Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #8

1 Luglio 2008

di Carlo Capone

L’AMMINISTRATORE DI CONDOMINIO

Indubbiamente il doppio lavoro è un buon affare, consente di guardare al futuro con un certo respiro. Poi, se di prestigio, combatte la frustrazione – e scusate se è poco. Tertium: uno che fa solo l’insegnante o è pazzo o è miliardario o è fesso.
Una miscela di tali pensieri impregnava la mente di Chiappone. Era una di quelle sere che invitano a rannicchiarsi sul divano. Con la borsa dell’acqua calda, i biscotti e un buon film in televisione. Fuori, la pioggia produceva strani effetti, i suoi schizzi erano schegge sul tetto.
Guardò l’orologio. Le dieci e un quarto, e il pacco di bollette condominiali da riempire ancora. Mica era finita. C’erano da esaminare i preventivi, una foresta tropicale piena di elfi dai nomi ostili. Carpenteria muraria, interventi elettrici, rimozioni idrauliche, pitture a spruzzo. Eppure era stato chiaro con Tinazzi, quando gli aveva offerto l’incarico.
“Non ci capisco niente di condomini. A stento so fare le quattro operazioni”.
“Buono!”, stava per tradirsi l’amico. Che invece aveva aggiunto:
“L’incarico è delicato, Sergio, c’è bisogno di una persona di fiducia. Vanno bene due milioni?”
“All’anno?”, aveva chiesto Chiappone, un tantino perplesso. Meno di duecentomila al mese gli sembravano davvero poco.
“Scherzi? Al mese. Pronto, Sergio, ci sei?”
Benché dotato di sana e robusta costituzione, come da regolare certificato prodotto al momento dell’entrata in ruolo, Chiappone aveva accusato un leggero collasso. “Scusa, bussavano alla porta. Volevi dire due al mese? Ho capito bene?”
Sì, l’ingegnere Marco Tinazzi, il vecchio compagno di banco, divenuto ricco e importante, aveva detto proprio due milioni al mese. E il colpo era anche stato crudele, non si fa così con un insegnante: tutti quei soldi, aggiunti allo stipendio, fanno quasi una persona normale. Un brutto colpo per chi si è messo l’anima in pace.
“Dobbiamo restaurare la facciata”, aveva spiegato Tinazzi “Serve qualcuno che esamini i preventivi, scelga la ditta, dia un’occhiata ai lavori”.
L’esultanza si era subito appassita. Marco aveva dimenticato, o forse non aveva mai saputo del cursus Chiapponesco. Meglio essere sinceri e ripiegare sugli altri due milioni, quelli della paga ministeriale. Dopo un lungo silenzio, durante il quale Tianzzi aveva tempestato il microfono di ‘Pronto”, “Ma insomma!”, “Ladri, con tutti i soldi che paghiamo!”, aveva deciso di confessare:
“Io sono solo un professore di Latino e Greco”. E per istinto, senza neanche guardare, aveva dato una carezza materna al fidato casco.
“Bene!”. L’amico, stavolta, non era riuscito a trattenersi.
“Scusa, Marcolino, che significa ‘bene’?”
“Bene? ho detto proprio così?”
“Mica sono sordo!?”
“Figurati se ci penso. Volevo dire ‘meglio così’. Un uomo di lettere è più retto di un ragioniere”.
“Ti ringrazio, sei gentile, ma resta il problema dei lavori”.
“E io che ci sto a fare? hai dimenticato che sono un ingegnere?”

Mentre sfogliava distrattamente i preventivi, Chiappone ripensò a quella telefonata. Un vero amico, il Tinazzi, non capita spesso che un brillante manager in carriera, uno citato anche da Eva Tremila, ti offra l’opportunità di dare un senso alla vita. E che Marco intendesse fare le cose in grande Chiappone l’aveva capito al termine della conversazione. Tinazzi gli aveva addirittura proposto di frequentare il corso di amministratore di palazzi. “A mie spese?”, aveva timidamente chiesto lui. “Dai Sergio, basta con le barzellette. Per chi mi hai preso, per un morto di fame?”.
No, non si trattava di un delirio, una di quelle manifestazioni psicotiche cui vanno incontro i professori, una di quelle patologie che fanno scambiare la realtà con i desideri. No, in quell’attimo fatale, Chiappone aveva realizzato che la fortuna stava realmente bussando al suo casco.
Inspirò soddisfatto nello stiracchiarsi. “Sono un uomo arrivato!”
Deposte le carte, fantasticò sulla sua nuova dimensione sociale. Già si vedeva socio onorario del Rotary o dei Lyons, finanziatore emerito della nuova Casa di Riposo per giovani nigeriane, oppure in tuba e code al Cinodromo municipale, ospite di riguardo al Gran Premio per segugi fino a tre anni. Certo, a tutto corrisponde un prezzo, l’incarico di amministratore era impegnativo, richiedeva capacità manageriali. E nel conto andavano messi anche gli infortuni. Inezie, si capisce, fortuite coincidenze del destino, strano però si verificassero quando si avvicinava a quel palazzo. La prima volta una palla grumosa di pane e acqua gli aveva rovinato il casco, e c’era voluta la trielina per rimuovere le cicche contenute nella polpetta. Quindi era toccato al piccione depresso, schiantatosi nel fiore degli anni davanti ai suoi piedi. Infine, proprio quel mattino, una stupida del terzo piano nemmeno si era scusata per le forbici piovute dal balcone.
Episodi spiacevoli, piccoli contrattempi, che certo non intaccavano il buonumore. Non si può avere tutto dalla vita, c’è sempre un dazio da pagare alla fortuna. Anche il fratello di Gustazzoni c’era passato. Dopo la vincita di un milione e cento all’Enalotto era finito sotto un Tir da duecento quintali. La ditta intestataria del mezzo apparteneva al genero dell’onorevole Baro, il politico più stimato della zona. In tribunale tutti i testimoni nel raggio di duecento metri avevano giurato sul Corano che il Tir procedeva a cinque all’ora – Gustazzoni vaneggiava che fossero cento – e che era stato lui a investire il camion, in preda a euforia da vincita milionaria. Alla vittima non era bastato opporre che stava attraversando sulle strisce. Durante il sopralluogo i periti non ne avevano trovato neppure l’orma e il Gustazzoni era stato condannato per falso ai lavori forzati, oltre al risarcimento del danno al frontale dell’autotreno. Contrattempi, insomma, piccoli dispiaceri. Ma vuoi mettere con la vincita milionaria?
L’indomani, sbrigate le incombenze di carattere scolastico, schizzò via dalla scuola. Nessuno gli riferì che tre ragazzi da lui spediti ai cessi si erano cimentati con l’ultimo ritrovato da discoteca, l’iperpasticca al gusto di gianduia.
Il corso si sarebbe tenuto in un palazzo del centro antico. Se ne dicevano tante su quel quartiere, che fosse diventato un centro di malaffare, un covo di truffatori e fumerie di oppio gestito dalla mafia norvegese. “Ma se ci abita pure l’onorevole Baro!”, era scoppiato a ridere Tinazzi quando Chiappone gli aveva manifestato le sue perplessità, vale a dire: avventurarsi senza portafoglio? Con le mutande di qualità più scadente? E l’orologio tatuato al polso? E, fatto più importante, con il casco di cartone?
“Ma vacci come ti pare”, si era un po’ indispettito l’amico. “Puoi lasciare il Gilera con la chiave inserita, in quel posto. Nessuno si sognerà mai di rubartelo”.
“Tutta colpa della scuola”, rimuginò Chiappone nello scendere dall’autobus. “Ti abitua a pensare in negativo, a sospettare che dietro ogni cosa ci sia la fregatura”. Intanto si era inoltrato nel dedalo di viuzze del centro antico. Malgrado piovesse, procedeva senza ombrello e casco, la mano prudentemente sul deretano. Inzuppato come la palla di pane, giunse finalmente a Palazzo Trocadero, una nobile e antica dimora appartenente, si mormorava, al nipote dell’onorevole Baro. Vedendo come era conciato, l’addetto alle iscrizioni fece una smorfia. Cosa che intimidì non poco Chiappone. Si guardò l’abbigliamento, certo aveva esagerato con quella roba da mercatino rionale, un innocuo espediente dettato tuttavia dall’emergenza territoriale.
Intanto l’uomo sbirciava alle sue spalle. Solo in quel momento Chiappone si ricordò del palmo lasciato a guardia del culo. Rimediò alla sua maniera: “Che mal di schiena, uhuu, che dolore! Vuole i documenti?”, e fece per estrarre il portafoglio dalla tasca posteriore.
L’uomo si erse minaccioso oltre l’accettazione. “Ma… per chi ci ha preso?”. A momenti gli afferrava il collo del giubbino. Chiappone sbiancò in viso, a stento riuscì a dire “Non… non vorrei averla offeso, credevo fosse la prassi (gulp) … esibire i …”
L’altro non lo lasciò terminare.“ I documenti??? E’ venuto qui a chiederci i documenti? Ma vada dentro, si levi dai piedi! altrimenti faccio una fesseria”.
Fatto il suo ingresso in sala conferenze, stupore e ammirazione crebbero a dismisura. Il soffitto della sala era interamente ricoperto da due enormi affreschi, ratto delle Sabine e rapimento di Europa. Lungo le pareti, decorate con esili motivi silvestri, spiccavano preziosi medaglioni bordati in oro. C’era un dio, sì, l’effigie di un dio greco, in ciascuno di quei tondi, ritratto in pose e situazioni diverse.
“Chi è quel dio? Accidenti, non mi viene”. Il nome ce l’aveva sulla punta della lingua ma, per una buffa resistenza mentale, non riusciva a ricordare. “Eppure l’ho citato in classe proprio ieri. Come si chiama? Massì, quel dio importante, ritenuto il protettore dei commerci, famoso per l’astuzia…”. Si raspò con furia la testa, adesso si trattava di puntiglio. All’improvviso scoccò la scintilla:
“… e che, appena nato, rubò le giovenche di suo fratello Apollo!”, sussurrò in estasi da ricordanza. “Ma che imbecille, è Mercurio!”. Urla di esultanza, schiamazzi di gioia, tutto condito con feroci pacche sulla coccia.
“Scusa, collega, ho sentito bene? parlavi di giovenche, non so, di furti, compravendite…”
L’uomo aveva una brutta faccia. “Da forca”, pensò subito Chiappone. “E dalli!”, si redarguì mentalmente, “vogliamo fare un’altra di quelle figure? Non è bastata la prima?”. D’accordo, il viso aveva qualcosa che non convinceva, ma l’hai guardato il resto? Giacca e pantaloni di Valentino, fazzoletto di Gucci, cravatta regimental di Marinella e scarpe in vero cuoio di Rossetti. Insomma, a meno della faccia, un impeccabile gransignore.
Di fronte al silenzio di Chiappone l’uomo esitò, ritenne di essere stato precipitoso. “Pardon, non mi sono presentato. Via dei Bastioni 27”, e gli tese la mano. Chiappone sgranò gli occhi. “Bertoglio”, disse nel ricambiare. “Bertoglio?”, corrugò la fronte il gransignore. “Mai sentita”.
“No, scusi, per chi mi prende, per una checca?”
Passi l’abbigliamento dimesso, vada pure per l’imbarazzo. Ma essere scambiato per uno di quelli non gli andava per niente.
Fu la volta del gentiluomo rimanere di gesso. Dovette fare una serie di collegamenti, al termine dei quali disse con freddezza. “Senti, amico, io non so che ti abbia preso. Se però credi che non sia la persona giusta, vaffanculo e tieniti le tue vacche”. Detto fatto, si voltò e fece per allontanarsi.
“Aspetti, per favore, mi faccia capire. Posso almeno sapere con chi ho il piacere?”, implorò Chiappone alle sue spalle. D’accordo, lui aveva frainteso, ma nemmeno il pendaglio, ehm,… lo sconosciuto, si era comportato tanto bene. Questi, di fronte a una richiesta di tal genere, capì di essersi imbattuto in un coglione. Effettuato un rapido dietrofront agitò il pendaglio in un ghigno da forca:
“Chi sono? Ehi, signorino, sveglia! Sono un amministratore di condominio, Via dei Bastioni 27. Come tutti questi che vedi qui dentro”, e fece un gesto plateale, quasi a volerlo additare al pubblico ludibrio. “Ma ti sei guardato allo specchio?”
Chiappone avrebbe desiderato scomparire. Il primo contatto con i nuovi colleghi, gente di così alto livello, persone di categoria superiore – ora, ora capiva l’imperdonabile leggerezza! – rovinato dalla sua congenita diffidenza. Maledetta scuola! Che ti riduce all’emarginazione e ti fa perdere di vista i valori portanti.
Purtroppo il guaio era fatto. L’uomo, agitando il polso con il rolex in oro, completò il suo sfogo. “’Sto morto di fame, ‘sto ladro di vacche!”, alzò il tono a bella posta, e andò a unirsi al gruppo dei colleghi. Dal quale partì subito una raffica di “E’ vero, ma chi è questo imbecille?”, “Ma tu vedi, così conciato e con la puzza al naso”, “E se fosse un inquilino?”
Di colpo l’attenzione generale si concentrò su Chiappone. Incantato dagli affreschi non si era accorto di quella gente. Una moltitudine di figuri, identici per connotati al signore di prima, come lui griffati dalla testa alle scarpe, e con una varietà di cronografi che andava dal Rolex tempestato di rubini, al Beau Mercier in platino antico, fino al Vacheron con lancette in oro.
“Signori, sono le undici, prego tutti di porsi a sedere. Il programma è fitto di interventi”.
Dal tavolo di presidenza il coordinatore del corso li chiamò a raccolta. Era un uomo avanti negli anni, con tre dita di cerone sul viso, i capelli tinti in modo innaturale e due zaffiri al posto dei polsini.
Quando si furono accomodati, mollando Chiappone al centro di una prateria di posti vuoti, il vecchio cominciò a parlare.
“Cari amici, desidero innanzitutto presentarmi. Sono Domenico Baro, già cugino dell’omonimo deputato, e presidente dell’Opera nazionale per la Crescita la Salvaguardia e lo Sviluppo dell’Amministratore di Condominio. Una specie gloriosa, a volte incompresa, spesso oggetto di mille insinuazioni malmostose”.
“Parla bene”, pensò Chiappone, colpito da un attacco di agorafobia, che lo spingeva a torcere il collo a destra e sinistra, con scatti devastanti e improvvisi.
“E pensare”, stava proseguendo il Baro, “che una folta rappresentanza di appartenenti alla nostra categoria ha dato il sangue sui campi di Solferino e San Martino”.
Chiappone ebbe una terribile scarica del male.
“No?”, lo interrogò perplesso il Coordinatore, timoroso di averla sparata grossa. Gli altri si voltarono per lanciargli sguardi cupi. Chiappone, accortosi dell’equivoco, trattenne il tic e cominciò ad applaudire. Baro, a sua volta, ritenne di aver interpretato male. Acquistato coraggio, attaccò una pippa invereconda e corporativa su Piave, Custoza, Amba Alagi e la notte di San Valentino.
Qui Chiappone venne assalito da un nuovo attacco. Scosse la testa furiosamente. “Sì, hai ragione, ho capito. Meglio di no San Valentino”, annuì grato Domenico Baro. Nella foga aveva rischiato di tradirsi. Fortuna che in platea ci fosse quella faccia di fesso che lo imbeccava.
L’intero discorso si trascinò a fasi alterne, tra applausi ingiustificati e irrefrenabili dinieghi.
“Ma chi è quello stronzo? Io non so se abbracciarlo o sparagli in bocca”, si sfogò il coordinatore col suo vicino, il ragionier Caramella, durante l’applauso finale.
Caramella era un decano della categoria. Ventiquattro palazzi, cinque multipropietà e un pollaio, recitava il suo prestigioso curriculum. L’argomento che avrebbe affrontato era ‘Gli interventi di manutenzione straordinaria. Una sfida per il Condominio del 2000′.
“Questo tipo di intervento”, tenne subito a rammentare, “costituisce il banco di prova più impegnativo per un professionista del settore”.
Applauso di Chiappone. Caramella cadde nella stessa trappola di Baro. Prese a sbavare come un colabrodo, gli occhi strabuzzarono dalle orbite, il Cartier tempestato di brillanti roteò selvaggiamente a mezz’aria.
“…occorre quindi, cari amici, che il danno cui si intende rimediare sia visibile, incontestabile e, soprattutto, foriero di sventure apocalittiche, maledizioni bibliche, risarcimenti multimiliardari a carico dei condomini che non vogliano addivenire. Ma non è neanche questo il punto…”
Chiappone aveva scosso la testa, come un tarantolato.
“No, eh?”, fece Caramella, con tristezza. Colto da un oscuro calo di tensione, quasi l’avessero redarguito, chinò lo sguardo e farfugliò al damasco del tavolo: “Troppo buono, troppo! e anche cazzone. Sì, cazzone doppio, me lo diceva sempre il povero nonno: sei un gran pezzo di onesto”.
Lo sfogo durò una manciata di attimi, durante i quali l’uditorio fu percorso da sensazioni diverse. “Se questo è un esperto, allora stiamo freschi noialtri”, disse uno, “Ma fatti crescere i peli!”, scattò in piedi un secondo. “Galantuomo!”, insultò qualcuno dal fondo.
L’epiteto fu come un tonificante. Caramella accusò un ritorno di cattiveria, i suoi denti a ventuno carati frugarono in sala come riflettori.
“Questo non lo sopporto. Tu galantuomo lo dici a tua sorella. Che c’ha pure i peli!”, proferì, rosso tacchino.
E da quel momento trasse dal carniere tutto il campionario di una trentennale carriera. Gronde, cornicioni, ascensori, ringhiere esterne, bruciatori furono passati al setaccio. Per ognuno di essi vennero individuati i punti deboli, quelli più soggetti a usura. “Vanno controllati tre volte al giorno!”, esclamò Caramella, col cipiglio del duro, “se possibile anche al microscopio. Al minimo segno di cedimento, o guasto o incrinatura, subito l’assemblea straordinaria. Meglio se in presenza di carabinieri, vigili del fuoco e guardia di frontiera”.
“E se non si trova niente di rotto?”, chiese timidamente qualcuno.
Gli occhi di Caramella brillarono come fuochi eterni, il bisogno di dimostrare al proprio Io tutta la sua perfidia, lo spinse contro il tavolo che, nell’impeto, fu scaraventato lontano. “Fate venire gli amici!”, ultimò il concetto, stravolto. “Mamma mia che figlio di puttana che sono”.
“Gli amici?”, domandò ancora quello di prima.
“Sì, gli amici. Gli amici degli amici”.
“E quando?”
“Di notte”.
“Perché di notte?”
“Perchèèè?”, chiese con beffardo stupore Caramella. ‘Ma vai a farti una cura ormonale per i peli‘, avrebbe aggiunto, quando ci ripensò e ridusse gli occhi a due fessure:
“Perché è di notte che si combinano i migliori affari”.
Quest’ultima affermazione ebbe un effetto dirompente. Fiutando puzza di soldi, gli allievi estrassero i taccuini, presero ad annotare furiosamente. Caramella era una miniera di astuzie, finezze legali, trappole per cretini. Attaccò poi con la scelta delle ditte. “Almeno tre, se no è illegale!”, sentenziò agitando tre dita. E passò a suggerire il criterio secondo cui andavano scelte. Innanzitutto con capitale sociale di un milione di lire, se possibile interamente versato. In secondo luogo esperte in algebra lineare, la branca della matematica che moltiplica le somme per enne volte. “E infine…”, qui si arrestò per verificare se stessero prendendo appunti. Fatica sprecata, ormai scrivevano perfino sui pantaloni. “E infine affratellate dal vincolo di sangue”.
“Questioni sentimentali?”, azzardò Chiappone, che non aveva capito un beneamato casco.
“Ma noooo! non esageriamo. E’ sufficiente una semplice pungitina, unito al giuramento sul santino di Santa Eustachia La Tizia e a un bel bacio in bocca. Così, tanto per suggellare”.
“Caramella, sei un dio!”
Il grido di ammirazione ruppe il silenzio della sala. Uno dei corsisti di prima fila si era inginocchiato alla maniera dei musulmani.
“Su, su!”, fece indulgente Caramella. Certe smancerie non le poteva digerire. Quando l’adorante smise di incensare, arretrò al suo posto e cadde gambe all’aria. “Chi s’è fottuta la poltrona?”, si girò alla platea nel rialzarsi.
“E’ stato Mercurio”, provenne da dietro. “Ora chiudi il becco e facci sentire. Prego, continui pure, professor Caramella”.
“Grazie”, fece il relatore, con un sorriso riconoscente, “anche perché adesso viene la parte più delicata: la scelta del preventivo più conveniente…”
“Per i condomini?”, intervenne ancora Chiappone.
A giusta ragione il ragionier Caramella perse le staffe.
“Senti, la vedi quella porta?”
E prese a fremere di rabbia come un pinguino polare.
“Ma chi l’ha mandato questo provocatore?!”, protestò sotto voce col Baro. “E prima fa di no con la testa, poi applaude alle disgrazie altrui, e poi fa gli interventi cretini”. Qui si rivolse direttamente a Chiappone: “Per chi ci hai presi, per un’accolita di fessi?”.
Tre zelanti, trascinandosi per cautela la poltrona, si avventarono sul disturbatore. Ben presto Chiappone fu circondato e scomparve oltre cortina. I tre erano curvi su di lui e sussurravano a turno truci fonemi. Non fu chiaro perciò cosa dicessero, a stento si captò ‘Santa Eustacchia la Tizia’, e ‘pungitina in culo’. Frasi che, a esser pignoli, apparvero prive di senso. Quindi fu silenzio. I tre imbracciarono le poltrone e fecero ritorno ai loro posti. “Bravi”, plaudirono in molti, “dovevate essere più duri. Una lezione, una bella lezione ci voleva”. “Cacciatelo fuori, è un terrorista!”, si spinse qualcun altro. “Sì, un attentatore, via, fuori dal corso”. Le urla si mescolarono alle invettive, in un trambusto da pollaio. A nulla valsero le flebili invocazioni di Chiappone. “Colleghi, considerate vostra semenza, si è trattato di spiacevoli fraintendimenti”. Niente, non ci fu verso, ormai era stato preso in antipatia. In preda allo sconforto, nascose il viso tra le mani e fissò il pavimento dove, tra i lucciconi, intravide un oggetto. Lo raccolse e chiese timidamente: “C’è qualcuno che ha perso…?”
“Sì, ai cavalli”, fece spallucce uno davanti. E a Chiappone non restò altro che accasciarsi.
Sul palco, nel frattempo, il coordinatore era alle prese con Caramella. Per rabbonirlo gli strinse affabilmente il polso. “Su Orazio, non te la prendere. Ti giuro che non lo conosco nemmeno quest’imbecille. Mai visto nell’ambiente”.
Caramella scosse la testa, non ne voleva sapere di scuse posticce. Poi, incoraggiato da un scrosciante applauso di solidarietà, si convinse a proseguire. Prima di riprendere guardò l’ora. “L’orologio, ti sei fottuto l’orologio!”, esclamò rivolto a Baro.
“Chi, io?”
“E chi, se no, Mercurio? Siamo solo in due su questo palco”.
“Calma, cerca di ricordare, l’avrai smarrito prima di venire qui. Credimi, Orazio, non so niente del tuo Cartier”.
Caramella arretrò di un tanto, lo fissò con sospetto. “Come fai a sapere che ho un Cartier?”
“Come faccio?”, si domandò Domenico Baro. “Già, come faccio?”
“Come fai, aaah, come fai?”, digrignò le fauci l’altro e gli ghermì le tempie. Si sarebbe ritrovato un parrucchino tra gli artigli se dal profondo di una platea esterrefatta, indignata, già percorsa da fremiti di rivolta, non si fosse levata la voce di Chiappone.
“Cercate questo, per caso?”. S’era levato in piedi, mostrando un orologio. Madonna, che fortuna, l’occasione giusta per riabilitarsi.
Quanto accadde di lì a poco è bassa macelleria, roba da processo stalinista.
In sintesi: furono tutti concordi, palco e platea, nell’individuare in Chiappone l’autore della rapina. Questi, durante una pausa dei lavori, si era impossessato del Cartier di Caramella e sarebbe certamente sparito col malloppo se l’occhiuta integrità dei colleghi, le prove e i riscontri addotti dal coordinatore e l’incalzante interrogatorio della parte lesa non avessero vanificato il suo progetto.
Fu stabilito, pertanto, di espellere il malvivente, di segnalare il suo operato al Collegio dei Probi Viri, ma di non sporgere denuncia all’Autorità costituita. “I panni sporchi si lavano in famiglia”, sentenziò il coordinatore. Mentre due bruti afferravano Chiappone e si apprestavano a sottoporlo a perquisizione anale.


Letto 2098 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart