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LETTERATURA: Fisica o metafisica di Pinocchio?

20 Gennaio 2013

Fisica o metafisica di Pinocchio?
Dieci domande a Daniela Marcheschi
di Nicola Dal Falco

Le avventure di Pinocchio sono un libro per l’infanzia, propedeutico alla crescita di ogni generazione che si affacci alla vita o raccontano semplicemente l’infanzia di un certo mondo? Della Toscana ancora rurale e codina, dell’Italia appena unita?

Le Avventure di Pinocchio sono un libro per bambini diretto ai grandi, in tal senso si prestano a diverse letture e riletture.

Da bambini siamo spesso presi dalla paura (almeno io lo ricordo così); da certo comico burattinesco che ha presa immediata sui piccoli; dal senso dell’avventura/disavventura che Pinocchio vive con alterne vicende.
Da grandi apprezziamo l’ironia, la satira, la ricchezza dei riferimenti culturali messi in parodia, i significati profondi del testo.
Da questo punto di vista è un’opera che permette a ogni età un ampliamento di orizzonti notevole.
Certo Collodi pensava non solo alla condizione dell’infanzia nell’Italia unita (ne scrive parecchio, in testi confluiti in Occhi e nasi ad esempio), ma anche alla propria infanzia quando scriveva il Pinocchio: l’uso della parrucca con il codino per gli uomini, ad esempio, è durato a lungo.
Immagino quale effetto dovesse fare l’incontro con anziani che ancora la indossavano a un bambino toscano che cresceva in un Ottocento già scosso dai moti rivoluzionari, dai fermenti risorgimentali e dall’affermarsi dei “must” della moda.

L’umorismo, tutt’altro che velato, il senso paradossale e la vena sarcastica con cui sono intessute le pagine di Pinocchio, rappresentano il quid del libro o, proprio perché l’umorismo è l’avvertimento del contrario, offrono altre implicazioni?

L’umorismo inteso nella vasta gamma delle sue forme, dei suoi aspetti (satira, calembour, sarcasmo, assurdo, grottesco, parodia) è la tradizione letteraria codificata che Collodi predilige, che trova più consona alla propria visione del mondo per esprimersi; e la porta nella letteratura per l’Infanzia a cui egli dà un contributo fondamentale, se proprio non la crea.
Baccini a parte, c’è in quest’ultimo genere letterario con tutta evidenza   un “prima” e un “dopo” Collodi: l’autore gli dà una impronta che sarà seguita non solo in Italia, ma in tutto il mondo.
Basti pensare al grande Monteiro Lobato per il Brasile ad esempio.
L’umorismo di cui si parla è quello che prevede un atteggiamento agonistico da parte del soggetto, critico nei confronti della realtà, e della cultura di cui si vogliono smascherare le menzogne. Pensiamo quanto dovesse essere gradito tutto ciò a un patriota. Non a caso Leopardi è uno dei numi tutelari della tradizione umoristica italiana, di cui Collodi è uno dei maggiori interpreti e di valore internazionale.

Che peso dà all’idea che Collodi abbia, volente o nolente, scritto un racconto metafisico dove in palio c’è il principio di individuazione, l’uscita dal caos primordiale? La seconda nascita o navigazione verso la luce della coscienza, un uomo nuovo in senso alchemico o gnostico?

Questo aspetto è senza dubbio presente nel Pinocchio,il burattino si affida alla vita con una ingenuità pari al suo coraggio e alla sua bontà, per conoscere ed attraversare tutti i regni e le “anime” della terra: vegetale, animale, umana.
Ma una lettura simile rischia di risultare anche troppo “conclusa” e consolatoria per certi versi: il fatto è che il testo chiaramente dice che Pinocchio non deve diventare “perbene”…
La sua stessa trasformazione inquieta, diventa un rischio secondo Collodi: quello del conformismo che pietrifica il necessario dinamismo interiore dell’essere umano.
In ogni caso il capolavoro collodiano ha una tale ricchezza di significati e suggerisce tanti livelli di lettura che risulta uno dei testi più profondi e straordinari della letteratura.
È la cosa che più mi colpisce da quando ho iniziato – un po’ per caso un po’ per “istigazione” di Felice Del Beccaro – a lavorarci su, nel 1982-1983: c’è sempre qualcosa da scoprire e capire, qualcosa da registrare, affinare.

Il Risorgimento a cui Collodi partecipa, combattendo con i volontari toscani, si compirà attraverso l’educazione delle giovani generazioni o resterà sospeso?

Collodi si occupava di educazione già nel 1861, e ha continuato a farlo per tutta la vita, anche se con intermittenza. Aveva chiaro che l’Italia era da fare e che i processi storici possono essere complessi, lunghi e non sempre scontati in ogni caso.
Potremmo dire che è stato un campione del Risorgimento “ora e sempre”. Quanto ai grandi eventi storici, c’è chi li vive partecipandovi e basta, e chi ne guida anche gli esiti, perché ha il potere di farlo. Collodi non era un uomo disposto a venire a compresso con certi compromessi del potere…
Le rivoluzioni restano comunquesempre sospese: soprattutto se non se comprendono culturalmente i significati.
Da questo punto di vista, certe cose che si sono lette e dette sul Risorgimento – in occasione del 150 ° Anniversario dell’Unità d’Italia – sono risultate addirittura grottesche, tanto ponevano in risalto la mancanza diffusa di una conoscenza anche minima dei fatti certi.

Collodi fustigatore morale e quindi politico, difensore dell’ordine, addirittura protofascita?

E chi può dire come si sarebbe comportato Collodi davanti all’avvento del Fascismo? Sempre che le sue condizioni fisiche e mentali fossero state buone, perché Collodi era nato nel 1826 (morì nel 1890).
In ogni caso, il fatto di aver dettato una lapide per i caduti di Dogali non ne fa un campione dell’ordine… che lo fosse lo dice il Collodi Nipote, che fascista lo è stato, appunto.
Una simile interpretazione “protofascista” si basa sull’idea che il burattino Pinocchio trasformato in bambino sia adeguato oramai all’ordine. Leggere però il Pinocchio in chiave naturalistica – il burattino diventa un ragazzino “perbene” – è proprio un errore filologico e culturale grave: il testo è chiarissimo, dopo “perbene” ci sono un punto esclamativo e tre punti di sospensione – un uso che Collodi in tutta la sua vita, in tutti i suoi scritti riserva solo all’enfasi ironica e comica.
Basta pure un confronto interno nelle stesse Avventure. E l’estetica naturalistica non è l’ESTETICA tout court: quella della tradizione umoristica è ancora schilleriana.
Vorrei anche ricordare che la testimonianza dell’italo-cubano Luis o Luigi de Suí±er, l’amico forse più fidato di Collodi, è interessante: l’Autore non appartenne mai a nessuna setta o partito, anche se nel vestire, mantenne sempre un’aria da simpatizzante del Mazzini.

Il fatto che la stesura delle Avventure riprenda, dopo l’episodio dell’impiccagione alla quercia, per insistenza dell’editore e dei piccoli lettori, ha qualche conseguenza dal punto di vista stilistico? Avvantaggerà il risultato finale?

Dal punto di vista formale e stilistico, l’opera ne guadagna in dinamismo, molteplicità di riferimenti, ironia.
La tradizione umoristica, d’altronde, è quella che prevede per eccellenza la commistione dei generi, l’assurdo e via dicendo.
Per il resto, Pinocchio è spirito libero, ribelle ma di buon cuore: ingenuamente pensa di poter far denaro senza lavorare, giudica brave persone due ladri ed assassini come il Gatto e la Volpe e si accompagna a loro.
Finisce impiccato anche per dabbenaggine: è una conclusione amara, ma quanti uomini hanno purtroppo una morte spropositata rispetto a ciò che sono veramente e alla portata di quanto hanno fatto? Collodi non maschera mai la realtà, edulcorandola.
Poi la narrazione delle Avventure di Pinocchio riprende. Collodi ci dice che il burattino non era morto “perbene” e quest’ultimo può ricominciare a vivere le proprie avventure da ribelle di buon cuore e ingenuo.
Alla fine Pinocchio burattino diventa un ragazzino e muore come pezzo di legno, ma il ragazzino è compiaciuto di essere diventato “perbene”: compiaciuto nei fatti di una morte diversa – il conformismo sociale, l’appagamento borghese – ma non meno tremenda. E Collodi l’irride.
Pinocchio uno e parallelo, potremmo dire, combinando per gioco i titoli di due letture famose. Certo è che le due parti parrebbero speculari.
Collodi sembra dire che la smania di libertà, il ribellismo sono velleitari e rischiosi se non si è capaci di accettare la fatica del lavoro onesto, di acquisire la capacità di giudizio.
D’altra parte il Pinocchio diventato bambino dopo aver conosciuto la durezza del lavoro, la necessità della fatica per conquistare un’istruzione, si illude di essere “perbene”, ma così rischia la pietrificazione, in quanto borghese pago di sé.

Quale episodio o concatenazione di episodi o figure del Pinocchio le sono care? Quali giudica universalmente riuscite e interrogative?

Ce ne sono tanti e tante, mi è davvero difficile stabilire gerarchie. Certo il Grillo-parlante che dice a Pinocchio “quel che è peggio hai la testa di legno” è un esempio fine di ironia, doppi sensi, ma anche dell’aria saputella del Grillo, che ha ragione, però…
L’episodio del Giudice scimmione è poi il più esilarante per la sua assurda verità; quello di Pinocchio che fa il can da guardia e rifiuta le galline-tangenti è attuale come pochi; quello dell’Omino di burro che diventa milionario con il suo losco traffico di bambini il più inquietante e terribile.

Il lessico di Pinocchio è una miniera di modi di dire e di informazioni sulla vitalità e la storia della lingua. L’Arno, in questo caso, ha solo risciacquato o addirittura tinto la prosa nazionale contemporanea e successiva a Collodi?

Collodi era un toscano, un parlante nativo, e aveva acquisito – anche per vis maior generazionale – l’idea manzoniana secondo cui bisognava saldare la lingua dell’oralità a quella della scrittura, come accadeva in Francia e in altri paesi europei.
Aveva davanti, anche per ragioni familiari, l’uso linguistico di una vasta aerea della Toscana: Firenze, la Lucchesia (il paese materno di Collodi, da cui aveva preso il nome e dove aveva trascorso periodi lunghi dell’infanzia), l’area cortonese-aretina (il padre era appunto di Cortona).
Bisogna pensare che certe espressioni vernacolari sono da lui adoperate proprio a scopo satirico, che Collodi è un grande scrittore proprio perché stilizza il parlato. Detto questo il suo stile è unico e inconfondibile, tanto l’Autore ha intuito dove stesse andando la lingua italiana.

In che misura, il modo di scrivere di Collodi può fornire un indirizzo alla scrittura attuale?

Per ritmo, dinamismo, chiarezza, ironia.

Chi, secondo lei, ha ereditato la lezione di Collodi, il suo modello culturale e letterario?

Tutti coloro che si sono sentiti a loro agio nella tradizione comico-umoristica e hanno avuto una qualche grandezza di autori. Fra gli Italiani, i primi che mi vengono in mente sono Tofano, Zavattini, Guareschi, Campanile, Rodari.


Letto 1990 volte.


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Bart