di Nicola Dal Falco  

1 °aprile ’89 – tempio di Giove bambino a Terracina (rondini)  

Ho incontrato un architetto dall’accento tedesco che disegnava dei torsi antichi nel precario museo di Terracina, ricavato al piano terra di una torre.     Ha modi gentili, un abbigliamento casalingo, capelli bianchi, un tempo biondi, piantati fitti intorno alla fronte come ciuffi di canne; una bocca ben disegnata, occhi liquidi e una parola impastata, leggermente claudicante per via dell’inflessione nordica e di una certa   lentezza nel concatenare le idee, quasi le dovesse prima disegnare con riga e squadra. Abita sulla piazza, all’ultimo piano di palazzo Venditti, sopra un arco a sesto acuto.
Tutta la piazza è ricoperta di lastroni di marmo: un salone aperto, sotto il cielo. Gli chiedo se esiste qualche libro che descriva il culto di Giove bambino. Mi risponde in maniera vaga con un pizzico di rammarico. Lo ringrazio e ci salutiamo. Ma poco dopo ritorna e questa volta gioco fino in fondo. Lo invito al bar; si impunta per offrire lui il caffè. Non passa molto e mi chiede se credo alla rabdomanzia. Ci siamo. Mi dichiaro interessato senza riserve. Lui sembra crederci e probabilmente non gli importa più di tanto. Mi racconta che a   Terracina,   come in altri centri antichi, convergono delle linee che i rabdomanti sanno seguire.
L’intersezione genera un campo di forze, un punto d’attrazione verso il basso, pulsante, un eco che risale in cerchi concentrici, facendo vibrare i nervi dei sensitivi. Con un sorriso, che è forse la cosa più bella dell’incontro, mi precisa che queste cose non le ha studiate direttamente ma solo sentite dire da amici; in particolare da uno che vive a Zurigo e ha scritto un libro elencando tutti i luoghi posti sulle vie dei rabdomanti. Ancora una volta mostra la sua umanità dichiarando che gli piace imparare, curiosare evitando sistematicamente di cadere nell’erudizione.
Il succo della conversazione è però un altro. La rivelazione arriva un po’ per caso. Come vedevano il mondo gli antichi? Non usavano la prospettiva, non certo per ignoranza ma perché forse non gli bastava. La prospettiva è infatti un fascio diretto verso un punto come il fascio di luce di un riflettore.
Entro il suo raggio tutto è ordinato all’infinito. Se però vogliamo anche includere nelle visione oggetti, punti di riferimento disposti su trecentosessanta gradi la prospettiva ci limita. Siamo allora costretti a collocare tutto su un’unica superficie, ponendo i vari elementi sullo stesso piano d’importanza. A questo ragionamento che era venuto fuori con il caffè, nel   bar della piazza, di fronte al proprietario messo a disagio dal tono ispirato della conversazione, segue uno splendido esempio. La visione globale, l’architetto l’ha percepita osservando i mosaici romani e le antiche mappe.  

Suburra  

Un vecchio locale Vino e cucina, alla Suburra, rione popolare di Roma,   già ai tempi dei Cesari. Uno degli ultimi posti dove i tavoli hanno tovaglie di carta per il piacere dei clienti che giocherellano con la penna aspettando l’abbacchio scottadito o i carciofi alla giudia. Sto insieme ad un architetto e a un giornalista della radio visti per la prima volta tre ore fa.
Al tavolo accanto sono anche in tre: due pensionati che sbuffano approvando quello che dice con foga etilica un uomo alto, lo sguardo intelligente e ormai velato. Ex attore, baffi e pizzo, parla alternando un tono profetico, a momenti violento, con propositi umili e frasi ossequiose, teatrale insomma.
In questa spelonca, la credenza e una tenda montata su anelli di ferro separano la cucina dalla sala. Meglio non indagare. Il grasso e la fuliggine che impastano la piccola ventola incutono rispetto. Volat aetas.
Il padrone, secco e calvo, indossa una giacca bianca disegnata da un geografo impaziente. Tra isole, penisole e promontori vi si riconoscono tutte le voci del menù; però è gentile e tratta tutti i clienti con amore esclusivo. Qui, venivano a mangiare i ragazzi di via Panisperna, tra l’università Angelica e via dei Serpenti. Giovani fisici, come Fermi e Majorana che con i propri studi, durante gli anni trenta, gettarono le basi della fusione atomica.
L’architetto ha spostato il piatto e si è messo a disegnare una testa di leone, un elmo, il Colosseo visto dall’alto e di sbieco dentro una ragnatela di linee, antichi tracciati stabiliti dai sacerdoti etruschi. Con un pennarello 0,5, derapando sulla tovaglia ormai piena di schizzi ci ha raccontato una storia di coincidenze. Tempo fa lavorava a Venezia, aveva fatto delle ricerche sulle origini del teatro a scena fissa, scoprendo che prima della famosa Loggia di Alvise Cornaro a Padova, utilizzata da Ruzzante come palcoscenico per una sua commedia villanesca, Fra’ Giocondo, architetto civile e militare, in una villa veneta, circa quindici anni prima, aveva già pensato ad una struttura permanente. Trasferito a Roma, trascurò la ricerca iniziata ma, fatto curioso, il suo nuovo ufficio si trovava in un convento ristrutturato dove anche Fra’ Giocondo aveva soggiornato. La stanza, un’ex cella monacale, aveva due scrivanie.
La sua e quella di fronte occupata da una donna   sulla quarantina. Solo dopo un anno di convivenza seppe che la collega era l’ultima erede di una villa sul Brenta, villa e biblioteca dove esisteva un fondo di manoscritti che avrebbe potuto chiarire la paternità di Fra’ Giocondo per quanto riguardava la scena fissa.  

19 maggio ’89  

Con quell’espressione che ti è congeniale: alzando appena gli occhi al cielo e piegando le sopracciglia a V, mi dicevi che gli spiriti guida esistono davanti ad un’insalata e una sigaretta. Era mercoledì, pioveva e i tuoi capelli, neri lapilli, sfavillavano. Il pomeriggio stesso ne ho avuto la sensazione, gli spiriti guida esistono, magari sotto forma di librai.
C’è una piccola libreria esoterica tra la tomba circolare del Pantheon e la chiesa di Sant’Eustacchio. Si affaccia su una strada di passaggio a forma di imbuto, una piazza abortita. Dentro puoi incontrarci spesso, sprofondato in una sedia, nell’angolo più buio, un druido con il cognome ceko, Hasek, Alto, biondo con due ciocche venate di bianco posate sulle tempie; lo sguardo d’acqua, limpida e in movimento tra i sassi. Ha un leggero accento emiliano, giusto una punta, appena una cifra aristocratica che rende più speziato ciò che dice. Gli ho chiesto se conosceva uno svizzero, di Zurigo, che aveva scritto un libro sulle vie dei rabdomanti, elencando le città cresciute nei punti di intersezione dove si generano campi di forze, come un eco che risale in cerchi concentrici.
Non conosceva il libro ma mi offriva un indirizzo: la chiesa dei Gesuiti di Sant’Ignazio. Un certo padre Bordone, morto da poco, si era occupato parecchio di queste faccende e aveva riunito una specie di cenacolo. «Sicuramente qualche confratello, tra i vecchi, fu coinvolto nelle discussioni e si ricorda ». Eravamo già in una dimensione gotica. Il viandante incontra un eremita che tira appena fuori il braccio dalla sua spelonca per indicargli la strada. Il suo sorriso, che può apparire come la suprema ricompensa, è in realtà una sfida, un rilancio. Sulle labbra si disegna soavemente la certezza di non essere arrivati. Un gesuita morto, dei confratelli invecchiati, forse qualche giovane ardente che ne aveva raccolto gli insegnamenti; là ad appena cinquecento metri, vicino al Corso eppure remoto.
Mentre Hasek rispondeva al telefono con la sua voce cannellata mi sono avvicinato all’entrata; una luce indecisa rimbalzava dai muri e dall’asfalto bagnato. Sul cristallo impolverato della porta, accanto ai corsi di arco giapponese e di cucina indiana, c’era un manifesto che riproduceva la grande ruota con le case astrologiche. Sembrava girare vorticosamente. Tra i raggi che dividono e trafiggono il cielo astrale leggevo cosa dovrebbe contenere lo spicchio affidato alla Vergine e al Sagittario. Per te il segno della purezza e del servizio: la rinuncia, l’esperienza e l’adempimento.
Per me sotto il segno delle aspirazioni: l’illuminazione, l’esplorazione e la devozione. L’unico modo per far coincidere questi indizi mi sembra sia quello della devozione che si avvicina a concetti come la purezza e il servizio. La devozione di cui sono capace nasce però da un’illuminazione, in questo caso da una settimana di passione in Venezuela. Contro di questa basta invocare, per un attimo, l’esperienza che finisce sempre per avvolgere le cose nel sudario della rinuncia, abbattendo ogni aspirazione. Ho quasi finito. I tuoi occhi mi lasciano senza fiato, la tua pelle mi serpeggia addosso. La tenerezza sparsa sul letto al dodicesimo piano di un albergo mi riaffiora in petto come sotto i colpi precisi di una zappa.
Finita la telefonata, il druido è andato a cercarmi un libro che avevo intravisto mesi prima. Era un quadernetto azzurrino che teneva insieme una quarantina di pagine, un breve saggio sul nome segreto di Roma. Argomento ozioso, per certi versi impossibile, perché quel nome innominabile, pena i peggiori disastri, è stato ostinatamente   nascosto per secoli e forse irrimediabilmente perso.
Naturalmente l’ho comprato. Ero commosso, Roma aveva un nome profondo che pronunciandolo ne dissolveva l’anima con un soffio, la prudenza degli antichi, che qualcuno può scambiare per superstizione, è la più grande prova d’amore nei confronti del mondo.    

dicembre ’89  

C’è una ragazza nello scompartimento vestita diligentemente: scarpe basse, giacca blu, pantaloni di flanella grigi. Ha un filo di perle al collo e una piccola coda di cavallo stretta da un nastro di velluto nero. Le mani sono ampie e forti, le unghie larghe da uomo, tagliate a triangolo. Legge con la testa abbassata, il naso sul giornale. E si gratta, si gratta con rabbia appena repressa ogni centimetro di dito. Uno alla volta dieci dita, mestamente e voluttuosamente, senza speranza di potersi controllare a lungo, ricominciando ogni volta.
Si gratta cercando di sradicare il prurito, inseguendolo sottopelle. Ma quello segue i sui sentieri tortuosi come una talpa. Al culmine del tormento, sempre piegando la testa sull’articolo, passa il dito velocemente, da destra a sinistra, contro i denti. Il fastidio si muta, per un attimo, in piacere. La pelle è spaccata e rossa come dal gran freddo. Che sforzo riuscire a star zitta!
Messo via il giornale, ha aperto un’agendina, scrivendo due colonne di parole. Dopodiché ha disegnato cornici intorno alla data e ai santi della pagina. Il tentativo di dimenticare il prurito riesce per un po’ ma è difficile far scomparire un paio di mani. Te le ritrovi sempre davanti. Adesso si è piegata in due, mettendo quasi la testa in mezzo alle ginocchia. Sotto la pelle, il prurito si è raggrumato in protuberanze piccole e dure, grandi come noccioli di ciliegia. Al mignolo della mano destra porta una fede e un grosso anello tutto d’oro.

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Commenti

Una risposta a “Diari”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Quadri a varietà di temi, disegnati con perizia formale e sostanziale. L’eleganza e la forza delle immagini si uniscono alla profondità concettuale. Pare, a tratti, di assistere ad una trasfigurazione del reale. E ciò costituisce elemento fondante della creatività. Si colgono nessi che legano materia e spirito.
    Di notevole pregio anche le descrizioni, puntuali, quasi “tattili”, dei personaggi. Consistenti, emblematiche, suggestive le tematiche in oggetto
    Gian Gabriele Benedetti