Eroi senza medaglia

di Mario Camaiani

In un campo di concentramento greco, nei pressi di Calampaca, nella regione del Pindo, circa trecento prigionieri italiani attendevano il rancio. Faceva freddo, si era nell’autunno del 1940; ed i soldati pregustavano con piacere il minestrone caldo.

  • – Puah! Che porcheria! -dissero però non appena ebbero assaggiato il rancio -oggi questa broda è orrenda: addirittura immangiabile, anche per affamati come noi!

    Il coro delle proteste aumentò ed il capitano Ugo Facchini, che era il più alto ufficiale fra i prigionieri, ristabilì la calma e si rivolse al sergente greco che comandava il gruppo dei soldati addetti alle cucine:

  • – I miei uomini non sono bestie: questo rancio è intollerabile; desidero protestare presso i vostri superiori.
  • – Anche noi -riprese il greco- abbiamo per mangiare roba pressoché simile: il guaio è che da alcuni giorni attendiamo i rifornimenti ed i cucinieri hanno dovuto arrangiare il pasto con le poche scorte disponibili. Comunque le do parola che mi interesserò subito.
  • – Grazie, sergente: so di poter contare su di lei.

        Il capitano Facchini, rimasto accerchiato con la truppa superstite, in una zona dell’Epiro, da preponderanti forze nemiche, si era dovuto arrendere, onde evitare un inutile massacro, dopo due giorni di eroica resistenza. Egli conosceva la lingua greca, e questo aveva molto giovato al trattamento nel campo di prigionia.
    Aveva fatto una certa amicizia con gli ufficiali greci e soprattutto con il sergente Mirkos, il quale si comportava molto umanamente con i prigionieri. Il capitano italiano aveva ottenuto un ospedaletto da campo per i feriti e per i malati, che venivano curati da alcuni soldati-infermieri, sotto la guida di un medico greco.   Anche il lungo orario di lavoro (lavoro che consisteva nel tagliare legna in un bosco) era stato ridotto.
 Fra i prigionieri vi era un Cappellano militare: anzi, alla S.Messa sovente assistevano anche soldati greci.
 Comunque non tutto filava però così liscio, e l’incidente del rancio, non era il primo.
L’indomani, Mirkos si recò dal capitano Facchini, che era in compagnia del Cappellano, e gli disse:
–     Ieri sera è arrivata finalmente la colonna dei rifornimenti: oggi si mangerà un po’ meglio. Il motivo del ritardo è dovuto al fatto che un ponte stradale è stato distrutto dai vostri aerei. Anzi, sembra che dovremo andare via di qui, perché le vostre truppe stanno avanzando.
  Il capitano ebbe una espressione di gioia.

  Il greco la notò e riprese:

  • – La guerra è ancora incerta nel suo esito finale; il nostro paese è molto più piccolo del vostro, ma lotteremo fino in fondo, fino alla vittoria. Voi ci avete aggredito ingiustamente, e la fine dei prepotenti è la sconfitta. E’ strano però, che nazioni civili ricorrano a simili violenze per regolare le loro controversie: in fin dei conti ci ammazziamo fra simili, fra fratelli.

    Il Cappellano, rev. Stacchini. anch’egli conoscitore della lingua greca, intervenne nella conversazione:

–       Mirkos ha concluso molto bene: non si può essere contenti della guerra, e neanche di una vittoria quando questa si basa su una forza materiale che ne sopraffa un’altra. Queste cose dividono gli uomini, ne provocano la morte e, quel che è più male ancora, seminano l’odio fra di essi, allontanandoli da Dio. Le migliori, le vere vittorie, sono quelle che si ottengono nello spirito, in ognuno di noi, perfezionandoci nell’applicazione dell’insegnamento di Gesù.
          Se gli uomini cercassero di queste vittorie, non solo le guerre non avverrebbero più, ma i popoli sarebbero veramente felici. In un momento così triste per i nostri paesi -proseguì il sacerdote-questi discorsi, per molti, possono sembrare stonati: invece è il momento che maggiormente bisogna riflettere su di essi, per abbandonare il male e riprendere la retta via.
          Il capitano e Mirkos acconsentirono riverenti alle belle parole del sacerdote, e la conversazione proseguì su un tono sereno.

        L’attacco aereo giunse improvviso: una squadriglia di velocissimi “Macchi” piombò sul campo di concentramento, ritenendolo una caserma, e iniziò il carosello dello spezzonamento-mitragliamento.
        Gli uomini che erano all’aperto fuggirono dentro l’edificio principale, ma molti di essi furono colpiti e rimasero uccisi o feriti.
      Il capitano Facchini che, di ritorno da una visita all’ospedaletto si trovava nel mezzo del piazzale, fu colpito da una scheggia di mitraglia e si accasciò al suolo. Il sangue sgorgò copioso e violento da una ferita al braccio destro. Dall’ingresso dell’edificio un gruppo di uomini aveva assistito alla scena: da essi si staccò di corsa il sergente Mirkos che raggiunse il ferito e, nell’infuriare dell’attacco aereo, gli legò il braccio con la cintola per arrestare l’emorragia del sangue e lo trascinò in salvo.

  • – Il suo gesto è stato commovente: -disse il capitano a Mirkos -senza il suo intervento sarei morto dissanguato. Lei ha rischiato la sua vita per salvare quella di un nemico: per questo non le daranno una medaglia, ma lei è un eroe.
  • – Non m’interessa la medaglia -rispose il greco -mi basta di aver compiuto una azione buona: quando sono corso per soccorerla non mi ha certo trattenuto il fatto che lei è italiano; e poi in quel momento lei non era un nemico, ma un uomo bisognoso di aiuto.
  • – Sarò a lei sempre riconoscente -riprese il capitano -non dimenticherò mai il suo gesto

    La bufera della guerra mise a ferro e fuoco tutta la Grecia, la quale, dopo alterne, eroiche vicende, fu costretta alla resa.
    I prigionieri italiani furono liberati dalle truppe vittoriose. Il capitano Facchini fu rimpatriato in Italia e fu destinato in Puglia a comandare un campo di prigionieri, i quali erano di varia nazionalità: inglesi, indiani, neozelandesi, ecc…
    Facchini si interessò delle condizioni di essi e si accorse che, in alcuni casi, non venivano trattati come si doveva. Ne parlò con il suo aiutante, tenente Ruggeri.

  • – Mi sembra che si sia un po’ troppo severi con i prigionieri: specie il trattamento disciplinare è troppo duro.
  • – Ma, capitano, -rispose il tenente -mi permetto di farle osservare che in fin dei conti si tratta di nemici: in momenti così difficili anche per noi, non credo ci sia da pensare alle buone maniere.
  • – E’ un grave errore agire così -replicò il capitano, perché così facendo viene aumentato l’odio e si esasperano gli uomini: per mia esperienza personale le assicuro che un po’ più di umanità verso i prigionieri, che non costa niente, migliora la distensione degli animi e aumenta la stima reciproca e ricordiamoci che quando la guerra sarà finita, questi uomini, tornando ai loro paesi, ci giudicheranno a seconda di come li trattiamo adesso. Ne va quindi di mezzo l’onore della Patria molto più che in una battaglia; così, dirigendo questo campo di concentramento, possiamo essere utili alla nostra Nazione ed al Suo prestigio, quanto combattendo con onore in prima linea. Ed in più posso dirle che se io sono vivo è perché un soldato greco mi salvò la vita, rischiando la propria.

Il   tenente Ruggeri non rimase convinto dalle parole del capitano. Era duro d’animo e avrebbe voluto replicare; tuttavia per disciplina, rispose:

    –     Va bene, signor capitano, darò disposizioni affinché la disciplina sia mitigata.

Nel 1945 la guerra terminò e dalle rovine ancora fumanti l’Europa intraprese l’opera di ricostruzione e di rinascita.
       Il capitano Facchini, proprietario di una piccola industria in una città dell’Italia settentrionale, riavviò il lavoro nel suo stabilimento e, dopo i tragici e tormentati anni della guerra, rigustò finalmente la pacifica e serena vita familiare, con la moglie e i due figli.
In molti uomini la guerra aveva indelebilmente lasciato sentimenti di rancore e di disperazione; invece Ugo Facchini pensava con riconoscenza al sergente Mirkos, del quale ricordava, oltre che l’avere avuta salva la vita da lui, il suo animo buono e di nobili sentimenti; e decise di tentare di rintracciarlo.
Si interessò presso il consolato greco, scrisse alle autorità civili e militari in Grecia e, infine, dopo mesi di ricerche, ricevette la notizia che Mirkos era vivo, ed il di lui indirizzo.
          Facchini gli scrisse subito e Mirkos gli rispose che le sue condizioni non erano buone: lavorava poco e conduceva, con la famiglia, una difficile esistenza. In genere la situazione in Grecia, in quel tormentato periodo post-bellico, era molto brutta e la Nazione era sull’orlo della guerra civile.
          Allora Facchini propose a Mirkos di venire, con la moglie e la figlia, in Italia, che gli avrebbe dato sicuro lavoro nella sua azienda.
        Così infatti avvenne: l’incontro fra i due ex nemici fu commovente e Mirkos si stabilì felicemente in Italia.
        Dalle vicende della guerra, che di per sé è cattiva e cruenta, questi due uomini avevano saputo trarne episodi di umanità che si erano concretati con la felicità di essi e delle loro famiglie, dando un fulgido esempio di fraternità e di civismo.

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Commenti

3 risposte a “Eroi senza medaglia”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Il ricordo di un periodo difficile e drammatico rimane sempre vivo soprattutto in chi l’ha vissuto o l’ha sentito narrare. E qui la rievocazione riemerge nitida a testimoniare che l’uomo è capace, purtroppo, di azioni brutali e disumane, ma, per fortuna, è anche capace di atti di altissima umanità, che lo rendono degno d’essere uomo, vero uomo. Quando il male sembra travolgere tutto e pare sprofondarci nell’abisso più nero della perdizione, ecco il bene che, anche dalle rovine, sempre emerge e raggiunge le vette più alte, fino a farci toccare il Cielo. Nell’ora della minaccia, esce sempre un segno, che ci fa trovare la nostra dignità di figli di Dio. Ed è per questo che io ho speranza, che noi tutti dobbiamo avere speranza: il male non prevarrà mai!
    Racconto nitido, scorrevole, lineare, pulito, docile, assolutamente non enfatico, che ci fa comprendere appieno la delicatezza, la sensibilità, la ricchezza d’animo del suo autore e ci offre una pagina interessantissima di storia
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Avatar Mario Camaiani
    Mario Camaiani

    Ringrazio sentitamente l’amico Gian Gabriele Benedetti per il lusinghiero e dotto commento fatto al mio racconto, commento che articolandosi profondamente nella tematica della vicenda descritta, fà anche trapelare la grandezza d’animo di Gian Gabriele stesso.
    Mario Camaiani.

  3. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Grazie a te, Mario! Attendo di leggere qualche altro tuo scritto.
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele