Ferzan Ozpetek: “Rosso Istanbul” – Mondadori

di Raffaella Puccetti
(le sue poesie qui)

Leggere questo libro è entrare con passo leggero e religioso rispetto nel mondo sacro dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore rappresentato dall’antica villa bianca sul Bosforo a Istanbul, dove lui ha vissuto da bambino. Mondo sacro perché in quella casa, in quella città, così tanto amata e che alcuni fanatici fondamentalisti vorrebbero ora distruggere, l’autore ha conosciuto la bellezza in ogni suo aspetto, nell’armonia di forme, di colori, di luci, di profumi, di voci e soprattutto là ha conosciuto l’amore. È come se ogni porta della grande casa aprisse per noi una stanza che rievoca ricordi dolci, qualche volta un po’ velati di malinconia ma mai profondamente tristi né mai pieni di rimpianto. Traboccanti di tenerezza e nostalgia sono le bellissime descrizioni che Ferzan, già da piccolo profondo e acuto osservatore di tutto ciò che lo circonda, fa della sua famiglia, della nonna, della madre, delle due zie e della sorella, donne che definisce in modo simpatico e amorevole “il mio harem”. Perché è da ognuna di loro, soprattutto dalla madre, che ha appreso che si può amare in modi diversi, che l’amore va oltre il tempo e la razza, e che si possono amare anche due persone contemporaneamente.

“Ama” vuole dirci l’autore: ama la vita vivendola in ogni suo aspetto, assaporandone con dolcezza e positività ogni istante, ama la natura respirandone i profumi e apprezzandone i colori e la bellezza. Solo l’amore può rendere sublime ogni esperienza e ognuno di noi può amare anche se in modo diverso. È infatti proprio quando Ferzan scopre che anche il padre (troppo a lungo assente nella sua prima infanzia che compariva però talvolta all’improvviso e imponeva la sua presenza con il suo carattere forte di uomo deciso e sicuro di sé, severo e maschilista e anche violento e imprevedibile) è capace di gesti d’affetto e di solidarietà nei confronti di un povero ragazzo che non fa parte della famiglia, ne rivaluta la figura e inizia a volergli bene.
È ancora l’amore che consente ad Anna, il personaggio che lui incontrerà più volte ad Istanbul, di vivere un’infanzia serena grazie all’amore che il nonno riversa su di lei (rimasta orfana di madre in tenera età). Il nonno, con la sua presenza, con le sue cure amorevoli, con i suoi saggi consigli, infonde sicurezza e fiducia nella nipotina e lei cresce così, sicura di sé, forte e decisa nel carattere ed anche desiderosa di viaggiare e conoscere il mondo grazie ai racconti del nonno che hanno stimolato la sua fantasia. L’infanzia è sacra perché è in quel periodo della vita che si forma l’uomo del domani, quell’uomo che troverà solo dentro di sé la forza per andare avanti nonostante le esperienze dure e tristi della vita.
Colpisce l’amore profondo che Ferzan ha per la sua città natale, che rappresenta le sue radici, ma anche l’amore che prova per l’Italia, per il Cilento, per Roma. Bellissima la sua frase: “No, essere straniero, in fondo non mi fa paura. E, in fondo mi piace sentirmi turco a Roma e romano ad Istanbul”.

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