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LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (6)

30 Agosto 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, √® un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si pu√≤ dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attivit√† ultra quarantennale √® stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst K√∂hler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista √® lieta della sua collaborazione, che ci far√† conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

In quel periodo cade anche l’addio di Willy Brandt alla sua citt√† natale, Lubecca, e alla sua Germania. Con una dote di 100 marchi consegnatigli ¬† dal nonno, che gli aveva fatto da padre e che qualche anno dopo (1935) si doveva suicidare per ¬† la disperazione provocatagli da un Regime a cui non c’era ormai alternativa, egli liquida con due parole quel triste distacco:‚ÄúNon si √® trattato di un addio difficile, quello che io in uno dei primi giorni di aprile 1933 presi da Lubecca. Dovevo andar via, se non volevo rischiare la pelle e l’anima√Ę‚ā¨¬¶‚ÄĚ (da ‚ÄúErinneringen‚ÄĚ, Ricordi). Via Danimarca, dove √® ospite del compagno socialdemocratico Oscar Hansen, noto poeta e giornalista, quel viaggio doveva proseguire poi verso la Norvegia (7 aprile), e precisamente a Oslo, dove, ¬† su incarico della direzione del partito, avrebbe dovuto assumersi, nonostante la giovane et√†, il compito di reggere le fila della gi√† programmata centrale operativa per il sostegno dell’attivit√† clandestina di coloro che avevano deciso di rimanere in Germania. La Norvegia, un Paese monarchico contraddistinto da un forte partito socialdemocratico che, a partire dal 1935, sar√† chiamato a governare, diventer√† per Willy Brandt una vera seconda patria. Qui si avvale del concreto aiuto del giornalista Finn Moe, che a sua volta era stato per anni corrispondente da Berlino per il ¬† giornale ‚ÄúArbeiderbladet‚ÄĚ, l’organo centrale del partito dei lavoratori norvegesi (NAP). Dalla Norvegia, della cui lingua si impadronir√† presto, ¬† segue con apprensione gli avvenimenti tedeschi, scrivendo articoli contro il regime nazista e raccogliendo firme per petizioni contro le ingiustizie pi√Ļ gravi, come per esempio l’arresto a Berlino di 24 compagni della direzione della SAP, che √Ę‚ā¨‚Äú almeno stando all’accusa di ‚Äúalto tradimento in combutta con l’estero‚ÄĚ √Ę‚ā¨‚Äú rischiavano la pena di morte. Questa lettera del 22 ottobre 1934 indirizzata al Ministero della giustizia del Reich e firmata da autorevoli giudici e avvocati norvegesi, sosteneva la tesi che in nessun Paese civile la legge viene applicata retroattivamente e salver√† dalla pena capitale tutti gli arrestati, condannati a pene detentive relativamente lievi (inizio dicembre 1934).

Intanto in Germania continua l’opera di demolizione di ogni traccia che potesse ricordare i partiti della sinistra e i sindacati. La festa del 1 ¬į maggio viene sostituita dalla ‚ÄúFesta del Lavoro Nazionale‚ÄĚ e diventa occasione per altre imponenti coreografie. Il F√ľhrer, intenzionato ad accattivarsi le simpatie dei Generali e della Wehrmacht, pensa ad una nuova politica estera che ridia alla Germania l’onore perduto a causa dell’armistizio – il famoso ‚ÄúDolchstoss‚ÄĚ ¬† ¬†– dell’11 novembre 1918. La prima decisione √® quella di ¬† uscire dalla Societ√† delle Nazioni. Per dare una patina popolare ad una scelta, che gli procurer√† la riprovazione dell’Europa intera, chiede un plebiscito e lo fissa per il 12 novembre 1933. Per la stessa giornata vengono indette nuove elezioni politiche, questa volta ¬† con una lista unica: quella del partito nazista. I risultati saranno plebiscitari: 96% nel Referendum e 92% nelle elezioni!

I Brecht, Bertolt, Helene Weigel e Stephan (Barbara era rimasta dal nonno a Augsburg e solo dopo sar√† portata via da una signora inglese di religione quacquera che la fece passare come propria figlia√Ę‚ā¨¬¶) , avevano, come abbiamo visto, lasciato ¬† Berlino il giorno dopo l’incendio del Reichstag, il 28 febbraio 1933, puntando su Praga. Subito dopo fanno tappa a Vienna dove risiedeva la famiglia della Weigel. Una famiglia benestante, che conduceva una vita agiata in un ambiente tipicamente borghese. Persone per bene, per nulla impegnate politicamente, di sicuro conservatori per indole e per nulla contente della scelta della figlia – attrice e per giunta comunista! -. Questa famiglia, che aveva trovato immotivato e semplicemente esagerato l’invito rivoltole dalla figlia e dal genero di abbandonare Vienna prima che fosse tardi, avr√† purtroppo modo di rimpiangere amaramente questa scelta solo alcuni anni dopo. Ad occupazione dell’Austria avvenuta da parte dei Nazisti, sar√† tra le prime ad essere arrestata, deportata e annientata nei campi di concentramento….

A marzo Brecht si reca in Svizzera, dove si trovavano Feuchtwanger, D√∂blin e Anna Seghers. Da Lugano scrive una lettera conciliante a Thomas Mann, complimentandosi per il suo intervento – ‚ÄúDas freie Wort‚ÄĚ (La parola libera) – tenuto al Congresso degli scrittori di Berlino e proponendo un fronte comune contro Hitler. Thomas Mann non reagisce (non si fida e non si fider√† mai del ‚ÄúSocialismo‚ÄĚ√Ę‚ā¨¬¶), dato che preferisce non prendere posizione per non compromettersi con gli scrittori gi√† emigrati. Il 30 marzo visita Hermann Hesse a Montagnola. In Aprile fa un breve viaggio a Parigi, dove incontra Anna Seghers, Hanns Eisler, Kurt Weill e Lotte Lenya; vi ritorna a maggio e si stabilisce in un piccolo Hotel. A giugno 1933 parla con Bernard Brentano dell’opportunit√† di fondare una ‚ÄúK√ľnstlerkolonie-Idee‚ÄĚ. La sua √® una vera fucina di proposte, il tentativo di non lasciarsi inghiottire dalla malinconia e dal tedio, ‚Äúvizi capitali‚ÄĚ sempre in agguato tra chi √® costretto ad espatriare per ¬† sopravvivere ¬† e a trovare riparo in ambienti stranieri e non sempre ben disposti. Ecco quindi i propositi di un giornale tedesco per l’emigrazione e addirittura ¬† di ¬† un teatro tedesco ‚ÄúTheater der Prozesse‚ÄĚ. Sempre a Parigi Brecht riceve verso la fine dell’anno un invito dalla scrittrice danese Karen Michaelis e lo accetta. La famiglia ‚Äúallargata‚ÄĚ di Brecht (viveva con loro anche la Steffin, una giovane collaboratrice dei tempi berlinesi, a cui Brecht era molto legato√Ę‚ā¨¬¶) si reca quindi in Danimarca dove alla fine del 1933 √® ospite della Michealis sull’isola Thuro. Alla fine di dicembre i Brecht comprano una casa colonica in Skovbostrand sull’isola F√ľnen – ‚Äúdas d√§nische Strohdach‚ÄĚ (il tetto di paglia danese) ¬† – e un’auto usata (Ford modello T). ¬†

La ‚Äúresistibile‚ÄĚ ascesa di Hitler si era ormai conclusa e a Brecht, esule, non rimane che l’amarezza, per nulla consolatoria, di aver previsto tutto questo e di averlo inutilmente denunciato. Sulla ‚Äúpreveggenza‚ÄĚ degli scrittori avr√† modo di riflettere anche Willy Brandt nel suo discorso al Congresso degli scrittori di Stoccarda (21.11.1970). Egli, partendo da questa intuizione, sottolinea la sua convinzione che sarebbe oltremodo auspicabile una ¬† stretta collaborazione tra letteratura e politica: ‚ÄúSpesso lo scrittore riesce, riflettendo sulla realt√†, a mostrare sviluppi sociali per il futuro, prima che il politico, guadagnando distanza, si possa liberare dai condizionamenti del presente. Anche in questo caso la politica ha bisogno dello scrittore‚ÄĚ.

Al poeta ormai lontano non resta che guardare alla sua terra con infinita malinconia e seguire con rabbia le imprese dell’imbianchino, ¬† come ormai molti ¬† chiamavano il F√ľhrer. Sar√† questo il periodo in cui proprio ad Hitler sono dedicate molte poesie, con l’intento di denunciare all’opinione pubblica internazionale il pericolo di un dittatore che pu√≤ diventare fatale per tutti.

Das Lied vom Anstreicher Hitler (La canzone dell’imbianchino Hitler), 440 ¬† – 1933 –

1

L’imbianchino Hitler
Disse: Cara gente, lasciatemi fare!
E prese un secchio di vernice fresca
E imbiancò la casa tedesca tutta a nuovo.
 

2

L’imbianchino Hitler
Disse: Questa operazione la faccio in un attimo!
E i buchi e le fessure e le crepe
Tutto coprì semplicemente con la vernice.
Tutta la merda ricoprì.
 

3

O imbianchino Hitler
Perché non sei stato un muratore? Nella tua casa,
Quando l’imbiancatura prende la pioggia,
Tutta la casa di merda viene di nuovo fuori.
 

4.

L’imbianchino Hitler
Non aveva studiato niente altro che colore
E, quando lo si lasciò fare,
Allora ha imbrattato tutto.
Tutta la Germania ha imbrattato.

Alle prepotenze delle camicie brune, che scorrazzavano sul territorio imponendo i loro metodi brutali di violenza e sopraffazione, viene dedicata una sconsolata ¬† riflessione fissata nella ‚ÄúBallata dell’albero e dei rami‚ÄĚ, che si chiude con un barlume di speranza:

Die Ballade vom Baum und den Aesten (La ballata dell’albero e dei rami), 452 – 1933 ? –

1

E nelle loro camicie brune vennero da noi
E pane e companatico erano scarsi
E vuotarono con   discorsi sfacciati avidamente le pentole
In cui non c’era pi√Ļ quasi nulla.
Qui ci divertiremo un mondo, dicevano,
Qui possiamo rimanere a meraviglia, dicevano,
Perlomeno mille anni.
Bene, dicono i rami,
Ma il tronco tace.
Ancora qui, dicono gli ospiti,
Fino a che l’oste non porta il conto.
 

2

E ricercarono i posti migliori, vennero ordinati nuovi scrittoi.
E si sentivano proprio a casa.
Non chiedevano i costi, non si preoccupavano del denaro:
Erano fuori dal tempo pi√Ļ brutto.
Qui ci divertiremo un mondo, dicevano,
Qui possiamo rimanere a meraviglia, dicevano,
E si tolsero gli stivali: Bene, dicono i rami,
Ma il tronco tace.
Ancora qui, dicono gli ospiti,
Fino a che l’oste non porta il conto.

3

E scaricarono le loro pistole in ogni testa migliore della loro  
E a venire sono almeno in due.
E poi vanno a prendere tre marchi dalla loro pentola d’oro.
Adesso erano finalmente arrivati.
Rimarrà sempre bella piena, dicevano,
Ci divertiremo a lungo, dicevano,
Fino alla fine del tempo.
Bene, dicono i rami,
Ma il tronco tace.
Ancora qui, dicono gli ospiti,
Fino a che l’oste non porta il conto.

4

E il loro imbianchino dipinse le crepe della casa con intonaco bruno
E loro livellarono tutto.
E se dipendesse da loro, noi ci daremmo del tu:
Pensavano, allora interveniamo!
Qui ci divertiremo un mondo, dicevano,
Allora possiamo rimanere a meraviglia, dicevano,
E costruirci un Terzo Reich.
Bene, dicono i rami,
Ma il tronco tace.
Ancora qui, dicono gli ospiti,
Fino a che l’oste non porta il conto.

Il significativo silenzio del tronco, che di sicuro non condivide la criminale disinvoltura dei suoi rami, è ad ogni strofa coronato da una certezza: prima poi ci sarà qualcuno che porterà il conto e questo dovrà essere onorato! Ma, nonostante qualche scatto di orgoglio, rivolto soprattutto ad infondere coraggio a chi deve confrontarsi quotidianamente con tutta una serie di debilitanti soprusi, Brecht non può fare a meno di rivolgere un commosso pensiero al suo paese, a quella Germania dove si sta consumando un dramma impietoso:  

Deutschland (Germania), 487 – 1933 –
Possano altri parlare della loro vergogna,
              io parlo della mia.

O Germania, pallida madre!
Come siedi imbrattata
Tra i popoli.
In mezzo ai sudici
Tu salti all’occhio.
 

Dei tuoi figli il pi√Ļ povero
Giace abbattuto.
Quando la sua fame fu tanta
Gli altri tuoi figli
Hanno sollevato il braccio su di lui.
Questo è diventato di dominio pubblico.
 

Con le loro braccia sollevate
Sollevate contro i loro fratelli
Scorazzano adesso in modo insolente davanti a te
E ti ridono in faccia.
Questo lo si sa.
 

Nella tua casa
Si grida ad alta voce la menzogna
Ma la verità
Deve essere taciuta.
√ą cos√¨?
 

Perché ti lodano dovunque gli oppressori, ma
Gli oppressi ti accusano?
Gli sfruttati ti indicano a dito, ma
Gli sfruttatori lodano il sistema
Che è stato inventato a casa tua!
 

E pur tuttavia tutti vedono te
Nell’atto di nascondere l’orlo della gonna insanguinato
Dal sangue del tuo
Figlio migliore.
 

Ascoltando i discorsi che vengono fuori dalla tua casa, si sorride.
Ma chi ti vede, questi impugna il coltello
Come alla vista di un masnadiero.
 

O Germania, pallida madre!
Come ti hanno conciato i tuoi figli in modo
Da sedere tra i popoli
Come scherno e terrore!


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Bart