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LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (4)

30 Luglio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Siamo agli inizi degli anni 30, con una politica tedesca allo sbando e il ricorso sempre più frequente ad elezioni che non spostavano nulla…In quelle di marzo 1932, indette per eleggere un nuovo presidente della Repubblica al posto di von Hindenburg a fine mandato, il Führer, pur sconfitto, raccoglie un lusinghiero 36,8%, raddoppiando i voti rispetto alle elezioni politiche di due anni prima. Il Cancelliere von Brüning coglie la pericolosità di questa ascesa e, nella convinzione di avere le spalle coperte, dichiara fuorilegge sia le SA, che   le SS. Ma il provvedimento non riesce a passare nel Reichstag, dove erano sempre forti certi ambienti della destra, ossessionata dal potenziale pericolo dei “Bolscevichi”. C’era addirittura chi, come il generale von Schleicher, considerato l’eminenza grigia di quella già traballante Repubblica, si illudeva di “addomesticare” Hitler, magari affidandogli qualche incarico ministeriale, e di utilizzare eventualmente quei reparti “fuorilegge”, ma ben addestrati, in caso di pericolo da sinistra. La prima vittima delle trame di von Schleicher e Hindenburg fu lo stesso  Brüning, costretto a   maggio   a dimettersi. Cominciava così a profilarsi uno strano connubio tra “Reichswehr” e “Junker”, che darà vita ad un nuovo governo, soprannominato il “Gabinetto dei baroni”. Cancelliere diventa Franz von Papen, un discusso esponente della nobiltà cattolica della Westfalia dal passato burrascoso. Il nuovo governo, con un Cancelliere   fin dall’inizio “ostaggio” del suo potente Ministro della difesa, von Schleicher, viene definito dai Socialdemocratici “una banda di feudali monarchici arrivata al potere con l’aiuto di Hitler”. Von Papen, fresco di nomina, scioglie il 4 giugno 1932 il Reichstag e indice nuove elezioni, nella speranza di ottenere un Parlamento più addomesticabile. Ma il suo “capolavoro” politico rimane il colpo di Stato del 20 luglio 1932 con cui destituisce in Prussia, considerata il bastione della socialdemocrazia tedesca, il governo del socialdemocratico Otto Braun, diventandone egli stesso commissario. In questo Land, che aveva un ruolo politico preminente nella Repubblica di Wemar, si avrà la tragica conferma di quanto sia stata fatale per la Repubblica la spaccatura tra socialisti e comunisti. Infatti il KPD, oltre ad aver sempre duramente avversato il governo dei socialdemocratici Braun e Severing (ministro degli interni), alla fine si unì proprio ai nazionalsocialisti per chiederne le dimissioni! In proposito sono significative le affermazioni di Otto Braun raccolte da Golo Mann nella sua ‘Storia della Germania moderna’: “Mosca: è la follia, che va oltre ogni immaginazione, dei cosiddetti comunisti, i quali per un sogno vano e nefasto di giudizio universale, di ‘rivoluzione’, ostacolavano e imbrattavano tutto quello che sembrava aprir la speranza a un progresso democratico e sociale. Senza i comunisti la Repubblica non sarebbe cominciata così infelicemente e sanguinosamente, come era avvenuto. Hindenburg non sarebbe divenuto presidente del Reich, la democrazia non sarebbe stata angustiata e soffocata insieme dalla sinistra e dalla destra; ancora nel 1933 i comunisti non servivano ad altro che a fornire a Hitler il pretesto gradito per fondare la dittatura”. La mancata reazione a questo gravissimo fatto politico, subìto senza colpo ferire   dai Socialdemocratici, dal Centro e dai Sindacati, a cui non si oppose neppure la Reichsbanner, formazione paramilitare di oltre un milione di uomini di piena osservanza repubblicana, fu un segnale della rassegnazione con cui inconsciamente si andava incontro all’ormai inevitabile deriva politica. Nel “Volksbote” del redattore capo Leber, un socialdemocratico per anni méntore del giovane Frahm, a cui si riconosceva una indiscussa autorità morale e politica, non ci fu         nessun appello né ai Reichsbanner per un intervento armato, né ai lavoratori per uno sciopero generale. Anzi proprio nell’edizione del “Lübecker Volksbote” del 25 luglio si poteva leggere un monito inequivocabile: “Non siamo pazzi e tanto irresponsabili da gettare lavoratori tedeschi davanti alla bocca di mitragliatrici pronte a sparare, fino a quando c’è un barlume di speranza di far prevalere il diritto e la costituzione senza spargimento di sangue”. Nella memoria di Brandt, che proprio in quel periodo aveva senza esitazione affermato che “non si doveva essere di sinistra per trovare la SPD invecchiata e vedere come consistenti parti della gioventù fossero senza orientamento e correvano dietro al pifferaio bruno” (da “Erinnerungen”, Ricordi) rimarrà impressa a fuoco la colposa “vigliaccheria”con cui tutta la sinistra aveva accettato quel vergognoso putsch nella Prussia. A distanza di anni è ancora convinto che in quella occasione non si doveva capitolare e Leo Lania, uno dei suoi biografi più autorevoli, riporta testualmente la sua ferma posizione: “essere battuti in lotta aperta è tragico – capitolare senza combattere rende la tragedia una farsa… Essa toglie allo sconfitto l’ultima cosa che possiede, la più preziosa: il rispetto di se stessi”. Lo stesso Brandt nei suoi “ricordi” avrà occasione di fissare la sua reazione a quel tragico evento con parole oltremodo chiare: “La sera di quel terribile giorno ho parlato ad una assemblea nella città… Il Ministro degli interni Carl Severing, l’onorato cittadino di Bielefeld, ha cercato di giustificare la sua rinuncia disarmata alla forza con parole onorevoli e si è scusato di non aver voluto essere coraggioso sulle spalle dei suoi funzionari di polizia prussiani. Che forse si sarebbero potute salvare tante vite umane con una difesa tempestiva, non lo si poteva sapere…Ma che non vale nulla chi non si difende, questo lo si doveva sapere. Il coraggio democratico di combattere non solo avrebbe tolto la sicurezza di vittoria ai Nazisti, ma avrebbe impressionato anche i comunisti…” (da “Erinnerungen”, Ricordi).

Di lì a poco questi timori espressi con estrema lucidità e franchezza da un diciannovenne, che dimostra già un notevole fiuto politico, dovevano dimostrarsi terribilmente fondati. Infatti con le nuove elezioni per il Reichstag, tenutesi il 31 luglio in un clima di lotte selvagge tra Nazisti e Comunisti, i NS fecero un clamoroso balzo in avanti   (37,4%), diventando così   il più forte partito politico nel Reichstag.   Hitler, che questa   volta aveva percorso in aereo l’intera Germania, radunando dovunque folle impressionanti di persone letteralmente soggiogate dal suo “diabolico” carisma, poteva adesso presentare credenziali più che convincenti. Egli, forte dei suoi duecentotrenta deputati, reclamava senza mezzi termini   il potere, ma il vecchio von Hindenburg, pur gravato dai suoi 85 anni, continuava a rimanere scettico e restìo. Per il momento il Führer dimostra, almeno a parole, di accettare i metodi democratici, anche se non rinunzia a fomentare disordini di piazza come strumento di pressione politica e psicologica. Per lui del resto non era facile tenere sotto controllo ben quattrocentomila uomini armati delle SA e delle SS, che costituivano una forza quattro volte superiore all’esercito regolare, ridimensionato com’era dalle clausole contenute nel trattato di pace di Versailles. Goebbels, come sempre, era tra i suoi più stretti collaboratori quello più deciso ed esplicito. Egli sosteneva senza mezzi termini che il partito era pronto ad assumersi tutto il potere. Intanto erano cominciate le consultazioni politiche per la formazione del governo; consultazioni che diventavano sempre più laboriose, vista la ritrosia di Hitler ad accettare compromessi politici. A tenere le fila era von Schleicher, il potente Ministro della difesa, anche se ad essere coinvolto c’era   lo stesso   von Papen. Hitler continuava a mostrarsi irremovibile, reclamando per sé il cancellierato e per i suoi più stretti collaboratori ministeri di assoluto prestigio. A questa serie di precise richieste se ne aggiungeva una molto più impegnativa, la “Ermächtigungsgesetz”, in altre parole i pieni poteri.   Questa volta fu von Hindenburg ad assumersi, almeno formalmente, la responsabilità di far fallire le laboriose trattative per la formazione di un nuovo governo. In un confronto breve, contraddistinto da un’atmosfera di estrema freddezza, il vecchio generale trova il coraggio di dire a chiare lettere ad un Hitler molto contrariato di non potersi assumere davanti a Dio, alla patria e alla sua coscienza la responsabilità di cedere il potere ad un partito “intollerante, rumoroso, indisciplinato”. Il Führer abbandona l’incontro visibilmente adirato e si lascia scappare una pesante minaccia: “Ci vuole una nuova notte di San Bartolomeo!”. Subito dopo riunisce i suoi più stretti accoliti e confida loro: “I signori di quella combriccola vorrebbero concederci alcune poltrone e metterci a tacere. Non ci conviene prenderle, oltre tutto perché il loro decrepito carrozzone non farà molta strada. Né intendiamo partecipare al mercato delle vacche. Se avessimo voluto entrare nella loro combriccola saremmo venuti al mondo simili a loro, con un monocolo ficcato nell’orbita oculare”. Nonostante questa   pesante presa di posizione, Hitler pensa di garantirsi la presidenza dell’Assemblea al Reichstag e, grazie ai voti del Centro, riesce ad imporre come presidente uno dei suoi uomini più fidati: Hermann Göring. Questi si dimostrerà immediatamente degno della fiducia in lui riposta, perché già alla prima seduta del nuovo Reichstag, il 12 settembre, riesce a far passare un voto di sfiducia contro von Papen, ignorando provocatoriamente la   ripetuta richiesta di parola di quest’ultimo. Se infatti il Cancelliere avesse avuto la possibilità di parlare, a sciogliere il Reichstag sarebbe stato lui, che aveva già l’apposito decreto firmato dal Presidente, e non si sarebbe potuto dare corso alla votazione per la sfiducia. Per l’occasione tra l’altro si verificava una strana alleanza dato che i nazisti furono “costretti” a votare la mozione di sfiducia presentata dai comunisti! Un’ulteriore prova della mancanza di scrupoli che contrassegnava la politica di Hitler, disposto ad allearsi con il nemico di sempre pur di perseguire “machiavellicamente” i propri fini… Le nuove elezioni vengono fissate per il 6 novembre. Contrariamente alle attese e nonostante l’instancabile campagna elettorale orchestrata dallo stesso Hitler, i nazisti subiscono questa volta un vero quanto inatteso ridimensionamento. Essi passano dal 37,4 al 33,3 per cento, pur rimanendo il primo partito nel Reichstag. Al contempo   avanzano i comunisti, che dal 14,6% vanno al 16,9% . Politici e storici sono stati impegnati a lungo nell’interpretazione di questo risultato, addebitabile forse ad un semplice colpo di reni di una opinione pubblica atterrita dalla prospettiva di affidare il Paese ad un partito che non dava alcuna garanzia di democraticità ed era soprattutto contornato e supportato da vere bande militari. Ma lo sconcerto di tanti compagni di sinistra, soprattutto socialdemocratici, doveva subire un imprevedibile picco quando di lì a poco, sempre nel novembre del 1932, in occasione di uno sciopero dei trasporti a Berlino, i nazionalsocialisti si allearono apertamente con i comunisti. Risale a quel periodo, come documenta Sebastian Haffner nel libro citato in bibliografia, una foto che ritrae sullo stesso palco degli oratori, ad illustrare le motivazioni di quell’innaturale connubio, Goebbels e Ulbricht, il futuro despota della DDR. Sta qui forse la chiave per capire perché la sinistra, pur avendo i numeri per contrastare la destra ed impedire l’ascesa di Hitler, non abbia mai   potuto contare sul partito comunista e sia diventata succube e per certi versi corresponsabile di quella tragedia, che di lì a poco si sarebbe abbattuta sulla Germania e sull’intera l’Europa!

Brecht, che, come abbiamo visto, si teneva volutamente lontano dalle strategie dei partiti, continua a privilegiare il contatto diretto con la gente e, nell’intento di aiutarla a capire, scrive e pubblica poesie volutamente provocatorie:
 
Ich habe gehört, ihr wollt nichts lernen (Ho sentito dire che non volete imparare), 385 – 1932 ? –  

Ho sentito che non volete imparare nulla
Da questo traggo la conclusione: siete milionari
Il vostro futuro è assicurato – è davanti a voi
Luminoso. I vostri genitori
Hanno provveduto che i vostri piedi
Non inciampino in nessun sasso. Allora non devi
Imparare nulla. Così come sei
Puoi rimanere.  

In molti nel frattempo cominciano ad intuire   la tempesta che da lì a poco si sarebbe scatenata sulla Germania e, chi può, pensa a fare le valigie. Brecht avverte questo sentimento diffuso e cerca di fissarlo in due poesie, contraddistinte da stati d’animo diversi, ma ambedue improntate ad un crudo realismo:

Die da wegkönnen (Quelli che possono andare via), 398 – 1932 –

Quelli che possono farlo, devono andar via.
Non devono essere pregati di rimanere.
Devono rimanere solo quelli che non possono andare via.

Come si deve trattenere
Chi vuole anche andare?
Gente che si trova in difficoltà
Nessuno la può aiutare.
Ma anche in tempi favorevoli
Non devono trattenere nessuno, che può andare.
Dato che possono arrivare tempi duri.

Es gibt kein grosseres Verbrechen als Weggehen (Non c’è delitto più grande che andare via), 399 -1932 ?-

….

Chi può andare via, questi non può rimanere. Chi ha un passaporto
In tasca – rimarrà costui quando avrà inizio l’attacco? Egli
Probabilmente non rimarrà.
Se mi andrà male, forse rimarrà.
Ma se andrà male a lui
Forse andrà via.
Chi lotta è gente povera. Essi non possono andare via.
Quando avrà inizio l’attacco
Essi non possono andare via.
Chi rimane, lo si sa già. Chi è andato via, non lo si sapeva.

…..

Prima che noi andiamo alla battaglia, devo sapere: Hai un passaporto in tasca?
C’è dietro il campo di battaglia un aereo che ti aspetta?
Quante sono le sconfitte che tu sei disposto a sopportare?
Allora non vogliamo andare in battaglia.

….

L’atmosfera che infuriava nella “rossa” Berlino, dove una sinistra spaccata assiste inerme alle violenze dei nazisti,   viene tragicamente fissata in una lucida istantanea. Adesso, a distanza di tanti anni, possiamo renderci conto dei motivi che portarono a quella “incomprensione” di fondo. Si trattava purtroppo di una scelta politica scellerata, imposta dagli strateghi del Cremlino, che, perseguendo l’obiettivo della dittatura del proletariato, non avevano alcuna fiducia nel Parlamento e consideravano la SPD il primo partito da abbattere… Bertolt Brecht e lo stesso Willy Brandt ci misero del tempo prima di accorgersi di questa tragica contraddizione che ha paralizzato la sinistra, finendo col dimostrarsi fatale per le sorti della già traballante Repubblica di Weimar…

Als der Faschismus immer stärker wurde (Quando il Fascismo diventava sempre più forte), 400 – 1932 –

Quando il fascismo diventava in Germania sempre più forte
E addirittura in massa i lavoratori si riversavano su di esso
Ci siamo detti: La nostra lotta non era giusta.
Attraverso la rossa Berlino scorazzavano spavaldi gruppetti di quattro e cinque
Nazisti, con una nuova uniforme, e ci ammazzavano
I compagni.
Ma cadevano nostri uomini e uomini del Reichbanners.          
Allora abbiamo detto ai compagni della SPD:
Dobbiamo sopportare che uccidano i compagni?
Lottate assieme a noi nella formazione antifascista!!
Abbiamo ricevuto come risposta:
Forse lotteremmo assieme a Voi, ma i nostri capi
Ci mettono in guardia di contrapporre terrore rosso a quello bianco.
Ogni giorno, dicevamo, il nostro giornale condanna il terrore dei singoli,
Ma   altrettanto giornalmente scriveva anche: ce la possiamo fare solo
Con un fronte unitario rosso.

…….

Turbato da eventi politici così tragici Brecht si rifugia nel “privato”, che rimane sempre un privato politico, e tradisce la sua predilezione per i proletari, che si portano dietro fin dalla nascita le stimmate di un futuro che non promette nulla di buono. Sono di questo periodo le ninne-nanne,   dedicate a chi ha la sfortuna di nascere povero.

Wiegenlieder (Ninne Nanne), 430   – 1932 –  

I

Quando ti partorii, già i tuoi fratelli strillavano
Chiedendo zuppa, ed io non ce l’avevo.
Quando ti partorii, non avevamo soldi per il gas
Così del mondo hai avuto poca luce.

Quando ti portai in grembo per tutti quei mesi
Parlavo di te con tuo padre.
Ma non avevamo soldi per il dottore
Ci servivano per mettere del burro sul   pane.

Quando ti concepii avevamo quasi
Sepolto ogni speranza di pane e lavoro
E solo in Karl Marx e Lenin c’era scritto
Come noi lavoratori abbiamo un futuro.

II

Quando ti portavo nel grembo
Non ce la passavamo per nulla bene
Ed io dicevo spesso: Quello che io porto
Arriva in un mondo cattivo.

Ed io mi proposi di fare in modo
Che egli lì non si smarrisse.
Colui che porto deve aiutare a fare in modo
Che il mondo diventi finalmente migliore.

…..

E trascinarono suo padre in guerra
E lui non è più tornato a casa.
Quello che porto, dicevo, deve fare in modo
Che non gli succeda questo.

Quando ti portavo nel grembo
Dicevo a bassa voce dentro di me:
Tu, che io porto in grembo
Tu devi essere inarrestabile.

IV

Figlio mio, qualunque cosa sarà di te
Essi ti aspettano fin da adesso con un randello
Dato che per te, figlio mio, c’è sulla terra solo lo spiazzo
Dove vengono scaricate le macerie, ed è occupato pure quello.

Figlio mio, fattelo dire da tua madre
Ti aspetta una vita peggiore della peste
Mai io non ti ho portato al mondo
Perché tu un giorno accetti tranquillamente questo.

…


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