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LETTERATURA: “Dietro il Sahara” di Enzo Barnabà, Philobiblon edizioni, 2005

22 Giugno 2008

di Francesco Improta

Prima di accennare ai racconti compresi in questo volume vorrei spendere qualche parola sull’autore e sulla Casa Editrice, che lo ha pubblicato.
L’autore, Enzo Barnabà, originario di Valguarnera Caropepe, si è tra ­sferito all’inizio degli anni ottanta nell’estremo lembo della Riviera ligure, dove ha svolto non solo la sua professione di docente di lingua e letteratura francese, ma anche una feconda attività di operatore culturale. Militante in campo politico e sindacale, ha fondato il Circolo Pasolini, a Ventimiglia, e ha intrapreso, in conformità con quelli che sono i suoi interessi di natura prevalentemente storica, ricerche e indagini in campo socio-politico. Ricordiamo tra gli altri un saggio sui fatti di Agues mortes, pubblicato nel 1993 prima in francese e poi in italiano e un saggio non meno importante sui Fasci siciliani, che ha visto la luce nel 1998.
La casa editrice Philobiblon, che ha pubblicato il libro nella collana I giardini di Pogo, ha sede a Ventimiglia, ed è nata, come dice lo stesso nome, dall’amore disinteressato per i libri di alcuni intellettuali e a questa piccola ma dinamica casa editrice va la nostra riconoscenza e il nostro plauso convinto per la tenacia, la competenza e la professionalità con cui, da qualche anno, si muove in un terreno lastricato di difficoltà, qual è l’editoria e in una società in cui la letteratura, purtroppo, è “merce” sempre più rara e guardata con diffidenza.
Assolto il debito di affetto e di gratitudine che sentivo nei confronti della casa editrice e dell’amico e collega, Enzo Barnabà, col quale in un passato non molto remoto ho condotto diverse battaglie culturali, passiamo ad analizzare il libro, partendo come è logico dal titolo Dietro il Sahara. Titolo suggestivo che, al di là della motivazione espressa chiaramente nella terza di copertina, evoca arcane e fa ­scinose lontananze. È come attraversare uno specchio, probabilmente senza lo sguardo stupefatto di Alice, ma con la stessa curiosità per esplorare un mondo bizzarro e meraviglioso, affascinante e crudele, in precario equilibrio tra magia e razionalità. Non a caso il sottotitolo recita testualmente: L’Africa nera tra mondo magico e modernità.
Il libro, impaginato con la solita sapienza ed eleganza da Philobiblon, reca in copertina l’insegna di un parrucchiere ambulante di Abidjan e comprende 8 racconti più una cartina geografica da cui risultano le principali etnie stanziate in Costa d’Avorio ed un piccolo glossario di termini ricorrenti.
I racconti di mole e di spessore diversi – si va dalle 4 pagine di Potopotò (il più breve) alle 23 pagine di Il mal d’Africa di Lilì – sono frutti più o meno maturi, come è naturale che accada, ma tutti ugualmente coloriti, sapidi e tutti coltivati con assidua cura e passione profonda dall’autore. Tutti i racconti, a eccezione dei primi due, hanno un punto di vista omodiegetico, nel senso che l’io narrante, che non sempre s’identifica con l’autore, non è estraneo alla storia, non contempla dall’alto le vicende ma è calato nel vivo dell’azione e parla sempre in prima persona.
Il primo racconto Tra il visibile e l’invisibile fa da introduzione alla raccolta e legittima in modo chiaro e inequivocabile il sottotitolo; ci presenta infatti un personaggio, Gnamidjo, combattuto tra passato e presente, tra il richiamo e la paura di antiche tradizioni tribali e il desiderio di costruirsi un futuro migliore, senza particolari scrupoli o remore morali, approfittando della sprovveduta ingenuità di turisti “fai da te” per parafrasare un vecchio e famoso spot pubblicitario. Armato, infatti di cellulare e di tutto un armamentario, reale o soltanto millantato, di conoscenze, raccomandazioni e protezioni attende ogni giorno all’aeroporto di Abidjan i turisti che giungono in cerca di folklore e di un pizzico di avventura e che, appena scesi dall’aereo, vengono investiti e sfiancati da una tempesta di odori, colori e suoni soprattutto da un caldo umido esagerato che trasforma queste regioni tropicali, come dice testualmente Barnabà “in un immenso bagno turco generato da una sorta di traspirazione cosmica“. e per di più, una volta a terra, si trovano ad affrontare tutta una serie di difficoltà e di impedimenti burocratici, che giustificano e legittimano la presenza di Gnamidjo e di altri personaggi di tal genere. Egli, però, nel villaggio in cui è nato, è stato iniziato ai misteri del sacro, è diventato un porò come si dice presso i senufo, un intermediario tra gli uomini e gli dei; non solo, quindi, non riesce ad accantonare o a mettere in dubbio le millenarie credenze dei senufo ma ha anche paura della maledizione dei suoi confratelli. Queste contraddizioni si agitano nella sua testa e quando sbarcano i pas ­seggeri dall’aereo egli non sa se andare loro incontro per approfittare, come abbiamo detto, della loro ingenuità o tornare sui suoi passi e riprendere la via che porta al suo villaggio. Questa sua perplessità rispecchia l’incertezza di molti africani sulla strada da intraprendere: se scegliere, cioè, quella della modernità o quella delle tradizioni. Tra gli altri racconti il più lungo, Il mal d’Africa di Lilì ha forma epistolare e struttura circolare nel senso che la conclusione ripete testualmente l’incipit, quasi l’autore sentisse il bisogno di raccontare di nuovo e non solo a Giorgio, destinatario di questa lettera, la storia che gli è capitata. Nella Guaina e l’acciaio, penultimo racconto della raccolta, sembra di assistere a quello che nel linguaggio cinema ­tografico si chiama montaggio alternato, meglio ancora a un sovrapporsi, un alternarsi di soggettive, cambia, cioè, continuamente il punto di vista, nel senso che la storia prima viene vista attraverso gli occhi del protagonista maschile, un italiano di nome Vasco, e successivamente attraverso quelli di Louise, la protagonista fem ­minile. Nell’ultimo racconto entra in scena Bernard Dadié, il più autorevole scrittore della Costa d’Avorio, che in un’intervista/con ­versazione con l’autore si lascia andare ad alcune considerazioni sull’Africa da lui “raffigurata come carne prosperosa di ragazza di cui si è abusato e si continua ad abusare a volontà”. Dadié tra l’altro racconta una bellissima leggenda baulé che per certi versi ci ricorda il passaggio del Mar Rosso da parte di Mosè e degli Ebrei in fuga dall’Egitto. Questo episodio ci con ­ferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che esiste un fondo mitologico comune, un enorme serbatoio al quale tutte le civiltà, fatte le debite distinzioni per sensibilità e cultura, attingono continuamente. Nel racconto Il mal d’Africa di Liìi si fa riferimento, non senza ironia (a tal proposito va osservato che è tra i racconti più divertenti) ad una noce di cocco che incombe minacciosa sul capo del protagonista alla stessa stregua della spada di Damocle, a testimonianza del carattere effimero, precario e labile di qualsiasi condizione di felicità o di benessere. Mentre nel racconto Il cuore si fa riferimento a un episodio di cannibalismo che ci richiama alla mente l’infame, orrendo banchetto allestito e imbandito da Atreo al fratello Tieste, reo di averne sedotto la moglie. In questo caso, però, non si tratta di gelosia né di difendere il proprio onore ma di vendetta nei con ­fronti di un sergente, di nome Rubino, che si era mostrato troppo zelante nello sfruttamento e nella repressione degli indigeni. Del resto come dice più avanti il marabutto, singolare figura di santone musulmano, “le corna” per loro non sono un problema o un dramma come per i bianchi “Noi africani non siamo matti, sappiamo bene che il sesso di un maschio non ha mai consumato quello di una femmina“. Quindi se Jacques, alla fine di questo racconto, viene ucciso non è perché si portava a letto le operaie ma perché non le pagava e il ruolo del danaro in Africa non è molto diverso da quello che ha nelle società capitalistiche. Altro che mito del buon selvaggio! che, a ben guardare, è coltivato solo da Vasco, l’italiano protago ­nista della Guaina e l’acciaio, che alla fine decide di vivere su un’isola semideserta a contatto con la natura, mentre la moglie Louise, nera o melanoderma come più correttamente si dice oggi, sceglie la strada del capitalismo e della cultura occidentale, diventando un’affermata stilista di moda.
I racconti hanno una struttura ad incastro, non diversamente dalle scatole cinesi o dalle bamboline russe, nel senso che ogni racconto diventa contenitore di altri racconti, di aneddoti o leggende, che consentono ai lettori di viaggiare, in senso sincronico e diacronico, attraverso i misteri dell’africa nera, accompagnati dallo sguardo lucido, ironico e talvolta disincantato dell’autore.
È un’opera a mezzo tra il documento e la fiction, tra il saggio di etnologia e la narrativa, tra la scoperta e la ricognizione di usi, costumi e credenze e il piacere di raccontare, un’opera nata dall’esperienza diretta dell’autore che ha vissuto alcuni anni in Costa d’Avorio come docente all’università di Abidjan e responsabile culturale dell’Ambasciata italiana.
I racconti, però, sono stati scritti qui, in Italia, a distanza di qualche anno, probabilmente per consentire alle sue esperienze e in particola ­re alle sue emozioni di decantare. Ciò accresce il fascino dei racconti sottoposti alla poetica della lontananza e proprio per questo spogliati delle loro impurità. Contribuisce a ciò una scrittura quasi sempre vigile e sorvegliata, fluida e trasparente anche nei momenti più crudi e nelle situazioni più scabrose, impreziosita per giunta da alcune citazioni o meglio reminiscenze di natura letteraria, pittorica e cinematografica. Penso ai reportage di viaggio dall’Africa di Alberto Moravia cui spesso si fa riferimento, alle Mie prigioni di Silvio Pellico, menzionate da Dadié quando parla di una sua esperienza analoga, alle Ninfee di Monet, di cui l’autore, non senza un pizzico di civetteria letteraria, finge di non ricordare il nome e soprattutto all’incipit del racconto Il groto che per certi versi mi ha ricordato un’indimenticabile sequenza di 2001: odissea nello spazio con la luna trasformata in navicella che fluttua tra le stelle.

 Il sito di Enzo Barnabà: www.enzobarnaba.it


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