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LETTERATURA: Disumanità

30 Giugno 2008

 di Gian Gabriele Benedetti

[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]
 

La strada, in quel punto, saliva affannosa per aggredire l’asprezza del monte. Ai fianchi, scendendo verso la valle da un lato ed elevandosi verso la sommità dall’altro, si stendeva l’ansia verde di faggi annosi, disseminati in un accordo quasi armonioso. Ad ogni lieve mutazione dell’aria, qualche raggio trafiggeva con lampi di luce la loro tremula penombra. Il nastro d’asfalto, dopo aver giocato per un corto tratto allo scoperto, si smarriva nel fremito del bosco, là dietro la curva, che pareva cancellarne ogni traccia.
Fu qui che l’auto grigia si fermò, seminando, nel passare, una vampa di calore maleodorante. La portiera si aprì, sprigionando l’eco di voci in festa.
Breve fu la sosta: solo per dar tempo a mani spietate di spingere fuori, a forza, un povero cane, unicamente colpevole di non essere più gradito in un momento di lieve vacanza, quando progetti sognati per un anno intero stanno per realizzarsi.
Il motore riprese, anzi aumentò precipitosamente i suoi giri e l’auto, affrontando con maggior impeto la ripida ascesa, ben presto scomparve dietro la curva, lasciando spazio al silenzio stupito della natura.
Per un attimo il cane, rimasto solo, si guardò intorno sorpreso e smarrito. Poi pensò ai mille giochi del parco, quando felice scioglieva la sua agile corsa, inseguitore od inseguito, per divertirsi e divertire i suoi piccoli padroncini o quando andava a scovare i bambini nascosti dietro gli alberi complici.
Questo doveva essere ancora una volta il gioco del nascondino: al di là della curva avrebbe sicuramente scorto, festante, le persone amate, che attendevano il suo rapido ansante arrivo. Così prese a correre, come spesso era solito fare in simili frangenti, lingua ciondoloni, sguardo vivo ed attento, orecchie puntate, per l’ebbrezza del nuovo divertimento e dell’abbraccio atteso e delle carezze consuete.
Oltrepassò la curva tutto teso nella voluttà del momento, ma ai suoi occhi ansiosi apparve soltanto la solitudine, la penosa solitudine, che scava piaghe in chi non sa rassegnarsi.
Si spostò rapidamente, quasi con furia fremente, da un lato all’altro della strada; controllò, annusando, dietro ogni muretto; rovistò avvallamenti del terreno boscoso; passò in rassegna ogni tronco di albero lì vicino, ma niente raccolse se non l’angoscia che sa di disperazione e di lacrime. Allora, con occhi dipinti di sconforto e di paura, emise teneri guaiti di pianto sconsolato: era solo, sperduto, indifeso, impotente, senza meta… Soprattutto avvertì l’amarezza di essere stato tradito.
Che cosa aveva mai fatto di male per essere trattato così? Quale era stata la sua colpa? Era possibile che avesse perduto in un solo attimo tutto l’affetto che sapeva di essersi costruito intorno, dopo aver sempre dato generosamente tutto se stesso? Ed i bambini, cari amati monelli, irrefrenabili, irrequieti, meravigliosi compagni di tanti momenti di gioia incontenibile, come potevano averlo dimenticato di colpo come un oggetto da gettare?
Il cane, smarrito, dal muso dolce, ora velato di tristezza indicibile, vagò lungo la strada con l’orecchio sempre teso ad afferrare voci, suoni e rumori che gli fossero familiari e cancellassero quell’orribile incubo che l’opprimeva.
La natura pareva estranea alla sofferenza del povero animale: nel suo pieno splendore estivo, si trastullava vanitosa nel concerto di colori e di profumi che sprigionava dovunque. Il sole, imbevuto d’azzurro, sembrava tessere trame dorate per imbrigliare il sottile incanto del giorno e l’aroma della terra.
Ma niente riusciva a togliere la pietra dura dell’affanno che opprimeva il cane randagio. Esso, nel suo andare a casaccio, cercava ostinatamente un pertugio di speranza, che desse ali vive alla sua illusione, ma questa si tramutava senza pietà in crudo disinganno.
Nel suo errare scomposto l’animale badava ad evitare le auto che, transitando di tanto in tanto, portavano gente felice ed incurante della sua amara solitudine, del suo infinito dolore. Ed allora un suono quasi rabbioso di tromba ed un secco improperio lanciato dal finestrino aperto alla “brutta bestiaccia”, lo facevano sobbalzare e fuggire scompostamente verso il bosco.
Il giorno se ne andò: il cielo si macchiò di colori sanguigni, mentre il sole, in consunzione, spremeva indolente l’ultimo suo sorriso sul pudore della terra. Poi la sera strinse via via a sé l’ombra della quiete. Ed ecco che una pallida stella venne a trastullarsi lassù nel mare offuscato. La notte fasciò di lì a poco ogni cosa nel suo scialle segreto, lasciando il cane nel più misero abbandono e nello smarrimento più profondo. Si affacciò, timida, una fetta di luna e, lucerna accesa, cosparse d’oro antico l’ansietà delle tenebre.
Il cane volle esternare il suo dolore senza fine alla placida falce d’avorio e prese ad ululare, come in un pianto tormentoso, tutta la sua disperazione. Il buio ne rabbrividì ed ogni rumore intorno tacque.
L’alba si aprì accompagnata dalla melodia dolce e solerte di mille uccelli che si erano dati l’appuntamento per vegliare sull’ultimo sonno   del bosco. Il sole, rinato, allungando le sue braccia luminose, ancora pigre, accese con guizzi di diamante le tracce di rugiada disseminate nei prati.

Il nuovo giorno si spalancava per risvegliare, impietoso, l’incontenibile tormento del cane, tormento che si era assopito nel sonno pur agitato.
L’animale riprese il suo mesto, disordinato andare per mendicare almeno una briciola di felicità perduta. Ora avvertiva anche i morsi della fame. Così si pose in cerca di una mano amica, pronta a soddisfare, se non altro, quella sua naturale necessità.
Tentò più volte di avvicinarsi a qualche casolare sperduto nell’intreccio del bosco, ma l’abbaiare furioso e poco rassicurante di altri cani od il vociare rabbioso di persone inospitali lo avevano allontanato precipitosamente.
Verso sera il suono lento e monotono di campanacci ed un belare variamente modulato e pietoso lo attrassero. Si avvicinò con la cautela che certe brutte esperienze gli avevano insegnato. Scorse un gregge, pressoché compatto, intento a brucare con calma rassegnata le ultime erbe del giorno, prima di abbandonarsi alla quiete del sonno rigeneratore che lo attendeva nel capace e sicuro recinto.
Una vecchia, abiti scuri e trasandati, seduta su un masso, sferruzzava rapida, mentre di tanto in tanto, levato il capo, lanciava acuti richiami alle pecore ribelli.
Il cane raccolse tutto il suo coraggio più dignitoso e con soffocati guaiti cercò pietà, nell’avvicinarsi alla donna. Ella lo scorse, ma non riuscì a leggere il grido di disperazione che trasudava dai suoi occhi, non seppe afferrare per niente lo strazio della fame che traspariva dal suo volto scarno. Si alzò rapida, abbrancò una grossa pietra e la lanciò contro l’animale, sberciando: “Va’ via, maledetta bestiaccia!”.
Il cane scomparve rapidamente nel folto del bosco, soffocato nel suo sconforto sempre più amaro.
Passarono i giorni, tutti uguali, levigati di sofferenza e di tristezza. La fame, ormai insopportabile, aveva reso il cane rabbioso ed aveva risvegliato in lui atavici istinti di capace predatore, scaglie di memoria che si erano man mano placate in una vita meno libera ma comoda e sicura.
Così aspettava il favore delle tenebre e si avvicinava con passi felpati ai casolari.
La luna faceva brillare i suoi occhi, che si erano pian piano fasciati di un velo di astuzia e di ferocia, ad un tempo.
Assaliva gabbie e pollai, ponendo in questo modo fine ad una fame che lo dilaniava. Poi scompariva nella complicità degli alberi.
Ma i montanari della zona corsero ben presto ai ripari e si organizzarono. Armati di fucili, attendevano al varco, con ansia paziente, il predatore.
Una sera fu una donna a scorgerlo e a dare rapida l’allarme.
“Eccolo!” gridò tutta eccitata. E due spari secchi, freddi echeggiarono nell’aria serena e la valle li moltiplicò in una sequenza raccapricciante. Nel bosco intorno cessò ogni fremito e si fece silenzio di ghiaccio.
Il cane, colpito, avvertì prepotente il bruciore insopportabile dei pallini rabbiosi e violenti; le sue zampe, già pronte alla fuga, cedettero di schianto. Il corpo ruzzolò, incontrollato, più volte nella polvere e rimase ansante nell’abbraccio convulso della morte: nemmeno il tempo di emettere l’ultimo gemito.
La luna, che sorrideva dall’alto del suo balcone frastornato di stelle, accese di luce vermiglia, come nel tramonto in agonia, le chiazze di sangue che fiorivano sul muso ormai spento e intridevano il pelo, appena mosso da una brezza impaziente.
Il giorno dopo una macchina grigia scendeva agile lungo la strada verso la valle. Era il ritorno dalla vacanza, e già si facevano nuovi progetti per l’acquisto di un grazioso cagnolino, che avrebbe sicuramente reso meno monotoni e pesanti i giorni da vivere in città.

 


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1 commento

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Disumanità - Il blog degli studenti. — 1 Luglio 2008 @ 02:28

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Bart