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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: GASTRONOMIA DEI RICORDI

22 Agosto 2010

di Carlo Capone

Un napoletano che non abbia contato i soldi per andare in friggitoria desta sospetti. Ai miei tempi un ‘pezzo’ costava 10 lire e la quantità canonica ne prevedeva in ragione di dieci. Con cinque non c’era sfizio. Primo perchè erano pochi ( ma avete visto come si sciolgono in bocca le paste cresciute?) e poi perchè si poneva il problema: più zeppole o più panzarotti? Io ero per il compromesso: 2 e 2 più uno scagliuozzolo. E qui siamo alle soglie del mistero. Di che sa uno scagliuozzolo? e, più in generale, di cosa è fatto? confesso di averci pensato parecchio, da ragazzino, poi, come succede per la Befana e Babbo Natale, qualcuno mi spiegò che è polenta fritta.
Due ricordi mi legano alle fritture. Il primo data metà i primi sessanta. Feci una sorta di primina dalle suore di vico Parete, una ripida traversa dell’Arco Mirelli. A uscita scuola ci si menava a perdifiato, per quella discesa, a volte incappando in uno di quei capitomboli da cui solo un bimbo esce vivo. Motivo di tanto era un omino in grembiule bianco che si sistemava giù all ‘incrocio ed esponeva zeppole, panzarotti e scagluozzoli dentro un cassetto ricoperto da un telo. C’era un’altra ragione per far presto. Se mia mamma mi beccava a gustare frittura erano guai. Faceva male! E perciò non avevo mai appetito.

Altro luogo gastronomico della mente è la limonata con schiuma, gustata dall’acquafrescaio. Mi servivo da un timido e taurino culattone a Mergellina. Il chiosco di Ciaciotto, come lo chiamavamo noi ( ma l’insegna recitava ‘da Chiquito’). L’azienda era a carattere familiare, si avvicendavano: Ciaciotto, la madre e un paio di fratelli, tutti uguali. Lui poi uno spettacolo, troneggiava dal banco, guardandosi intorno in continuazione, e tagliava, tagliava. Tagliava arance e limoni a ripetizione. Quando ci andavi, bastava un cenno e capiva : metteva i mezzi limoni sotto la pressa e li spremeva con una botta di leva (certi bicipiti, Ciaciotto!). Non erano un granchè i suoi agrumi, ce ne volevano tre o quattro per due dita di bicchiere. Rimediava riempiendo con acqua, sempre scrosciante da due rubinetti, e con addizione di un mezzo cucchiaio di bicarbonato. Le sere in cui si andava a mangiare e poi si stentava a digerire, la sosta da Chiquito era un must. Scolavi il beverone a piena gola, e delle due l’una: o vomitavi l’anima di chi gli è stravivo o digerivi. Ma era il senso di fresco e pulito, malgrado il lercio nerume della strada, l’incessante scorrere di acqua, il profumo di agrumi, a conferire al chiosco un’aura di verzura.

Chi sa che fine ha fatto. Tempo fa ci sono tornato, lui non c’era, e anche il chiosco era diverso. Non più a vista, nel senso che l’hanno cinto con finestroni.
Manco Ciaciotto hanno lasciato in pace, i kamorristi.


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3 Comments

  1. Commento by Francesco Improta — 22 Agosto 2010 @ 20:12

    Ho qualche anno in più, probabilmente una ventina, eppure gli itinerari gastronomici della memoria sono gli stessi. La friggitoria era una tappa irrinunciabile di ritorno dalla scuola, solo che abitando al Vomero, la friggitoria da me frequentata, e da tutti gli studenti della scuola media Viale delle Acacie e successivamente del Liceo Jacopo Sannazzaro, era quella mitica dei fratelli Acunzo. Ai miei tempi i singoli pezzi costavano 5 lire ciascuno ( prima ancora 2 lire) e accanto ai panzarotti, alle paste cresciute, agli scagliuozzoli credo meriti di essere ricordata anche la melanzana indorata e fritta. Per quanto riguarda l’acquaiolo, il chiosco di Antignano dove ci recavamo noi esiste ancora; è cambiato solo il gestore, mentre l’acqua con cui si allungava la spremuta di arance e soprattutto di limoni proveniva dalla sorgente di acqua ferrata del Chiatamone e veniva versata direttamente dalle “mummare” (fiasche in terracotta di forma panciuta). Rituale era diventata la domanda: “Acquaio’ l’acqua è fresca?”, rivolta al gestore del chiosco per sentirsi rispondere: “Manc’ ‘a neve”. Per concludere degnamente questa galoppata nel passato credo che si debba accennare a un’altra delizia per il palato: la coviglia da Caflish o da Daniele. Un gelato, meglio ancora un semifreddo, capace di dare un senso e un sapore ai noiosi pomeriggi domenicali, che diventavano quasi insopportabili, quando la squadra di calcio del nostro cuore aveva perso.

  2. Commento by Carlo Capone — 23 Agosto 2010 @ 01:50

    La coviglia! questa gemma  nel buio  di lunghi e noiosi pomeriggi alle feste di comunioni o battesimi.  Prima del  suo turno venivano offerte  e’ pastarell, dolci secchi di pasta di mandorla sempre evitati  dopo una solenne indigestione  Poi la visione della cosiddetta ‘guantiera’, che scivolava leggera sopra le teste  col suo carico di acciaio, mi rianimava. A dir la verità non solo me, tutti erano come presi da una mossa di vita.

    Comunque la mia prima coviglia risale al 55 o 56: Bar della Scimmia a Piazza Carità .

     

  3. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: GASTRONOMIA DEI RICORDI — 24 Agosto 2010 @ 00:17

    […] Per approfondire consulta articolo originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: GASTRONOMIA DEI RICORDI […]

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