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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Gianni, il Barrocciaio

15 Marzo 2009

di Gian Gabriele Benedetti

“Nunc vino pellite curas”
Orazio, Odi,
I, 7, 31

Non si era mai sposato, Gianni il barrocciaio, non perché fosse contrario al matrimonio, né tanto meno per misoginia, bensì per certe evenienze che spesso vengono imputate al destino e che non di rado riescono a dare un nuovo indirizzo alla vita.
Era, infatti, fidanzato, tanti anni fa, con Luisa, una giovane del posto, figlia di contadini, i quali vedevano di buon occhio il matrimonio fra i due: così almeno la loro ragazza l’avrebbe finita di faticare su quella terra che di triboli ne dava tanti, per ricavare soltanto un pugno di roba.
Poi ci fu la chiamata alle armi per la “Grande Guerra” ed anche Gianni, appena ventenne, come tanti giovani compaesani, dovette lasciare “baracca e burattini” per andare a marcire in quelle trincee, dove si parlava ad ogni momento a tu per tu con la morte.
Fu al ritorno da quell’inferno, allorché già si figurava di festeggiare con i suoi e la propria ragazza la fine di un incubo e la ripresa della vita e del lavoro, quando venne a sapere che la sua Luisa non solo l’aveva piantato, ma si era già sposata con un giovane di buona famiglia, inabile al servizio militare, che abitava in città e che era capitato in estate lassù al paese in villeggiatura, per via della sua salute alquanto cagionevole.
Sorpreso, deluso, amareggiato, fu da allora che Gianni perse quasi completamente la sua fiducia nel prossimo e che nacque in lui la decisione netta, irrevocabile di non prendere mai più moglie.
Visse, nella casa segnata dal tempo, con i suoi genitori, finché il Signore glieli lasciò, poi, rimasto solo, giacché i due fratelli che aveva se n’erano andati ancor giovani per le Americhe e da anni non davano più notizie di loro, coltivò due sole passioni: il suo cavallo Berto, che teneva con ogni cura nella stalla vicina alla casa, ed un buon bicchier di vino.
Del suo animale diceva che era più savio ed intelligente di un cristiano, che lo ascoltava e lo capiva meglio di una persona, che mai l’aveva tradito e gli sarebbe sempre stato fedele, inseparabile amico.
Il “bicchierotto”, invece, gli faceva dimenticare i dispiaceri, le fatiche e certi brutti ricordi del passato; gli dava un senso di euforia indescrivibile e lo cullava dolcemente, trasportandolo in un mondo di sogno, lontano dalla cruda e spesso triste realtà.
Trascorreva il suo tempo, macinando ogni giorno chilometri e chilometri di strada con il suo barroccio, al servizio della gente, per guadagnare da vivere per sé e per il suo Berto.
E così passavano i giorni, tutti uguali, fatti di lavoro e di sudore, sempre in viaggio in su ed in giù per la strada ghiaiosa e tortuosa, che si snodava ad anse lungo il colle dal paese verso il piano.
Erano dolci primavere, quando intorno prati e poggi si ricamano di fiori e gli alberi sprigionano fronde tenere, con cieli tersi, come lavati, solcati da intrecci incessanti di rondini chiassose; erano estati bollenti, quando il sole, in un’aria immobile, rotta soltanto dal monotono frinire delle cicale, picchia impietosamente dritto e la ghiaia della strada manda vampe di calore che da lontano paiono addensarsi in un fumigare tremolante; erano autunni variopinti come una tavolozza di pittore, allorché dalle vigne mature si leva il lieto vivace vociare dei vendemmiatori e dai boschi vicini si sente il tonfo incessante delle castagne fatte; erano inverni interminabili e crudi con un cielo quasi sempre imbronciato, pronto a mandar giù giorni e giorni di pioggia o con il vento che, spazzando le cime imbiancate dei monti, punge con le sue gelide sferzate e penetra fin nelle ossa, oppure con la neve che fa girar la testa al suo continuo fitto lieve sfarfallio candido.
Ma Gianni non si lagnava per niente delle sue fatiche e dei suoi disagi: quella era la propria vita, una vita sudata, strappata brandello a brandello giorno per giorno, che lo aveva reso quasi tetragono all’incalzare cieco del destino. Gli restava pur sempre il suo Berto e con lui non avvertiva la solitudine e, quando i morsi della malinconia talvolta lo attanagliavano più del solito, affogava i sintomi della sua tristezza in quel bicchier di vino che gli rasserenava l’animo, cancellando con un colpo di spugna dalla sua mente ogni pensiero tormentoso.
Non si era voluto legare in amicizia stretta con alcuno, era di poche parole, ma appariva sempre pronto a rispondere al saluto o ad una breve chiacchierata, specie quando ci “incastrava” una buona bevuta.
Ed era così che, passando quasi ogni giorno dinanzi al casolare di Michele, il contadino, immancabilmente si sentiva chiamare:
“Ehi, Gianni! Dove andate oggi con quel carico?”
“Salve, Michele! Ci ho un mucchio di sabbia da portare giù alla Pieve, a quella casa in costruzione”.
“Fermatevi a bere un bicchierotto: vi farà bene. Intanto approfittate per far fare una bevuta all’abbeveratoio delle vacche anche al vostro cavallo, che ne avrà bisogno”.
“Sono un po’ in ritardo, ma per un bicchier di vino buono come il vostro, fatto nella vigna calda, si è sempre disponibili”.
Nel frattempo la moglie di Michele, attenta e premurosa, preparava sul tavolo i bicchieri ed il fiasco.
E quando Gianni se ne andava, soddisfatto per quel nettare assaporato, non di rado accadeva che ella gli si avvicinasse e, tolta dalla tasca del grembiule una lettera un po’ sgualcita, gliela consegnasse con mille raccomandazioni:
“Abbiate pazienza, se vi chiedo il solito favore. Impostatemela giù alla Pieve, già che il nostro prete, dopo la Messa, me l’ha scritta. Che volete? Quando ci sono dei ragazzi come i miei a lavorare in terre lontane, noialtre mamme siamo sempre in pensiero”.
Poi aggiungeva mestamente:
“Chissà se li rivedrò quei ragazzi!”
“State tranquilla!” la rassicurava l’uomo. “Datela pure a me e non vi preoccupate: fate conto che sia già imbucata”.
Così Gianni riprendeva il suo viaggio, nascondendo nel suo animo, solo per un attimo, anche un senso di appagamento per aver offerto un briciolo di serenità a quella povera donna.
Altre volte, specie nei mesi caldi, faceva sosta lungo la strada, dove incontrava, seduti su dei mucchi di ghiaia grossa, i “picchiarini”, i quali da mane a sera con il loro martello a testa quadrata spaccavano senza tregua quel ghiaione per renderlo più minuto e adatto ad essere cosparso sapientemente nella carreggiata. Si sentiva il ticchettio incessante dei loro colpi, già da lontano, rimbalzare secco nell’aria e perdersi intorno monotono.
Erano soliti proteggersi dal sole cocente con l’alzare dietro le spalle, piantandole in terra o in qualche siepe di pruni, delle frasche di castagno, ai piedi delle quali veniva posto a riparo l’immancabile prezioso fiasco di vino.
All’arrivo di Gianni la bevuta era d’obbligo, come il salutare riposino e la breve chiacchierata. Poi:
“A domani, Gianni!”
“A domani!”.
E da una parte riprendevano e si allontanavano a poco a poco lo zoccolare del cavallo e lo scricchiolio vivo ed aspro della ghiaia franta dal giro lento, continuo delle ruote del barroccio e dall’altra parte ecco rinnovarsi paziente il toc-toc del martello sui sassi del mucchio sino a svanire nel nulla.
Non erano queste le sole fermate di Gianni lungo il tragitto. Le più frequenti avvenivano alle osterie che di tanto in tanto punteggiavano la via e mostravano come insegna un invitante fiasco di vino.
Era tale l’abitudine di sostare in quei locali che non c’era più bisogno di dare la voce al cavallo per farlo fermare: la buona bestia si arrestava da sé ed attendeva pazientemente il ritorno del padrone. All’inizio egli si presentava più svelto ed arzillo, poi, man mano, più malfermo sulle gambe, fino a trovare non poche difficoltà a salire sul barroccio e senza neppure la forza di gridare “Iii!…” al suo Berto. Ma esso si avviava ugualmente da solo e procedeva più di una volta privo di guida con la consueta andatura e, mai sbagliando strada, riportava immancabilmente il padrone, che se la dormiva beato, alla sua meta.
E questo avvenne anche in quella giornata di fine luglio. Il caldo in quel giorno era stato così infocato che la campagna, priva di un alito di vento, pareva bruciata e deserta. Sotto le vampate roventi del sole non si era sentita neppure la nenia delle cicale.
Gianni, per superare la fatica e vincere l’arsura, aveva “sostato” più di una volta e, prima del solito, era già stordito dai fumi dell’alcool. Così “fatto”, si trovava disteso, immobile sul suo barroccio, immerso nel mondo dell’irreale. Il cavallo seguitava il viaggio, come era ormai abituato a fare da tempo. Giunto all’ultima osteria, si fermò per permettere al suo padrone di godersi ancora un bicchiere, però il barrocciaio quella sera non scese. Uscì l’oste a chiamarlo:
“Andiamo, Gianni! Fatevi forza e venite a bere l’ultimo goccetto: ce l’ho bello fresco, stasera!”.
Ma Gianni rimase insensibile all’invito, non accennando neppure a brontolare una qualsiasi risposta.
“Questa volta l’ha presa bella soda! Così non gli era mai capitato” pensò tra sé l’oste.
Berto sostò un poco, scalpitando con impazienza, poi, scrollando nervosamente la criniera e sbuffando più volte, riprese a camminare ad andatura sostenuta verso casa, mandando dal suo corpo umido vampe di sudore.
E già si vedeva, abbracciato al colle, il paese, dalle cui case uscivano qua e là prepotenti guizzi di luce, riflesso ai vetri di un tramonto con il sole che andava a perdersi nel nulla, dispensando la sua ultima carezza rosea alle cime dei monti. Ed al passare del barroccio i pioppi snelli e slanciati, seminati in lunghe file ai lati della strada, percorsi da un pallido brivido di luce morente, alla lieve brezza della sera, parevano tremuli inchinarsi. Anche le vigne sui poggi, che già schiudevano le prime occhiate gialle e di rubino tra il verderame, erano lì come a piegarsi   per salutarlo coi larghi pampini, simili a grandi mani amiche.
La gente del paese, che, uscita in frotte dopo l’afa pomeridiana, stava assaporando il refrigerio di prima sera, incuriosita nel vedere Gianni lungo e disteso a smaltire la sua ennesima sbornia, come di consueto prese a burlarlo ad alta voce:
Ehi, Gianni! Avete vuotato le osterie, oggi?”
“Suvvia! Fateci una bella cantata!”
“Forza, Gianni, che ce l’avete fatta anche questa volta grazie al vostro Berto!”
Ma il barrocciaio non dava segni di vita e, contrariamente alle sue abitudini, non pareva prestar credito alle provocazioni dei paesani.
“È proprio ridotto male, questa volta: non s’era mai visto così” commentò uno.
Intanto Berto, proseguendo il suo cammino verso casa, appariva inquieto come mai era stato: procedeva, pur sudato e affaticato, sempre a passo svelto, scrollava la testa a più riprese e mandava sbuffi nervosi dalle froge dilatate.
“Che cosa ha quel cavallo, stasera? Non pare più lui!” diceva la gente.
Ma sì, la buona bestia ben sapeva quello che aveva: sentiva con il suo infallibile istinto di aver perduto per sempre il proprio padrone. Egli se n’era andato a trovare quella pace e quella felicità di un altro mondo, che mai era riuscito ad assaporare nella sua vita costellata di tante amarezze e fatiche.

(Da “Paese”, ed. Lalli)


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6 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 15 Marzo 2009 @ 10:22

    Colpisce di Gian Gabriele Benedetti l’attitudine a descrivere la natura con straordinaria felicità. E’ tale l’ingegno che dopo pochi istanti di lettura ci si sente immedesimati, partecipi dal di dentro della trama narrativa. In questo racconto, ad esempio, io l’ho visto quel cavallo, e l’avrei percepito sfocato se la descrizione della primavera e poi dell’estate non mi avesse trascinato in quella campagna.
    Abile, molto abile, Gian Gabriele, nell’uso della parola, che specie in questo racconto non va mai dispersa.

    Carlo Capone

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 15 Marzo 2009 @ 15:50

    Grazie di cuore, Carlo, per il tuo puntuale, dettagliato e gratificante commento.
    Ti confesso, Carlo (te ne sarai accorto), che io, al contrario di quanto avviene nella migliore prosa moderna, amo far uso frequente dell’aggettivo. Spesso ne abuso. Ma non me ne pento, in quanto ritengo l’aggettivo come il colore per un pittore.
    Un abbraccio affettuoso
    Gian Gabriele

  3. Commento by Carlo Capone — 15 Marzo 2009 @ 17:57

    Sì, me n’ero accorto, ma devo dire che questo racconto lo trovo molto misurato da quel punto di vista. D’altra parte, gira e rigira, gli strumenti sempre tre sono: verbo, aggettivo, sostantivo. E la descrizione di un paesaggio si presta fino a un certo punto all’uso reiterato del verbo. Discorso a parte per l’avverbio, che depotenzia la frase, ma ci risiamo: se lo piazzi al momento e nel posto giusto è un valore.

    A proposito di aggettivi, anche se la cosa non attiene al loro uso o meno ma alla qualità che imprimono al sostantivo e direi al testo, mi è rimasto impresso un episodio riguardante Antonio Franchini. Si era a Milano, nel 98, stava leggendo un brano del suo libro appena uscito, ‘Acqua, sudore e ghiaccio’, una raccolta di racconti. A un tratto una signora che lo seguiva su fotocopia fece notare che c’era differenza di impaginazione tra la sua e il libro da cui attingeva lui. “Sì, quella è la versione precedente”, ammise Franchini, “in seconda bozza ho cambiato tre aggettivi”.
    Aveva preteso nuove bozze per sostituire solo tre aggettivi.

    Un caro saluto

    Carlo

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 15 Marzo 2009 @ 20:43

    Concordo pienamente con te, Carlo. Difficilmente potrò cambiare, alla mia avanzata età.
    Simpatico e significativo l’episodio riportato.
    Grazie ancora, Carlo, ed un affettuoso saluto
    Gian Gabriele

  5. Commento by claudio grosset — 2 Aprile 2009 @ 16:36

    ‘Semplice’ si definirebbe la persona protagonista della storia e… ‘semplici’ le parole, il linguaggio con cui il racconto si sviluppa e… ‘semplici’ i sentimenti che ne emergono. Tutto così banale e scontato “quasi”, se non fosse che grazie alla perizia dell’Autore queste cose semplici assumono i grandi valori delle piccole cose, la dignità di ogni essere umano che percorre la propria esistenza.

    In un tempo… poco più di mezzo secolo addietro, la vita del protagonista è illusione, poi disillusione e quindi rassegnazione. Un amore sul nascere, la guerra che distrugge sempre qualcosa, un lavoro umile per sopravvivere, il volgere naturale delle stagioni, in un tempo che pare lontano ma non lo è più di tanto. E questi ritmi ‘naturali’ dove non si percepisce la competizione tra uomo ed ambiente o tra uomo ed uomo, cosi diversi dal nostro presente e dalla ns presunta ‘modernità’, un mondo ‘antico’ forse dove, immerso in quella serenità, mi piacerebbe vivere.

  6. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 2 Aprile 2009 @ 20:50

    Un commento, questo di Claudio, raffinato e preciso, che ha una sua "lucentezza" ed una adesione partecipata alla mia semplice ma sentita storia.
    Un commento che non può che gratificare il mio tentativo di ritrovare e riproporre un mondo andato, nel quale (forse per l’età) amo rituffarmi.
    Grazie di cuore, Claudio!
    Gian Gabriele

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