno.

“Guardate laggiù!” è ancora la voce di Desolina che rompe l’estatica ammirazione.
Poco lontano, appare il filiforme ladruncolo della fattoria che trotterella con un sacco sulle spalle verso la casa del leccio. Subito Asàr gli corre dietro seguìto dai ragazzi, ma quello non sembra impaurito e si volta a guardarli sorridendo, invitante.
Arrivato alla casa del leccio, l’ometto entra lasciando l’uscio aperto. I tre inseguitori s’arrestano un po’ incerti, poi Asàr entra deciso. I due ragazzi odono un grido, e un nome… Rolla! poi un altro grido soffocato… Asàr! e i loro cuori capiscono ancor prima di vedere la scena.

Rolla è seduta in un angolo e guarda tutti con tristezza infinita. Ha le mani abbandonate sul grembo, il suo volto è pallido e percorso da pieghe fitte e sottili. Un sorriso amaro le increspa le labbra e gli occhi, un tempo luminosi e vivissimi, sono ora due stelle spente, disseccate dal pianto. Dall’orlo della sottana spuntano i piedi inerti, come due alucce ferite… Alle sue spalle, l’ometto guarda gli astanti immobile e severo e loro capiscono che lui è stato il fornitore del sostentamento per la povera donna sola e inferma.

Asàr si china e abbraccia la moglie, ritrovata dopo tanto patire. La stringe forte a sé senza nulla chiedere, in silenzio, baciando le sue lacrime con gesto di pace e di perdono. Desolina si rifugia in quell’abbraccio, balbetta la parola dolcissima e mai dimenticata “Mamma..mamma…” ripetendola mille volte, senza stancarsi mai.
Fra gioia e smarrimento, così trascorrono un tempo indefinito, lontanissimi dal mondo…
Quando vi ritornarono, Paglia non c’è più, l’ometto è sparito.

In lontananza, s’ode una voce amica che canta

Fiorediglio
Quando ti guardo tu ti fai vermiglio
Fiore di giglio…

Ma quei tre, ora, non possono pensare ad altro che alla loro felicità.


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2 Comments

  1. Commento by claudio grosset — 7 Gennaio 2011 @ 08:22

    In questa favola delicata incontriamo diversi e controversi sentimenti, l’amore che non è amore ma… l’ambire ad un’approdo in un porto sicuro, la libertà che ci appare come soluzione di felicità ma anche smarrimento e solitudine, l’adolescenza dove c’è l’amore per tutto, gli altri, gli animali, le cose, il mondo. Quindi Il tempo, l’apprendimento saranno forieri di amicizia, stupore, di colori estatici e mutevoli “fioredigiglio… vermiglio”, di magiche velleità come lo spensierato volo delle farfalle su un prato circolare e di certezze tangibili come “…la casupola del leccio” che, solo la mano dell’uomo ha saputo costruire. E dopo aver toccato e raccontato il fondo del dolore e della rassegnazione, pare dirci amabilmente Cristofani, c’è sempre un barlume di speranza per infine  ritrovare  (“quei tre”) se stessi e… gli altri!

  2. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: DESOLINA, NOVELLA PER UN ANNO — 7 Gennaio 2011 @ 08:29

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