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LETTERATURA: “Erose forze di Eros” di Gianluca Paciucci, Infinito Edizioni

10 Novembre 2009

di Francesco Improta

Credo che parlare di Gianluca Paciucci sia superfluo, e perché come diceva Proust ogni libro dovrebbe parlare solo di se stesso e non di chi l’ha scritto e perché in calce a questo straordinario e sofferto libro di versi c’è una ricca nota bio-bibliografica in grado di fornire informazioni dettagliate o di soddisfare eventuali curio ­sità, anche se va chiarito che nella nota suddetta sono citati luoghi, fatti, date ma certo non quello che in termini di carica umana, di onestà intellettuale, di rigore professionale, politico e culturale Paciucci ha speso in tutta la sua pur giovane vita e soprattutto in questi ultimi venti anni.
Doverosa mi sembra anche un’altra premessa: la poesia si sottrae a qualsiasi tentativo di definizione o di chiarimento, rifiuta, cioè, gli abituali parametri interpretativi che non siano quelli specifica ­mente stilistici e metrici e vive di allusioni, di ambiguità poli ­semica e di musicalità affidandosi alla sensibilità di chi legge o ascolta. La poesia è un rito da officiare in pubblico, abbandonan ­dosi all’onda delle emozioni che ci trascina e ci travolge, ren ­dendoci partecipi di una solidale e proficua collegialità o com ­pagni di un viaggio irripetibile oppure è un rito da celebrare in privato, isolandosi dal resto del mondo, consapevoli dell’unicità dell’espe ­rienza che si sta vivendo a contatto e a confronto con il nostro io più autentico e profondo.
Il libretto di cui ci occupiamo oggi appartiene al primo tipo: è poesia, cioè, da leggere in pubblico, a voce alta e solo a tratti sopporta la lettura privata e silenziosa.
Erose forze d’Eros è il terzo libro di versi di Gianluca, dopo Fonte fosca, pubblicato a Rieti nel 1990 e Omissioni edito in Bosnia (Banja Luka) nel 2004 ed è, come è naturale che sia, il suo libro più complesso e più maturo, specchio degli ultimi 5 anni che lo hanno visto concludere la sua attività professionale e culturale a Sarajevo, sempre che un’esperienza possa dirsi veramente con ­clusa o esperita, e ritornare in Liguria dove ha ripreso l’inse ­gnamento nei licei prima a Genova e poi a Finale Ligure, tra dubbi, incertezze, ossessioni, fantasmi del passato ma anche nuovi slanci e rinnovate energie, un vero e proprio fiume sotterraneo, talvolta limpido talaltra magmatico, che non a caso scorre in queste pagine.
Il libro in questione comprende sette sezioni: Autoritratti (10); Erose forze d’Eros, che dà il titolo all’opera, titolo veramente suggestivo ed evocativo e a livello stilistico per la presenza di una finta annominatio e di una robusta allitterazione e a livello con ­tenutistico in quanto allude a una lenta dispersione, corrosione allo sgretolarsi di tutto un patrimonio e un potenziale affettivo (7); Quartine (50), la sezione più cospicua e consistente, quella più polemica e graf ­fiante; Luigi, Sarajevo in memoria di Luigi Bonalumi, di cui quest’anno ricorre il quinto anniversario della morte; Appunti per cartoline liguri di nuovo conio (15) per ri ­velare con i versi, attraverso le parole, ciò che Martino Lambezzi, suo amico e fotografo di chiara fama, ha rivelato con i suoi scatti tramite, cioè, le immagini in Atlante Italiano, alla voce Cornigliano, la dismissione; Carnevale a Gaza, titolo anche questo evocativo ed emblematico, già pubblicato a gennaio di questo anno sulla rivista anarchica A e sul Volantino Europeo ad Aprile; e infine Quartine scartate (10), non rifiutate e messe da parte, accantonate, ma liberate dell’involucro quasi fossero caramelle a cui sia stata tolta la carta che le avvolgeva. A queste sette sezioni bisogna aggiungere una nota iniziale dell’au ­tore, come sempre illuminante, e una postfazione, sempre di Gianluca, che offre puntuali indicazioni per risalire ai modelli e alle fonti e per orientarsi nel groviglio di motivi, idee e sentimenti che costituiscono oggetto e forma di questi componimenti, perché in Paciucci, stile e contenuto vanno sempre a braccetto, a riprova di un impegno e di una tensione che sono contemporaneamente dell’uomo e del poeta. La dedica “Ai marrani”, che indica soprattutto i destinatari dell’opera, potrebbe sembrare ambigua, per la connotazione prevalentemente negativa che si attribuisce al termine, ma il riferimento a Daniel Bensaïd, filosofo francese legato alla IV Internazionale, e soprattutto l’exergo della sezione Erose forze d’Eros, tratto da Le mosche del capitale di Paolo Volponi e ripreso nella postfazione, ci fa capire che i versi sono destinati a coloro che tacciono, non per opportunismo ma per forza maggiore, che vivono nascosti, coperti in attesa di tempi migliori, ma che hanno la forza e il coraggio – come dice testualmente Gianluca – di salvaguardare “il gruzzolo degli affetti, della verità e della conoscenza, e quella storica e quella poetica.
La geografia di questi componimenti è facilmente riconoscibile ed è quella più familiare a Gianluca: Rieti, città natale, periferia di Roma e provincia dell’anima, con i suoi affetti familiari, le prime delusioni, i suoi sogni giovanili e in particolare, citando Pasolini e non a caso, il sogno di una cosa; Ventimiglia e Nizza, con l’im ­pegno politico, culturale e professionale, le amicizie, le polemiche, le numerose delusioni e l’amore, quello che ti toglie il fiato e ti riempie il cuore; Sarajevo, l’abbandono, la fuga, le nuove ami ­cizie, la frenesia dei sensi e le canzoni gridate nell’ubriacatura; Genova il ritorno, con tutte le implicazioni psicologiche e sim ­boliche che il termine porta con sé, la Genova dei carruggi, matasse di odori, umori e di amori, quella, per intenderci, cantata da Fabrizio De Andrè e Max Manfredi. Accanto però a questa geografia dei luoghi, c’è una geografia del corpo e della mente: pelle, nervi, tendini, rughe, anfratti, cunicoli, recessi dove albergano pulsioni, passioni, fobie, angosce, ferite profonde. Non è un caso che i suoi componimenti, come ci conferma la nota introduttiva, si snodano senza distinzioni e senza separazioni, cioè senza titoli e punti fermi, concepiti come un unico corpo che precipiti, rotolando e sobbalzando, lungo le balze frastagliate delle pagine.
È una poesia tutta carne e sangue che rivela una prepotente vi ­sceralità non disgiunta, comunque, da una straordinaria lucidità e una non comune chiarezza dialettica. In brevi componimenti (in prevalenza quartine, tutt’al più sonetti), formalmente sempre più corretti e rigorosi, le parole, frutto di una ricerca e di un’elezione talvolta maniacali, risultano taglienti come lame affilate, rasoi o bisturi, che incidono la pelle e portano allo scoperto nervi e ten ­dini, meglio ancora, gangli tumefatti del corpo e dello “spirito”. Affiora, in uno scenario cangiante, mutevole eppure sempre uguale, popolato da un’umanità eterogenea e sofferente, ma fin troppo omologata, tutta la drammaticità della condizione erratica e precaria che è propria dell’uomo in generale e in particolare di chi, come Paciucci, in questi ultimi 5 anni, dalla luce morgana alle ombre lunghe della sera, sconvolto dai venti di guerra che incendiano il mondo, dalla corruzione dilagante, dall’arroganza di chi esercita il potere, dalla vergognosa alleanza e la tacita com ­plicità tra la Piazza e il Palazzo, per adoperare una termi ­nologia pasoliniana, e dalle violenze che lacerano il tessuto sociale o saccheggiano la natura e l’ambiente, eloquenti a tal proposito gli Appunti per cartoline liguri di nuovo conio, di chi, dicevamo, per tutti questi motivi non riesce a mettere radici, a trovare un ubi consistam, un approdo, oppure si ferma quando non è ancora il momento e dove non vi è un luogo propizio, o non esistono le condizioni adatte.
Da Fonte fosca, a cui Paciucci ha affidato le proprie ansie e inquietudini di giovane intellettuale di provincia ad Omissioni fino a Erose forze di Eros c’è, al di là dell’acquisita consapevolezza ideologica, della naturale maturazione umana e intellettuale e di una mag ­giore padronanza stilistica, una indiscutibile continuità, la com ­presenza di esigenze e istanze contrapposte: ragione e sen ­timento, Eros e Tanatos, estetica e politica, Venere e Marx, Comu ­nismo e Cristianesimo, passione e ideologia, volendo richiamare, anche in questo caso, il titolo di un’opera di P. P. Pasolini che insieme a Franco Fortini rimane uno dei punti di riferimento obbligati, dei modelli poetici e culturali di Paciucci. Come Pasolini, che non a caso aveva dichiarato che il corpo, il corpo popolare, era l’ultimo luogo dove abitava la realtà, Gianluca a livello contenutistico attribuisce, come abbiamo già accennato, un ruolo centrale alla corporalità non basta, come Pasolini a livello stilistico fa ricorso spesso alla figura retorica della sineciosi ma non per attenuare il significato di una parola con quello di un termine opposto, ma per esprimere l’estrema difficoltà se non l’impossibilità storica e individuale di sanare alcune dicotomie. Come Fortini, di cui in questo libro cita anche qualche bella immagine, Paciucci rimane fedele fino in fondo, nonostante le amarezze e le continue delusioni, al suo discorso civile, politico e morale senza sconti, tentennamenti, compromissioni o vacanze mentali, consapevole non solo della necessità di gridare ad alta voce la propria rabbia, (indignatio facit versum, come diceva Giovenale) ma anche e soprattutto del potere pedagogico della poesia, di conoscenza più che di trasformazione diretta della società, per cui il valore della poesia per Paciucci come per Fortini è, come dicevo all’inizio, nelle tensioni formali, metafore delle contraddizioni reali dell’individuo e della società.
Al centro di questo libro, l’omaggio commosso a Luigi Bonalumi, traduttore, pittore, poeta e saggista, intellettuale a tutto tondo, ma soprattutto, come lo definisce Gianluca, altro “padre”, maestro di vita, compagno di strada, mai rimpianto abbastanza, punto di riferimento ineludibile per quanti, e non solo in Riviera, hanno avuto a cuore le sorti della Cultura e della giustizia sociale. Il compianto o lamento funebre (mi viene in mente quello di Sor ­dello da Goito per ser Blacatz, quanti di noi avrebbero dovuto cibarsi del suo cuore, per acquistare il suo coraggio civile o semplicemente per cercare di essere migliori) il compianto, non in versi ma in prosa, una prosa ritmica che si snoda come un tessuto, drappeggiandosi intorno all’uomo e alle sue idee, si divide in due parti, di cui la seconda come ci avvisa l’autore, è stata letta in pubblico a Sarajevo il 28 settembre del 2007 durante gli incontri internazionali di poesia dedicati a Izet Kiko Sarajlić, e riporta in vita non tanto luoghi, personaggi, aneddoti e curiosità ma principi, valori, battaglie ideali, reciproche consonanze, corrispondenze e indignazioni esercitate, in lunghe discussioni protrattesi fino a tardi, in favore dell’Arte e della Cultura e contro le usure e le ingiustizie del mondo.
Poesia colta, quella di Paciucci, ricca di reminiscenze, di impli ­cazioni e di rimandi, costruita da sempre con un linguaggio ricer ­cato ed efficace e con un’attenzione costante e particolare, nelle quartine, oltre che nei sonetti iniziali, all’esatta misura del verso, alla rima, al ritmo, alla strumentazione retorica tutta giocata sui timbri, sulla collocazione e sui significati delle parole, tutte cose che fanno di questo libro un’opera matura, consapevole e inquietante, come è giusto che sia perché la poesia non ha e non può svolgere una funzione salvifica e forse neppure catartica, ma come abbiamo già detto ha una funzione pedagogica, di cono ­scenza più che di trasformazione diretta della società e soprattutto può e deve provocare, turbarci e sconvolgerci, scrollando certezze acquisite e verità prefabbricate e rivelandoci che esiste o può, comunque, esistere una realtà diversa da quella propinata quo ­tidianamente dai manipolatori dell’informazione e delle coscienze.
Ad una lettura superficiale e a livello specificamente ideologico, sembrerebbe che l’autore abbia abbandonato le certezze di un tem ­po, e che si sia indebolita o quanto meno incrinata la fiducia in una società più giusta o nel sole dell’avvenire (non a caso in un componimento dice il cielo ci divora solo stando  / immobile lassù senza mai tregua, ed è – come dice in un altro verso – un cielo invertebrato e molle o addirittura si riduce a un enorme buco nero che tutto inghiotte); non è un caso che in Carnevale a Gaza, la penultima sezione della raccolta, Gianluca si avvicini a posizioni anarchiche e si lasci andare, rovesciando convinzioni radicate e precedentemente difese, parlando di Israeliani e Palestinesi, a un grido a dir poco eloquente “due popoli, nessuno stato”. In realtà non è così e non solo perché in Paciucci, data la sua educazione cattolica e la sua formazione marxista, la speranza è l’ultima a morire, ma come avevo anticipato precedentemente e come si legge testualmente nella chiusa della postfazione: “… Quando gli altri spadroneggiano e hanno scacciato i tuoi, bisogna vivere coperti salvando il gruzzolo degli affetti e della verità, che esiste e che forse un giorno si potrà raggiungere.”


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Erose forze di Eros” di … — 10 Novembre 2009 @ 16:11

    […] Fonte Articolo:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Erose forze di Eros” di … […]

  2. Commento by giorgio — 25 Novembre 2009 @ 22:34

    Di chi conosce bene l’ autore e le sue opere questa articolata e chiarificatrice disamina sull’ ultimo libro del poeta Paciucci. Complimenti.

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