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Telefonate Napolitano-Mancino. Si ricorra contro l’orribile sentenza

20 Gennaio 2013

Dopo la sentenza con cui la consulta ha ordinato la distruzione dei nastri relativi alle note telefonate intercorse tra Napolitano e Mancino, vi sono stati gli interventi dei soliti lacchè, i quali hanno lodato la saggezza della consulta che avrebbe colmato con la sentenza n. 1 del 2013 un vuoto lasciato dai nostri padri costituenti. Ma sono seguiti anche commenti molto critici, fra tutti quello di Franco Cordero che potete trovare qui. Altri commenti sono stati riportati in questo blog, qui.
Un altro commento negativo è apparso ieri su Il Secolo XIX, a firma di Paolo Becchi (anche qui).

Non ho trovato ancora, invece, il commento che attendevo, quello di Gustavo Zagrebelsky, il quale fu il presidente del collegio che nel 2004 emise sullo stesso punto una sentenza del tutto diversa e, a mio avviso, in sintonia con la costituzione e con il dibattito avvenuto nell’assemblea costituente.

In verità Zagrebelsky aveva già dato per scontata la sentenza 1/2013, avvertendo che la consulta non avrebbe potuto dare torto a Napolitano per non creare un forte conflitto istituzionale. Con ciò ispirando il convincimento che la decisione del collegio in realtà non avrebbe potuto essere assunta in completa libertà e autonomia.

Chi ha letto le mie osservazioni, riportate qui, ha potuto rendersi conto che, come taluni critici hanno rilevato, la consulta, forse proprio a causa di un tale impaccio, ha preso fischi per fiaschi, in realtà violando – proprio essa – la costituzione.

Ed ora permettetemi di fare un esempio di ciò che di mostruoso è stato costruito e che ha riportato la nostra democrazia ai tempi in cui la l’Italia era retta da un monarca che godeva del privilegio di rispondere dei suoi atti soltanto a Dio.

La consulta ha avuto la brillante idea di separare le prove documentali da quelle che derivano dalle intercettazioni telefoniche. Alle prime continua a riconoscere la qualità di prove di reato da poter addurre a carico del capo dello Stato, mentre alle seconde, anche se intercettate indirettamente, di qualunque natura esse siano, ossia funzionali o extrafunzionali, non si possono e non si devono attribuire caratteristiche di prova e hanno da essere distrutte immediatamente con una procedura speciale, non contemplata da alcuna legge, ossia senza che le parti interessate al procedimento, vi prendano parte.

Ed ecco l’esempio, che qui è fatto in grande affinché si renda leggibile, così come si fa quando si alza lo zoom per leggere meglio sul monitor del pc.

Secondo la sentenza: “la ricerca della prova riguardo ad eventuali reati extrafunzionali deve avvenire con mezzi diversi (documenti, testimonianze ed altro)”,  e quindi si potrebbe dare questo caso assurdo.
Se si rintraccia un documento o un testimone da cui si ricavi che il capo dello Stato congiuri contro la repubblica o contro la costituzione (art. 90), allora egli è perseguibile. Se invece esprime le stesse cose in una telefonata con un complottardo, egli non è perseguibile, visto che l’eventuale intercettazione indiretta o casuale deve essere immediatamente interrotta e distrutta. Non vi può essere – salvo i ciechi lacchè del potere – chi non colga un grave vulnus che con la sentenza si apre nei meccanismi di difesa dello Stato da complotti e simili in cui un nostro capo di Stato potrebbe essere implicato.

La esclusione della prova raccolta attraverso lo strumento dell’intercettazione indiretta e casuale in realtà apre un canale privilegiato, segreto e sicuro, attraverso cui potrebbero passare piani di sovvertimento della nostra democrazia.

Come qualcuno ha fatto notare, nella sentenza si trovano alcune espressioni maldestre che fanno perfino supporre che il collegio abbia ascoltato i nastri (li aveva infatti richiesti) e abbia colto la gravità del suo contenuto.
Marco Travaglio, ad esempio, scrive il 16 gennaio su “il Fatto Quotidiano”:

La loro “propalazione” – conferma la Corte – “sarebbe estremamente dannosa non solo per la figura e per le funzioni del Capo dello Stato, ma anche, e soprattutto, per il sistema costituzionale complessivo che do ­vrebbe sopportare le conseguenze dell’acuirsi delle contrapposizioni e degli scontri”.  Dun ­que, par di capire, i giudici costituzionali san ­no qualcosa che noi comuni mortali non sap ­piamo: Napolitano disse a Mancino cose che, se si venissero a sapere, aggraverebbero “le contrapposizioni e gli scontri” (fra chi e chi? Mistero) e ne danneggerebbero non solo “la figura e le funzioni”, ma addirittura “il sistema costituzionale complessivo”. Roba grossa, dunque.  Chissà da chi l’hanno saputo: da Mancino? Da Napolitano?

Insomma, il dubbio che la consulta abbia concesso più di quanto la costituzione le consentisse al fine di dare una copertura a quelle telefonate è molto forte.
La domanda è: Può restare nel nostro ordinamento una sentenza di questo tipo, che, se imitata, per ragioni varie, anche politiche, da altre sentenze, farebbe del nostro Stato altro da ciò che è rappresentato nella nostra costituzione?

Da ciò l’obbligo, a mio avviso, sulla scia di quanto richiesto da altri, che la procura di Palermo ricorra alla consulta (ad altro collegio) per vedere rimosso questo che appare come uno sfregio portatore di pericoli e di incognite inquietanti.

Così pure, come atto di ribellione a tale sentenza, coloro che conoscono il contenuto di quei nastri (ad esempio il pm Antonio Ingroia) dovrebbero sentirsi in dovere di rivelarlo ai cittadini prima che siano distrutti e permettano così agli eventuali colpevoli di difendersi e mentire in mancanza di prove.
Poiché la speranza è l’ultima a morire, io voglio contarci, fiducioso che l’ovatta che circonda la sentenza a causa della campagna elettorale, sia rimossa da qualche cittadino amante della verità.


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