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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Fari nella notte

21 Gennaio 2009

di Mariapia Frigerio

«Cazzo! Ma perché non si levano dalle balle? ‘ste troie al volante »! Diede l’ennesimo colpo di clacson. Poi si accorse che non era colpa dell’auto guidata da una donna, ma che era un incidente a bloccare il normale scorrimento del traffico. Doveva arrendersi e restare in coda per chissà quanto tempo. «Porcoddio »!   Non c’era niente da fare. Non gli restava che aspettare. Si accese l’ennesima sigaretta.
  La sera calava veloce. Il cielo mostrava le ultime striature rossastre, quelle che solo il freddo e l’aria tersa dell’inverno fanno vedere.
  Avrebbe necessariamente ritardato il suo rientro a casa. La cosa non gli dispiaceva. La famiglia gli pesava. Una moglie perbene, sì, ma noiosa. «Mai un guizzo, mai una fantasia » – borbottò tra sé. Poi quei dannati marmocchi: due bambine piagnucolose come la madre e un maschietto che prendeva il peggio dal gineceo in cui viveva. «Che maschio è quello? Piccolo di statura per i suoi dieci anni e sempre con le sorelle o con le sue stupide automobiline! Non ha proprio preso da me »!  

  Le altre persone in coda iniziavano a dare segni d’insofferenza. I suoni dei clacson si ripetevano ormai in modo ossessivo. Lui aveva smesso e, ora, non poteva sopportare che altri provassero la sua stessa impazienza. «Che coglioni! Cosa vi cambia suonare così »?
  Mise della musica. Chet Baker. Ripensò alla moglie. «Jacques Brel. Lei solo quei maledetti insopportabili lagnosi francesi »! Pensò di non rientrare per cena. Non gli piaceva, del resto, neppure come cucinava. «Mi fermerò da qualche parte. Ora la chiamo ».
  Fece più volte il numero di casa. Sempre occupato. Il cellulare, come sempre, spento. «Ma perché mai glielo avrò regalato »?  

  Ormai non restava più nessuna traccia del tramonto. Ora il buio della notte dominava e le sirene delle autoambulanze non davano pace.
  «Deve essere successo qualcosa di grosso ». Si trovava imbottigliato in una coda di cui non si vedeva né l’inizio né la fine.                                                  Avrebbe potuto scendere e chiedere spiegazioni. Non ne aveva voglia. Spense anche la musica. Pensò di chiamare la sua amica per proporle di mangiare con lui e poi magari… Ci ripensò. «No, donne stasera, no ».
  Rimase al posto di guida. Dal finestrino vedeva un andirivieni di persone. Poi dei barellieri. Lui restava solo un immobile spettatore.
  Ma il suo sguardo, ad un certo momento, iniziò a superare l’affollamento della strada e a salire su per le colline che costeggiavano la superstrada.
  Salì su dove si vedevano diverse abitazioni: piccoli condomini, squallide villette e alcune ville. Lo spettacolo di tutte le sere. Ma ora, lì fermo, il suo occhio poteva indugiare sulle luci delle finestre accese.
  Di colpo, una dopo l’altra, le finestre prendevano vita. Immaginò quali persone si muovessero là dentro. Iniziò a divertirsi a fantasticare. Pensò a quelle stanze illuminate dove qualcosa prendeva vita e quella vita, vista da lui che ne era al di fuori, era qualcosa di commuovente. Pensò che inteneriscono sempre le luci nelle case di sera, per chi ancora deve arrivare o per chi è lontano.  

    Si rivide bambino. Si rivide in viaggio – un viaggio di più di un’ora – in auto con suo padre e sua madre che lo portavano in collegio in città. Aveva undici anni, ma non era come gli altri bambini. Era, al tempo stesso, più sensibile e più ribelle. Era un bambino diverso.
Il collegio. Tre anni lunghi quanto una vita. Una vita di cui aveva serbato gelosamente e dolorosamente due ricordi. I suoi compagni più grandi che lo chiamavano bambolina, perché piccolo di statura e bello. Già, quel bambolina non lo avrebbe abbandonato mai. Bambolina. Anche in mezzo alle ragazze che spudoratamente lo avrebbero corteggiato e con cui avrebbe avuto una storia dopo l’altra, quella parola gli sarebbe martellata nel cervello. Aveva, addirittura, proibito a sua madre di mostrare la foto in cui lui compariva  -unico-   con i calzoni al ginocchio, in prima fila. Bambolina.
  Poi l’altro, ora che vedeva le luci delle case accendersi con una incredibile frequenza. Ecco, lui bambino, con gli occhi alla finestra, mentre guardava accendersi le luci nelle case, sperando – chissà come- di vedere la sua. Due fari nella notte che cercavano di riconoscere nel buio la sua casa, che sognavano il calore della famiglia.  

  Era in preda, mentre lentamente il traffico ricominciava a fluire, a uno struggimento indicibile. Di colpo rivide il suo di bambino, piccolo di statura e bello. Pensò che con i suoi occhi appoggiati al vetro della finestra che dava sulla via, forse, lo stava aspettando. Due fari nella notte in attesa del suo arrivo.
  Pigiò il piede sull’acceleratore. Doveva correre da lui. Non gl’importavano né la moglie né le due figlie, ma il suo bambino, quel suo bambino che magari nascondeva lui pure un segreto (o due segreti?), quello sì che ora gl’importava.


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12 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 21 Gennaio 2009 @ 15:59

    La realtà caotica di una strada, dramma pressoché quotidiano, l’impazienza di una modernità che vive solo di fretta (quasi una fuga, ma da che cosa?), una vita familiare assai piatta e non del tutto gratificante… Poi il ricordo che diviene “gorgo di luci”. E così il grigio della noia e della delusione si trasformano in una visione di allora, che, seppur non felice, squarcia il velo che si apre in parte al solco disposto del cuore.
    L’intensa ispirazione si trasforma in sapienza psicologica, mentre offre suggestioni, che trovano sostegno ed armonia nella purezza estetica.
    Se mi è consentito, tuttavia, mi dissocio, per le mie convinzioni e in virtù del mio credo, dalla bestemmia iniziale, anche se riconosco quell’imprecazione essere assai realistica e, purtroppo, comune. Non me ne voglia la bravissima Mariapia, che stimo e apprezzo.
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Carlo Capone — 21 Gennaio 2009 @ 18:49

    Quando frequentavo i corsi di scrittura di Pontiggia si discuteva spesso sull’uso corretto dell’imprecazione, che non può essere disposta a casaccio e, in quanto momento topico di un pensiero o di un discorso, deve essere appropriata alla situazione e al personaggio. Per capirci, una bestemmia forte e colorita in bocca a un camallo che sfacchina al porto di Genova te l’aspetti, a prescindere dalle proprie legittime convinzioni, un po’ meno quando a proferirla è un tizio di cui nulla sappiamo, salvo che ha dei figli, è impelagato in un blocco stradale e per questa sera preferisce non far sesso.
    Anche a me il racconto è piaciuto, specie per l’intensità con cui è posto, ma devo dire che quella bestemmia all’inzio mi ha sconcertato. Per le ragioni di cui sopra e non, ahimè, per saldezza di credo come nel caso di Gian Gabriele.

  3. Commento by alex — 23 Gennaio 2009 @ 00:39

    Le distanze, per quanto grandi, non sono mai così definitive. Anche fermi in una qualsiasi coda, la vita (bestemmie incluse) scorre e colma la vera distanza che si era formata tra padre e figlio.
    Le bestemmie poi, specialmente in Toscana, non vengono pronunciate solo nei momenti ‘topici’ ma come un intercalare del discorrere quotidiano. Ascoltate un po’ in giro.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 23 Gennaio 2009 @ 13:25

    Non mi sembra una buona ragione offendere Dio e chi in lui crede. In più è una grande maleducazione. Questi bravi bestemmiatori, perché non offendono Maometto o Allah? Forse perché sanno che avrebbero un “trattamento” particolare? Noi cristiani e cattolici ci limitiamo a prendere le distanze nei confronti dei bestemmiatori, pur avvertendo con dispiacere l’oltraggio, ma i Musulmani cosa farebbero in simili situazioni? C’è un certo Giobbe Covatta che si bea di prendere in giro il Vangelo e la Chiesa cattolica: perché non lo fa con la religione dei Musulmani? Perché è un codardo. E così è semplicemente e gratuitamente ingiurioso nei confronti di chi sa che, oltre ad indignarsi, altro non fa.
    Gian Gabriele Benedetti

  5. Commento by Carlo Capone — 23 Gennaio 2009 @ 13:46

    @ alex
    La letteratura non è la copia pedissequa della realtà.

  6. Commento by alex — 23 Gennaio 2009 @ 19:32

    Lungi da me l’idea che la letteratura debba essere una fotocopia della realtà. Ma uno scrittore vi è necessariamente immerso e da questa attinge e seleziona le cose con cui costruisce il suo mondo. Per eliminare qualsiasi possibilità di fraintendimento premetto che non pratico l’imprecazione (pur essendo toscano), né mi piace sentirla pronunciare da chicchessia (altro che camalli), né tantomeno leggerla.
    La posso digerire (non senza fatica, però) quando è inserita in un contesto letterario che, vuoi per lo stile, l’ambiente che descrive o per lo spaccato che vuol rappresentare, la richieda. Non è facile, da questo punto di vista, leggere ad esempio Celine la cui prosa ne è piena.
    Nel racconto in questione, a mio giudizio, quell’iniziale bestemmia è efficace per descrivere una situazione che in ‘questo dramma quotidiano’ diviene meccanica consuetudine, gesto irriflesso e automatico. Potremmo discutere a lungo su questa umanità pedissequa che usa un linguaggio omologato. Ma questo è un altro discorso…

  7. Commento by Wainer Riccardi — 25 Gennaio 2009 @ 15:21

    Trovo spiacevole vedere la letteratura, quindi l’arte, che si devono abbassare al livello di un dibattito sull’opportunità di una imprecazione (e al cinema o in teatro potrebbe essere di una tetta o un culo mostrati al pubblico). Credevo tutto ciò fosse stato superato già ai tempi del povero Carmelo ma non illudiamoci… la storia non va sempre avanti e sempre in meglio.
    Lasciata all’autrice la libertà di mettere in bocca ai suoi personaggi tutto ciò che vuole, in questo racconto ci pare che si confermi l’intensità del raccontare e del costruire caratteri che non si percepiscono come ‘costruiti’ ma si materializzano nella loro ‘realtà’ e non ci abbandonano presto, anche dopo che siamo passati con un clik ad altri siti.

  8. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 25 Gennaio 2009 @ 20:13

    Io non lo trovo affatto spiacevole, questo dibattito: è costruttivo e testimonia le sensibilità, i convincimenti, le tesi di ognuno. È sinonimo anche di ampia e salutare libertà di pensiero.
    Veniamo al sodo. Se a mostrare culi e tette (questa è l’emancipazione della donna?), se bestemmiare, se permettersi, in un libertinismo assoluto, tutto e di più, senza rispetto alcuno, soprattutto per i giovani in formazione, significa progresso e miglioramento dell’umanità, c’è poco da star tranquilli. Vediamo cosa avviene proprio in questi giorni, con i vergognosi stupri. Non mi si venga a ripetere la solita solfa: che bisogna guardare piuttosto alle guerre in corso, alla politica spesso sporca e corrotta, alle ingiustizie, ecc., ecc. Ci mancherebbe altro non avvertissi la gravità di tali temi! Ma vi sono pure delle leggi sulla moralità del costume e del comportamento, c’è il rispetto per chi crede… E qualche regola anche in questo senso dobbiamo pur darcela. E proprio noi, che scriviamo, abbiamo il privilegio ed il grande dovere di essere pedagogici. Se uno scrittore (libero di farlo, per l’amor di Dio!) usa un linguaggio da taverna o, peggio ancora, inserisce bestemmie tra le sue pagine, non spinge soprattutto i giovani ad imitarlo ed a sentirsi liberi di offendere impunemente Dio? Se lo fa lui, perché non lo posso fare io? E questo, mi si permetta io non lo posso giustificare
    Gian Gabriele Benedetti

  9. Commento by Wainer Riccardi — 31 Gennaio 2009 @ 15:28

    Quale effetto avrà sui giovani in formazione vedere due lingue maschili che si toccano con piacere in Milk, peraltro molto ben recensito in altra pagina di questo sito? E le scenette sado-maso del vecchio Marcel, le oscenità di Boccaccio e di Moravia, le fotografie di Mapplethorpe e certi disegni di Cocteau, unitamente al suo Libro Bianco e altri testi… e si può proseguire all’infinito, da Dante a Pasolini. Procediamo con una ripulitura o diamo alle fiamme?
    In ogni caso la vera Arte ha sempre qualcosa da insegnare ma non è mai pedagogica (sciagurato quel pedagogo che si ritenesse artista). E certamente non spinge mai allo stupro che nasce prevalentemente dall’incultura, dubito che coloro che hanno praticato gli orribili atti di cui qui si è parlato si siano prima letti il raaconto in oggetto (o qualunque altro racconto).

  10. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 31 Gennaio 2009 @ 16:43

    L’arte è una cosa, ma quando si vuole forzare la mano spesso gratuitamente e, per me, inutilmente con l’oscenità e con la bestemmia (sempre da condannare, perché non solo offende Dio, ma anche chi ci crede), ciò è sempre sconveniente e diseducativo. Non porta mai frutti positivi.
    Un nudo artistico non è mai scandaloso, ma certe scene volgari sì. C’è o no una differenza? Per chi se ne intende sì
    Gian Gabriele Benedetti

  11. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 31 Gennaio 2009 @ 16:52

    Dimenticavo. Non c’era bisogno di ironizzare, esagerando il discorso, col dire che si dubita che chi ha letto questo racconto sia “invogliato” allo stupro. Il mio era, se lo si voleva capire, un discorso ben più generale. Tuttavia una certa regola morale ce la vogliamo dare o no?
    Sarebbe opportuno che qualcuno si rileggesse, a proposito, “La Repubblica” di Platone!
    Gian Gabriele Benedetti

  12. Commento by natascia — 3 Febbraio 2009 @ 18:47

    salve a tutti.

    mi pare ovvio che l’arte non ha niente a che vedere con la decenza, il buongusto, la religione o la compiacenza.
    A meno che l’artista non voglia fare arte sui quei temi.

    La bestemmia mi ha fatto detestare il poveretto del racconto (e non sono praticante), alla fine del quale si avverte una modificazione uno spiraglio di umanita’.
    non era questo uno degli scopi del racconto?

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