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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Fango

10 Aprile 2008

di Fabio Fracas  
[Fabio Fracas è autore, editor e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro e per i fumetti. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture.]

[Il brano “Fango” è stato presentato in teatro all’interno dello spettacolo “Giochi d’acqua”, il 12 maggio 2006, a Selvazzano Dentro in provincia di Padova. Dello spettacolo, realizzato con la preziosa collaborazione delle compagnie teatrali e di danza Abracalam (Padova), Scarpette Rosse (Rubano), Union Danza (Vigonza), oltre ai testi – una parte dei quali è stata scritta da Federica Castellini – Fabio Fracas ha realizzato anche le musiche.]

Il problema, il problema, era il treno. Quel maledetto treno che non arrivava; che non arrivava più.

Non era solo alla stazione: in quella piccola stazione, nascosta nel ventre di un’Emilia che non riconosceva, c’erano almeno altre cinquanta persone. Per rilassarsi cominciò a contarle: uno, una signora bassa e tarchiata con un impermeabile verde liso e macchiato di fango; due, un uomo di colore completamente rasato sul cui cranio lucido si riflettevano gli echi della pioggia; tre, un uomo anziano, con un bastone e un cane.

Il cane contava? Ci pensò su un secondo: era l’unico cane, un bastardino marrone e allegro, in tutta la stazione. Chissà se pagava il biglietto quando viaggiava. Cinque e sei, una coppia, forse ragazzi. Non riusciva a vederli bene perché erano riparati, nascosti da uno dei piloni che sorreggevano il tetto della pensilina. Lei era appoggiata al petto di lui e dai movimenti scomposti delle spalle si intuiva che stesse piangendo. Smise di contare: non serviva. Era ancora agitato.

Continuava a sentirsi nervoso; tutt’attorno continuava a piovere; la ragazza non smetteva di piangere. Non la conosceva, non conosceva ne lei ne il ragazzo che le stava di fronte, non conosceva la signora tarchiata e neanche l’uomo di colore o il vecchio o qualunque altra fra quelle persone. Forse ricordava il cane, ma non quel cane. Quello che girava attorno alla sua casa di Milano qualche mese prima, un trovatello, probabilmente abbandonato, che la vicina aveva un poco alla volta conquistato con dei pezzi di cibo e con un po’ di coccole. Ma quello era morto: l’aveva preso sotto una Golf grigio metallizzata, per sbaglio.

Il cielo era plumbeo. Non si vedevano altro che nuvole e lampi e acqua e lampi e ancora acqua che scendeva, continuava a scendere, mentre il treno continuava a non arrivare. La signora bassa e tarchiata gli si avvicinò; non era poi tanto bassa.

“Secondo lei smetterà di piovere?”

Non la conosceva, non voleva parlarle.

“Si.”

Lo disse quasi senza accorgersene. Quell’unica sillaba gli cadde fuori dalle labbra come se dentro di lui si fossero create due realtà e la seconda reclamasse il proprio spazio.

“Sembra sicuro.”

Adesso aveva ripreso il controllo: quella conversazione doveva finire.

“Prima o poi smette.” Disse. “Smette sempre.”

Si girò per evitare ulteriori domande. Non aveva risposte per sé ne per altri. La signora, ignorata, rimase in silenzio.

Osservò cadere le gocce per qualche secondo; il tempo passava. La stazione, oltre che piccola, era ben curata e, pur sporcata dagli schizzi infangati di infinite pozzanghere, sostanzialmente pulita. Sembrava una casa di bambole. Una casa di bambole attraversata da due lunghi binari che la tagliavano a metà sgraziatamente e quasi con noncuranza. Evidentemente servivano per permettere gli scambi dei treni locali o il passaggio di quelli interregionali e degli Eurostar. Sul secondo, però, era parcheggiata una motrice, vecchia e arrugginita. Un catorcio. Una di quelle motrici marroncine piene di scritte colorate. Si leggevano nomi, saluti, insulti sia in italiano che in inglese. Di là non poteva passare alcun treno.

L’attesa lo logorava. Anche la scelta di partire, di tornare a casa, l’aveva logorato. Aveva dovuto pensarci sopra parecchi giorni prima di aprire lo zaino e riempirlo con due maglioni, indumenti intimi e un unico paio di jeans. Poi era sceso dalle scale del palazzone stile pep nel quale abitava e si era diretto sotto la pioggia verso la metropolitana. Non usava l’ombrello. Anche Dylan Dog non lo usava. L’ombrello era una specie di subdola difesa: apparentemente proteggeva dalla pioggia ma in realtà escludeva il contatto con una parte del mondo, una parte bagnata del mondo. Per arrivare fino a li non c’erano stati problemi, almeno non più di tanto, ma adesso erano quasi due ore che aspettava e il treno delle 15 e 36, alle 16 e 45, non era ancora arrivato.

Seduto, per terra, con le gambe incrociate e lo zaino a sostenere il braccio destro. In piedi ciondolante con le spalle curve e lo sguardo perso. Appoggiato al muro con la gamba sinistra piegata a novanta gradi all’indietro per sostenersi con il piede all’alto battiscopa di marmo. Guardò ancora una volta attorno a se, ma adesso le ombre della sera erano già cominciate a scendere.

Il ferroviere della stazione era sempre rimasto all’aperto, esternamente al suo gabbiotto. Ne aveva visto solo uno ma probabilmente dovevano essere almeno in due. Ogni tanto avvicinava un grosso telefono da lavoro al viso e confabulava con qualcuno lontano. L’ultima volta che lo fece il viso divenne dello stesso colore del cielo. Rientrò velocemente nel gabbiotto: pochi secondi dopo una voce gracchiante annunciò dall’altoparlante che il ponte era crollato e che nessun treno sarebbe passato per il resto della giornata.
Poi l’uomo uscì e si preparò ad affrontare uno a uno ciascuno dei suoi ex clienti.

Non sapeva cosa fare: aveva un fratello ma l’ultima volta che gli aveva parlato era stata quattro anni prima, quando se ne era andato. Quella era stata anche l’ultima volta che aveva visto e sentito suo padre e sua madre. L’ultima volta che era stato in Emilia. L’ultima volta di tante altre cose.

Attese il suo turno mentre le grida degli altri lo lasciavano indifferente e, alla fine, parlò col ferroviere. Guardò l’uomo davanti a lui. Poteva avere sui 45 o 50 anni ma la pelle del viso era tirata e rugosa come una vecchia carta increspata, i suoi occhi erano fissi e annacquati e la voce, sfinita, non tradiva alcuna emozione tranne un’evidente stanchezza.

“Niente treni. Nessun treno oggi?”

“Nulla. Il ponte a nord è crollato. È a pochi chilometri verso il paese. Le squadre di intervento lo stavano già monitorando da ieri, da quando la piena è salita oltre il limite di due anni fa. Ma poi ha continuato a piovere, continua a piovere, e i nuovi argini non hanno retto. Sono ponti normali, niente di speciale, siamo solo una linea secondaria non possiamo permetterci chissà che. Tutte le norme sono rispettate. Chi si aspettava un tempo del genere: sono 18 giorni che continua a piovere.”

“Sono partito per questo. Tutta la zona è allagata. Neanche gli autobus pubblici funzionano?”

L’uomo allargò le braccia. “Qualche disperato voleva farlo, ci sono paesi con quasi quaranta centimetri d’acqua e comincia a mancare anche il cibo, ma le compagnie non si sono prese il rischio. Le assicurazioni non pagano se succede qualcosa. Non parte e non arriva più nulla da quasi tre giorni. A parte i treni a lunga percorrenza. Adesso non arriveranno neanche più quelli.”

Lo zaino sembrava pesare più del solito e mettendoselo in spalla, sentì che il braccio gli doleva. Era stata solo una fitta ma significava che quel tempo maledetto cominciava a dare fastidio più del dovuto. La spalla se l’era rotta quasi 5 anni prima, cadendo con la moto. Era stato un classico incidente.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart