Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Figlie di Calliope, sorellastre di Orfeo

18 Maggio 2010

di Nicola Dal Falco

Quando Ulisse si fa legare all’albero della nave, lega le membra, le lega apposta per dedicarsi solo all’ascolto. Tali cose e in tale forma dicono le Sirene che, da libero, il corpo avrebbe perso il controllo, si sarebbe messo in moto come le pietre, gli alberi e gli animali sotto l’influsso della cetra di Orfeo.

Stando in mare, la doppia precauzione verso se stesso e i propri compagni è quindi ovvia, perché quel tipo di trascinamento, somigliante ad una trance, avrebbe impedito il governo della nave.

Forse non sono le Sirene in sé ad essere pericolose, ma l’esperienza delle Sirene, visto che si svolge sempre in condizioni precarie. Per limitare l’impressione nefasta che le accompagna, occorre vederle sotto un’altra luce, riconsiderarne la genealogia.

Tra le diverse ipotesi, c’è anche chi dice che siano nate da Calliope, una delle nove muse, quella che presiede la poesia epica e l’eloquenza. Ca-lli-o-pe, dalla bella voce, la cui parola (èpos questo vuol dire) trasfigura l’individuo in comunità, l’esistenza in destino, mettendolo contemporaneamente in relazione con il passato e con gli altri. Non a caso, è la primogenita, la più anziana di tutte.

Seducente la sua voce, potente la parola che penetra e unisce. Madre delle Sirene, nate dall’unione con il fiume Achelao, dai gorghi d’argento secondo Esiodo – di cui cogliamo en passant la natura di elemento che scorre impetuoso in una direzione – e madre di Orfeo, il cantore tracio di cui è padre Apollo, colui che colpisce da lontano, impugnando tanto l’arco che la cetra.

Parentele importanti, quindi, che girano intorno al canto, alle parole ritmate con la musica. Prossime all’immagine del fluire di un fiume e all’imprevedibilità della freccia e del discorso, scoccati ambedue da una corda tesa.

Già queste prime considerazioni contribuiscono a diradarne l’aura sinistra, ma è il loro aspetto arcaico a indirizzare la nostra simpatia verso un più sicuro approdo. Le Sirene sono uccelli, uccelli a cui è stato dato un viso di donna e non il contrario. O almeno così vorremmo credere.

Un corpo non casuale, anzi definitivamente simbolico. Qual è allora il simbolismo di chi si muove nell’aria dopo aver spiccato il volo da terra?

Il volo lento, rapido, a zig-zag, radente o in formazione si dipana come un fraseggio nella spazio che divide l’orizzonte umano e divino.

Ancora una volta, il significato di una parola ci aiuta, ricordando che uccello in greco, ornis, era sinonimo di presagio e di messaggio in cielo. Scrutarne i movimenti e trarne auspici equivaleva a comprenderne in qualche modo la lingua.

Un’operazione utile per tradurre, nel nostro, il linguaggio celeste. Anche il fatto, quindi, che le Sirene fossero uccelli ci spinge ad ascoltarle con attenzione. E, infatti, il messaggio che giunge alle orecchie di Ulisse è esplicito e tutt’altro che terreno: non promettono ricchezze o amore, ma conoscenze.  

«â€¦ Odisseo, Odisseo,
o somma gloria degli Achei, o grande adulato!
vieni, vieni, vieni qui, vieni a noi! Arresta
la nave, se vuoi udire la voce di noi due.
Sappi che di qui mai nessuno su lignea nave
è passato, senza prima ascoltare la voce mielata
delle melodie che ne fuoresce dalle labbra!
anzi, anzi, ognuno, immerso in nuova goduria,
impara più e più belle cose, e poi fila via…
noi tutto sappiamo: anzi sappiamo tutto
quello che avviene sopra la crosta della terra
generosa e feconda!… »

Ecco, andrebbe sottolineato quel «e poi fila via – preceduto da – impara più e più belle cose » – constatazione nuovamente ribadita dal: «noi tutto sappiamo ». Sembrerebbe che la «nuova goduria » provochi un pieno e che questo invasamento faccia schizzar via. Cosa? L’anima?

Ciò che insegnano o semplicemente indicano le Sirene non è un sapere accademico o tecnico, può darsi che appartenga alla mania, a quel deliro di origine divina, classificato da Platone nel Fedro secondo le sue varie manifestazioni. Certo è che la mania provoca uno stato di tensione che ha per scopo la conoscenza dell’essere. Non qualcosa di applicativo, ma di universale e pertanto indispensabile ad ognuno.

Le muse, ad esempio, sono responsabili della mania poetica, della parola ispirata che come la danza e il canto sfrutta l’udito, insemina l’orecchio.

Le Sirene potrebbero aprire la mente e lasciar presagire altre verità con cui   anche l’astuzia di Ulisse deve fare i conti.

Pur difendendosene, egli si sottomette alla prova e, stranamente, da quel momento, successivo al viaggio nell’Ade oltre i confini di Oceano, perde il contatto con i suoi compagni, divenuti estranei giorno dopo giorno fino all’ultimo incidente della vacche del Sole, in cui mangiandone le carni danno termine ai loro giorni mortali.
Sapere è un rischio, ma l’unico che renda gli uomini degni di stare al mondo in compagnia degli dei.

Alcune sfide che hanno per tema il canto finiscono male: le figlie di Pieiro, ritenendosi all’altezza delle Muse, sono tramutate in gazze; Marsia, convinto del proprio talento, è scuoiato vivo per ordine di Apollo.

Le stesse Sirene, non possono più volare pur mantenendo i principali attributi degli uccelli (ali e canto) proprio per essersi , un giorno, misurate con le Muse. Tuttavia, quest’ultime, nelle Metamorfosi di Ovidio si mutano proprio in uccelli per sfuggire alle brame di Pireneo, ospite iniquo.

Il canto, la parola sono la soglia su cui si spalanca la vertigine di un cambiamento, quando due mondi cozzano repentinamente tra loro.

Un raggio di luce che pur illuminando la scena non può essere fissato direttamente. In quell’occasione, però, per un lasso di tempo senza tempo, tutto si trasforma, i rapporti con le cose sono interrotti, la mente fluttua dietro una traccia luminosa, si ricongiunge con il proprio eco, ovunque disperso.

Gli aborigeni australiani, in un libro ormai famoso Le vie dei canti di Bruce Chatwin, raccontano che il mondo prima del mondo fu percorso dagli antenati che cantando gli davano vita, scolpendo con la voce coste, valli, colline, guadi. Sillabando armoniosamente il paesaggio. Che sia questo, allora, il messaggio sotteso: tenere il mondo e l’esistenza in bilico su i suoni che li crearono? Ad una simile visione ricorre Platone nella Repubblica, parlando del mito di Er, dove le Sirene governano il moto delle sfere celesti.

E veniamo, infine, a Orfeo, fratellastro per parte di madre delle Sirene. La sua capacità di commuovere la natura, di rapirla dipende soprattutto dalla potenza magica del suo strumento: la cetra.

Uno strumento che ha caratteristiche cosmiche. Il carapace della tartaruga con cui è fatto ha un lato tondo come la volta celeste, uno piatto come la superficie terrestre e le corde tese all’interno rappresentano i livelli di ascesa.

L’animale che la abita si trova su un piano intermedio, la stessa condizione degli esseri umani, le sue quattro zampe simboleggiano le colonne del mondo, mentre la capacità di ritrarsi in sé stessa corrisponde alla volontà di concentrazione.

E concentrarsi altro non è che un ritorno allo stato primordiale, pre-logico, unitario.

Volar via, sollevandosi sopra il lato farsesco e feroce dell’esistenza, è il difficile compito suggerito dagli uccelli, simboli dell’anima che s’innalza per gradi successivi così come le farfalle e le specie più piccole sono l’immagine delle anime dei morti, già liberate, o dei bambini.


Letto 1771 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart