di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della sera”, giovedì 9 novembre 1967]
Ricordo che Benedetti era lucchese e in questo lontano articolo i riferimenti vanno alla sua terra. (bdm)
Mi ci è voluto molto tem po poi ho capito: il mio in terlocutore non è avaro se bene paia sgomentarsi che la lira gli scivoli di tra le dita e lo turbi sol l’idea d’una eco nomia incline alle grandi cifre, coi biglietti da cinquan ta e da centomila, di cui è vicina l’emissione.
«Che spreco! » esclama spesso, e tace quasi interro gasse se stesso per stabilire la consistenza dell’attuale benes sere. Gli piacerebbe accettarlo e fidarsene; forse giunge a sentirlo relativamente sicuro, finché dice: « Come abbiamo fatto presto a dimenticare la miseria ». Ed è come se precisasse: « Gli altri la dimenticano, io no ».
Gli piace ricordare che, almeno in alcune zone della no stra provincia, il benessere non è una novità, e che tut tavia non è antico quanto si crede generalmente. Conserva l’immagine della miseria in travista nell’infanzia. Il mio interlocutore non appartiene ai ceti tradizionali che s’affidavano alle rendite agricole ormai dissolte. Egli è l’anzia no della terza generazione di una vasta famiglia, la cui ricchezza è legata ai rivolgimenti economici poco appariscen ti e non per ciò meno solidi per i quali, dall’inizio del secolo, chi sia nato nella nostra città e nelle campagne viene ritenuto benestante.
« I contadini per lo più si nutrivano di polenta: polenta di granturco, quelli della pia nura; di farina dolce, cioè di castagne sui monti; e, per companatico, una salacca ».
Ormai, l’idea della salacca, che da noi si chiama salacchino, contro cui i contadini delle grosse famiglie – dodici figli vivi era la media – strofinavano la fetta di polenta, ha un che di comico e di inverosimile, come l’altra del pane di miglio, dell’olio di sansa. Mezzogiorno è appena suonato; nei borghi dove oggi vivono gli operai, e nei po deri abbandonati le cui case servono anch’esse ai lavoratori dell’industria, si sentono odori gradevoli di cibo. Nessuno dubita che la cucina di questa parte della Toscana – la stessa che gli osti immigrati hanno trasferito a Milano, a Roma e altrove – sia d’origine contadina, testimonianza d’un benessere secola re, o almeno privo d’interruzioni, mentre essa è il residuo d’una remota ricchezza urba na, senza legami con l’attuale. Se mangiano bene oggi, – minestrine di carne o di verdura, intingoli, stufati, arro sti, fritti, frittatine, cime di rape e spinaci passati in pa della – chi lo sa quali cibi erano sulla tavola dei conta dini, nei tempi antichi.
« C’era la fame, invece » af ferma il mio interlocutore ri belle all’ipotesi d’una età dell’oro, lui che non è disposto ad accettare il mito d’un pro spero passato.
Nelle prime casuali conver sazioni, mi chiedevo se non alludesse agli ultimi mesi del la guerra quando passarono gli eserciti diretti a settentrio ne. I tedeschi ritirandosi distruggevano i mulini, i fran toi, le fabbriche, le centrali della elettricità, del gas, dei telefoni, e tutti i ponti, quelli a tre arcate sul fiume – di cui ne rispettarono uno solo, dell’elettricità, del gas, dei volo per l’ardimento della co struzione – e gli altri sui tor renti, sui fossi. Rastrellavano gli uomini: contadini, mer canti, medici condotti, diven tarono mandriani del bestia me razziato che doveva esse re portato verso nord. Il gra no marciva al sole, gli steli diventati neri si piegavano, le spighe si sfacevano. Sopravvenuti i combattimenti del set tembre 1944, i contadini usci rono dai nascondigli – can tine, sacrestie e caverne, mai avevano supposto ne esistes sero – e si misero a vendem miare fra le pattuglie alleate che rastrellavano le SS, senza chinarsi quando udivano sibili di proiettili.
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Gli americani della V Ar mata distribuivano roba, le donne gli andavano dietro fino al Tombolo, un deposito di viveri, medicinali, armi, vei coli, calze di nailon, dentro la fitta pineta sul mare. Il sa bato e la domenica, gli auto bus militari percorrevano cit tà e campagne, gli altoparlan ti invitavano le donne, le por tavano nelle baracche lungo l’Aurelia. Dopo, ricevevano un compenso: sigarette, zuc chero, caffè, blocchi d’insipi do pane bianco, le pizze col pomodoro, fino ad allora igno rate, la polvere per la mine stra e le calze trasparenti. Guarda il ben di Dio che m’hanno dato per un fox trott, dicevano le donne rincasando, e si rivolgevano al marito quando non era disperso in Russia, prigioniero in India, in Africa, in America, depor tato in Germania, magari scap pato al nord con le brigate nere. In seguito, nacquero biondi, bruni, castani, rossi dalla pelle color latte cospar sa d’efelidi, oppure nera, por tati, questi, a balia sui monti, da cui discesero appena svanì lo stupore della loro anomalia, ma certi vi sono rimasti.
Quella del ’44 fu un’indigenza effimera, il mio interlocutore pare averla dimentica ta, mentre vive in lui la gran de miseria di fine secolo. In concepibili gli sprechi anche nelle famiglie benestanti, na sceva allora l’immagine oggi assurda del bambino che ruba la marmellata e lo zucchero. Il pane era più abbondante del companatico, però conces so con parsimonia; la carne poche volte la settimana, bol lito per lo più. Di solito, mi nestre e fagioli, lessi, rifatti, il venerdì la zuppa di cavolo, patate, zucca, boraggine, per utilizzare i tozzi di pane avan zato. La domenica, un biscot to nel bicchierino di passito. Di lì a pochi anni, quante novità alimentari. I negozi forniti di specialità francesi e inglesi, di prosciutto affumi cato tedesco. Il venerdì santo, il salmone fresco che fino al 1914 arrivava dalla Scozia, in ghiaccio per i frequentatori d’una celebre drogheria. Il co gnac francese e il whisky di raro consumo, però in vendita. Le donne sedute nei palchi del teatro comunale indossa vano toelette confezionate a Firenze. Nelle campagne, si costruivano nuovi edifici, si trebbiava con la macchina a vapore, i piccoli proprietari indossavano cappotti corti con il bavero di pelliccia, si reca vano in città col calesse. Una ricchezza improvvisa, non un dono, ma oggi pochi sanno che risale ai nonni, e che è dovuta all’emigrazione.
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Appena la legge del 1887 aveva permesso il riscatto dei livelli dominicali, i piccoli proprietari poveri della pianura e delle colline, dalla nascita avvezzi a spiegare la miseria, assurda data la fertilità delle terre, con le decime parroc chiali – spesso cedute ai pri vati – fatto un debito per pa gare il biglietto, si recavano a Le Havre inserendosi nel grande flusso, fra i braccianti della valle padana e del sud, fra i mezzadri toscani e um bri che sognavano di guada gnare il tanto necessario per una casa e per un campo, o per il matrimonio delle figlie, oppure per pagare un vecchio debito a cui erano stati co stretti quando si erano sposati essi stessi, o per non morire se c’era stata la carestia.
La Rubattino e la Florio non bastavano. Si partiva for niti d’un passaporto rosso, spettante agli olivastri europei meridionali, con la Cunard, la White Star, la Transatlantique. Una media italiana di 269.000 partenze fra il 1887 e il 1900, che salì a 626.000 fino al 1913. Per toccare Nuova York, occorrevano settima ne, per giungere in California, il « golden state » (dalla corsa verso la frontiera d’oro, deriva l’emozione di cui è in trisa la « Fanciulla del West di Puccini) ci volevano mesi. Il continente era attraversato scendendo fino a Santa Fé. Non funzionava ancora la li nea diretta via Salt Lake City. Tanti non arrivavano in Ame rica, morivano nelle stive; al tri, sulla costa sudamericana, li portava via la febbre gialla, o sparivano nell’interno. Morte presunta: quella di mio nonno nell’Amazzonia.
« Era difficile quando rim patriavano, convincerli che il dollaro-carta faceva aggio sul l’oro. Si presentavano al cam biavalute, che spesso aveva fi nanziato il viaggio facendoli accompagnare fino all’imbar co perché nessuno in Francia li imbrogliasse, coi dollari cu citi nella fusciacca di lana. Non conoscevano investimen ti se non immobiliari, e ave vano fretta di riscattare i li velli.
Oggi, nella piazza ombeli cale della città, vi sono quat tro banche, fornite di nume rosi sportelli; altre tre si tro vano a meno di trenta passi, quattro ancora a pochi minuti.
I risparmiatori sanno leggere i bollettini delle quotazioni. E se voltano le spalle ai marmi di San Michele, vedono sui tetti le antenne della radio, collegamento con le principali borse italiane.
Il nuovo benessere cancella il ricordo delle miserie pas sate. Nella campagna lottizza ta, sono in costruzione nuovi quartieri satelliti, nuove fab briche, scuole. Il vino buono? Bevuto sempre, rispondono i contadini, inconsapevolmente bugiardi. La polenta? Piace ogni tanto, una leccornia. Il pane nero? Loro lo vogliono bianco, di fiore, ma è ricercato dai nuovi strani abitanti delle colline, italiani e stra nieri che leggono, scrivono, dipingono. Le scarpe? Le cal ziamo da secoli, dicono segui tando a mentire. Il denaro per la benzina, per le cene fuori? Ne hanno, e credono d’aver ne avuto. I nuovi benestanti non sospettano d’essere figli, nipoti di miserabili.
La memoria del mio inter locutore invece offre una tor mentosa prospettiva storica. Perché egli ricordi, fra tanti immemori non lo so. Forse, la povertà dell’avo resta un’irrinunciabile idea-forza. Oppure, influisce un senso di colpa, essendo stata la sua famiglia al centro della rivoluzione eco nomica a cavallo fra i due se coli. Si faccia poi conto d’un convincimento: la ricchezza come segno di benevolenza arcana. È probabile, infine, che la pratica degli affari convin ca il mio interlocutore a diffi dare delle apparenze. Conosce le forze che ci sovrastano, sa che una violenza naturale o sociale, ineliminabili entrambe dalla storia la cui linea di svi luppo è tortuosa, insidiano la felicità che la maggior parte degli uomini, appena la rag giungono, giudicano un privi legio eterno.
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2 risposte a “Gli smemorati”