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LETTERATURA: Gli anni triestini di Joyce

18 Gennaio 2022

Amalia e il Professore
di Paolo Pianigiani

Tutta colpa di Stanislaus. Detto Stannie. Che fece arrabbiare e non poco Michele Risolo, marito gelosissimo di Amalia. Una storia forse d’amore, forse di sottile erotismo, forse solo una simpatia fra cervelli in ebollizione: che rimase impigliata in grandi fogli da disegno lasciati a Trieste, presso il fratello, da James Joyce, quando lo scrittore se ne andò a Parigi, rispondendo alla chiamata imperiosa e irresistibile di Ezra Pound. Una storia comunque ricca di misteri.

Ma partiamo dall’inizio. II grande scrittore irlandese, esule volontario dalla sua Dublino, si trovava a Trieste nei primi anni del ‘900 ad esercitare la professione di insegnante di inglese. Sia nella locale scuola Berlitz, quella diretta da Almidano Artifoni, che direttamente chiamato dalle ricche famiglie triestine, ansiose di apprendere i rudimenti della lingua di Shakespeare, per migliorare le loro già buone capacità di commerciare con il mondo, come fu per Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, arricchire la cultura dei figli e figlie di buona famiglia, per i quali sapere le lingue parlate in Europa era una tappa quasi obbligata.

E le lezioni si svolgevano a domicilio, nelle splendide residence di famiglia. Di certo non nelle povere abitazioni d’affitto che si potevano permettere i Joyce. Una volta, nel 1908, la chiamata arrivò da Leopold Popper, uomo d’affari di origini boeme, trasferitosi giovanissimo a Trieste e attivo nel settore assicurativo e dei trasporti. La figlia Amalia, quindicenne, necessitava di lezioni private, per completare la sua raffinata educazione scolastica. Fu scelto sembra per raccomandazione di conoscenti comuni, proprio il futuro autore dell’Ulisse, il romanzo più famoso della letteratura del ‘900. Joyce era un anticonformista, anche nelle tecniche d’insegnamento.

Niente regole fisse, nelle sue lezioni. Improvvisava, seguendo il suo fantastico istinto pieno di fantasia e coinvolgendo gli allievi migliori nella lettura dei testi a cui stava lavorando. In quel caso il Ritratto dell’artista da giovane, in corso di rielaborazione continua. Ben presto i rapporti anche con la famiglia si fecero cordiali, e James fu invitato a partecipare alle riunioni domenicali aperte agli amici e ai conoscenti, dove ebbe mode di esibirsi come cantante di brani celebri di opere liriche, o antiche canzoni irlandesi, accompagnandosi al pianoforte, insieme alla sorella Eileen, giunta anch’essa dall’Irlanda. Nel 1909 Amalia si trasferisce a Firenze, per frequentare l’università.

Qui incontrerà il suo futuro marito, un pugliese di belle speranze, Michele Risolo. Che diventerà un giornalista d’assalto, fino a raggiungere le vette di comando e direzione del Popolo di Trieste. Amalia era nata il 26-8-1891 e si era diplomata a Trieste nel 1908. I due giovani si fidanzarono nel ’13, e si sposarono civilmente nel municipio di Firenze il 22 dicembre 1914. Nel ’15 era nato a Firenze il primo figlio, Angelo Leopoldo, poi medico a Trieste e sposato con Albertina, da cui nacque Antonietta, oggi titolare della casa editrice Ibiskos Editrice Risolo, con sede a Empoli, mia ottima amica e che mi ha permesso di pubblicare le foto di famiglia.

E’ stata lei ad occuparsi nel ’91 e poi ancora nel 2002 della ripubblicazione dei cinque racconti di Gente di Dublino nella traduzione pubblicata per la prima volta nel 1935, a Trieste, dalla nonna Amalia. Già, perché Amalia fu la prima traduttrice di Joyce in italiano, con la collaborazione di Stanislaus e dello stesso James Joyce, ormai trasferitosi a Parigi, e al culmine della fama, che si fece leggere le bozze dei 5 racconti dublinesi dal figlio Giorgio, trovandosi impossibilitato alla lettura per una operazione agli occhi. Approvò anche la breve biografia che comparve nel libro, la prima scritta in italiano.

Sì, direte, ma la storia d’amore?

Quando il grande biografo joyciano, Richard Ellmann sul finire degli anni 50, arrivò a Trieste e si incontrò con Stannie, per visionare tutto il ricchissimo materiale disponibile, rimase colpito da quei grandi fogli scritti nella calligrafia nervosa di James. Un diario d’amore, complicato dai giochi verbali tipici dell’autore dell’Ulysses, che lo lasciò pieno di curiosità e domande. A cui rispose, un po’ malizioso, il fratello e fece il nome di Amalia. Era lei la protagonista del manoscritto. Ma per il momento tutto rimase nei cassetti. Il contatto con la famiglia Risolo, trasferitasi intanto a Firenze, fu come sbattere contro un muro: Michele Risolo. Amalia non c’entra, non è lei. Fu vietato assolutamente ogni incontro.

Scorsero gli anni, Stanislaus passò a miglior vita il “giorno di Bloom”, il 16 giugno, nel 1955. La moglie Nelly si trovò nella necessità di vendere tutto il materiale di cui era in possesso, che fu acquistato a gara da fondazioni Universitarie e collezionisti di oltre oceano. Ma l’ultimo documento, il “Giacomo Joyce”, finì proprio a Richard Ellmann, in dono, per riconoscenza. Amalia muore a Firenze nel 1967.

Solo l’anno dopo viene pubblicato in Italia il poemetto-racconto Giacomo Joyce. Michele Risolo insorge. Si arrabbia con tutti, scrive un lungo articolo sul Corriere della Sera del 27 febbraio 1969, in cui cerca di evidenziare le incongruenze logiche e cronologiche dell’ipotesi del biografo. Che poi, fatte altre ricerche, la critica più recente ha avvalorato. Ci sono infatti altre fanciulle triestine, sempre allieve del Giacomo “Casanova” Joyce, più adatte a ricoprire quel ruolo. Emma Cuzzi, per esempio. Fu probabilmente un insieme di ricordi e di figure che ispirarono il racconto.

Ma per noi joyciani da lunga data, che conosciamo a memoria la biografia dell’Ellmann, non ci sono dubbi: la protagonista della storia d’amore triestina rimane lei, questa splendida ragazza dagli occhi dardeggianti, dal sorriso disarmante: Amalia. Il resto conta poco. O nulla.

Pubblicato su Reality, n. 72, Cte Edizioni, Fucecchio, 2014

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Completo questo mio lontano articolo con il documento, che ne costituisce la sua naturale conclusione, l’intervento sul Corriere della sera del 27 febbrai 1969, grazie all’amico Bartolomeo Di Monaco, che ne ha curato l’attenta trascrizione sul suo sito

www.bartolomeodimonaco.it

 

Una testimonianza sugli anni triestini di Joyce
di Michele Risolo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 27 febbraio 1969]

La pubblicazione del breve scritto di James Joyce dal titolo Giacomo Joyce, a torto presentato come un romanzo d’amore da parte dell’editore italiano, ha procurato a me, fin dal suo primo apparire, in America (gennaio 1968), una valanga di ritagli – da riviste e giornali – e numerose lettere, per lo più di studiosi americani e inglesi, che mi chiedono delucidazioni e mi pongono dei quesiti. Ciò è dovuto al fatto che Richard Ellmann – il quale conosceva il manoscritto fin dal 1953 e lo ha largamente sfruttato nella sua vasta biografia di James Joyce (1959; ediz. italiana 1964: Feltrinelli) – ha creduto di poter identificare in Amalia Popper (diventata nel 1914 signora Risolo, mia moglie) la giovane triestina che aveva inconsciamente suscitato nel maestro d’inglese, James Joyce, il travaglio amoroso di cui in Giacomo Joyce si parla.

Dodici lezioni

Il Figaro Littéraire del 26 febbraio – 3   marzo   1968, ri ­chiamandosi a un diffuso servizio di E. H. Hughes apparso su Life a proposito della «mistery Lady of Giacomo Joyce » (ed. Atlantica, in data 19 febbraio 1968), si domandava: «A-ton élucidé l’un des nombreux mystères de la création d’Ulysses? ». Va risposto che «se gli avvenimenti nominati in Giacomo Joyce – come il professor Ellmann mi scrisse in sua lettera del 31 gennaio 1968, ed ha peraltro confermato nella prefazione all’edizione italiana dell’opera, che è dell’ottobre 1968 – vanno      dal 1912 al 1914, per la maggior parte », nessun mistero è stato chiarito, e si rimane nel campo delle congetture, che risultano anche, per molta parte, arbitrarie.

Già altrove ebbi a precisare che la signorina Amalia Popper trascorse a Firenze tutta la prima metà dell’anno 1910, quale uditrice presso la facoltà di lettere   dell’allora Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento e che, avendo ottenuto da Roma la concessione di poter dare l’esame integrativo di lingue classiche (greco e latino, che non si studiavano al civico liceo femminile di Trieste, dov’ella aveva ottenuto il diploma di maturità in data 2 luglio 1908), si iscrisse regolarmente ai corsi nel novembre 1911 e assiduamente li frequentò per quattro anni.

È quindi chiaro che Amalia Popper, dal 1910 in poi, non fu a Trieste. Quanto alle lezioni  d’inglese con James Joyce le prese non già dal 1913 al 1914-’15 (come l’Ellmann ha scritto, e tanti altri al suo seguito), ma dall’ottobre   1908   al novembre 1909, in tre periodi ampiamente intervallati: prese le ultime lezioni un paio di mesi dopo che Joyce si era trasferito in un appartamento di via Barriera Vecchia 32 (una casa dall’aspetto molto miserabile, mi raccontava mia moglie; quel rione era allora il più squallido di Trieste , e malfamato anche): ella vide Joyce e « Giorgino » – il primo figlio di Joyce – a casa sua, per l’ultima volta, quando il piccolo aveva tre anni e mezzo o poco più.

Questo riferimento a via Barriera Vecchia lo ricordo con precisione, perché Joyce – che si era già fatto anticipare le 12 lezioni mensili – fece alla scolara un divertito discorso sul tema di sedie e mobili, concludendo che nel nuovo appartamento, alquanto spazioso (erano lui, Nora, i due bambini Giorgio e Lucia, e la sorella di lui Eileen, da poco venuta dall’Irlanda) di sedie e mobili non ce n’erano per tutti. La ragazza capì e lo disse al padre, che fece pregar Joyce di passare dal suo ufficio.

Quest’ufficio, che Joyce conosceva, occupava una serie di locali molto grandi in uno stabile sul Canale, dalla parte della chiesa di S. Antonio Nuovo, alla destra di essa guardando il mare: vi campeggiava all’ingresso una grande scritta: «Brum & Popper ».

Per chi ami le analogie, potrebbe darsi che quel Brum associato a Popper, il cui nome era Leopoldo, abbia suggerito a Joyce l’idea di dare al suo eroe dell’Ulisse il nome di Leopold Bloom; allo stesso modo non può escludersi che il nome di Amalia – ch’egli sentiva chiamare in casa, oltre che Malietta, anche Maliíº e Màli – abbia suggerito il nome di Molly, nello stesso Ulisse. Ma ciò nulla dice ai fini della identificazione della giovine donna segretamente amata da Giacomo Joyce.

Con i Popper i rapporti di Joyce furono senz’altro amichevoli; tanto ch’egli frequentò quasi assiduamente i pomeriggi domenicali, molto festosi, di villa Popper. Vi convenivano, dalle ville vicine, giovani graziose amiche delle sorelle Popper, si faceva un po’ d’accademia musicale, fra grande profusione di monumentali torte, di pasticcini, di tè, di caffellatte, a seconda dei gusti. Ci venivano anche degli artisti, pittori, perché la padrona di casa era una pittrice di talento già allieva del Favretto. Più volte Joyce, da solo, e poi anche con la sorella Eileen, si esibì al piano, cantando arie d’opera Verdi, molto Puccini). Romanze, canti popolari irlandesi: entrambi i fratelli avevano una voce bellissima.

Della nutrita, chiassosa e burlona – a scherzi e burle Joyce ci stava con pieno agio – compagnia giovanile faceva anche parte una fiorentina, venticinquenne, la governante delle sorelle Popper. Era alta, diritta e fiera, ch’è proprio di tante fiorentine, aveva viso ovale e chiaro con un sottofondo lievemente olivastro, occhi scuri, capelli nerissimi annodati a trecce dietro la nuca; par ­lava un magnifico toscano, e poiché Joyce aveva avuto per maestro d’italiano un toscano, il Francini, s’intratteneva volentieri con lei. Si chiamava Ina Bassano, è finita in un campo di sterminio nazista. Era sempre lei ad ac ­compagnarlo per il corridoio della villa, precedendolo, sino all’uscita, al termine di ogni lezione. Durante la lezione, che si svolgeva nel tinello, sedeva nell’attigua sala da pranzo. E in questo senso va interpretato il Figaro Littéraire lì dove scrive: «Idylle chaste et pure: Joyce ne fut jamais laissé seul avec sa Beatrice, pas míªme pendant les leí§ons d’anglais! ».

Quattro allieve

Ma cotesta villa non era in via San Michele, come il professor Ellmann scrive nel ­la sua biografia di Joyce; era in cima a via Alice (ora via Don Minzoni), al n. 16; fa ­ceva e fa tuttora angolo con via Bellosguardo. Ora lassù, sui declivi del colle di San Vito, c’è tutta una nuova città, ma ai tempi di Joyce – e del mio fidanzamento con la signorina Popper -, da quelle parti c’eran soltanto poche strade solitarie, fiancheg ­giate da grandi ville con bellissimi giardini. Il professor Ellmann, (e tanti altri, con lui) s’è lasciato ingannare dalle fantasie del Giacomo Joyce (ch’egli ebbe in visione dal fratello dello scrittore, Stanislao, ma non vagliò né approfondì): e ha creato un Leopoldo Popper dalle basette candide (aveva soltanto 48 anni, essendo nato nel 1862, in Boemia), che s’intrattiene per via San Michele col maestro della figliola James Joyce, uscendo dalla propria villa.

Fra altro, quando Joyce usciva dalla casa di via Alice passava in via Bellosguardo, a dar lezione a una zia di Amalia, quindi, ritornando per via Alice (non poteva fare diversamente), ch’è molto ripida, scendeva in via Tigor e si fermava nella ca ­sa di Eva Venezian, del gran ­de ceppo dei Venezian irredentisti ed eroi, cugina della madre di Amalia: ivi dava lezione «collettiva » a quattro allieve. Frequentemente sostava un attimo all’ingres ­so della casa di via Alice, per consegnare alla governante, o alla cameriera un biglietto della zia per Amalia, in risposta a un altro che Amalia gli aveva affidato prima. Di questa curiosa storiella, Joyce si ricordò nel 1934, quando, nel ­la lettera di risposta a quel ­la che mia moglie aveva scritto per chiedergli l’autorizzazione a tradurre Dubliners, uscì in questa frase: «Come vuole che non mi ricordi di lei se le ho fatto anche da postino! »

Fu lieto di dare l’autoriz ­zazione – perché aveva sempre considerato Amalia la sua migliore allieva. «Il mio n. 2 » disse una volta; e la ragazza domandò: «Chi è allora il n. 1? ». «Si chiama Schott ». «E com’è fatto? ». «Ha la testa che sembra un puledro »; e fece inoltre pervenire, dattiloscritta, la traccia per la «biografia essenziale » premessa al volume Araby, che contiene soltanto cinque dei racconti tradotti (1935).

Concludendo osserverò che non mi rendo conto come mai il professor Ellmann abbia seguito la falsariga del Giacomo Joyce e abbia insistito a parlare d’una via San Michele dal momento che lo stesso indirizzario di Joyce reca chiarissima, alla lettera «P », questa riga: «Popper, Amalia. Via Alice, 16 ». E rispondendo ai vari quesiti che mi sono stati posti, dirò: delle opere di Joyce, mia moglie lesse soltanto Dubliners, dopo il 1920, in un esemplare di proprietà della sorella Lisetta (il quale è tuttora in casa); nel 1932, quando si propose di fare un esame di concorso per cattedre d’ingle ­se nelle medie superiori (ave ­va già vinto un concorso per le medie inferiori), acquistò A portrait of the artist as a young man, ma si arrestò alla pagina 10 e non andò oltre; non ha mai conosciuto Ulisse (e, confesso la mia ignoranza, neppure io l’ho mai letto); non conobbe la biografia dell’Ellmann; quando l’edizione italiana di que ­sta fu diffusa, mia moglie era già ammalata di un terribile male che poco più di due an ­ni dopo la condusse alla tomba.

Questo spieghi perché sol ­tanto ora io sono intervenuto a correggere alcune delle inesattezze in cui l’Ellmann in buona fede è incorso. E quanto al così detto «romanzo d’un amore triestino », e cioè il Giacomo Joyce, è indubbiamente, come ben ha visto Gabriele Baldini, una sorta di poemetto in prosa, non rifinito, nel quale molti elementi derivano dalla realtà e qualcuno si accorda anche (al principio, per esempio: «scrittura filiforme, dal tratto lungo e delicato segnato con quieto disdegno e rassegnazione: una giovine don ­na distinta ») col carattere e la persona della giovine allieva.


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