di  Nicola Dal Falco  

Per chi li ascolta la prima volta, certi termini geografici hanno un suono particolare, sottointeso. Dicono più della cosa che indicano. Li giri e li rigiri come se fossero delle conchiglie, spiando il battito nascosto, il passato marino.

Un tempo emersero come secche, voltate e rivoltate da immensi cataclismi, ora sillabano il silenzio rimasto. Parole che contengono una traccia, un belvedere sul vuoto (d’uomini e di storia) che appartiene agli inizi.
Giuff, il colle, arioso e concavo, evoca un frutto secco nella cui pancia si agitino dei semi musicali.
Aial, la radura, è un doppio respiro, ritmato come due ciottoli sbattuti insieme.
Lout, fango, devia i pensieri, è la punta di una canna che fruga per terra.
Grömm, altura, non comunica altro se non un rumore sordo di animale.
 

***

La strada bianca diventa sentiero d’erba, passata la cava di marmo. Un cuore nero strappato e tagliato in larghe fette di roccia venata. Arruginiscono gli argani e le funi d’acciaio,   imbullonati e tese. Marmo nero di Varenna, percosso già nel nome che abbellirà, tagliente di “V”. Anagrammando Varenna, viene nera nave .      

In cima al grömm c’è un brusio, un tramestio serale. Il vento arpeggia lungo il corpo vuoto del traliccio. In basso, il lago ha la brillantezza metallica di un fiordo. Silenzio pieno di visi, di ombre lucenti, di insetti, di spore. Forse è un poggio d’anime, cocuzzolo e prato da dove si involano le api e i morti o, forse, è il ripetitore che trabocca di messaggi eterei.

A forza di ripetere grömm ho cercato di scomporre la parola, tracciando i piani che la intersecano, partendo dalla lettera iniziale, dalla G di Geometria e di God. I massoni inglesi la tenevano in grande considerazione. Può darsi che la forza d’attrazione di questo luogo abbia a che fare con il significato occulto della lettera.

Prima, però occorre scriverla con la grafia greca: L. Nel catechismo dei liberi muratori, il gamma designa la stella polare a cui è attaccato il Grande carro. Lasciandolo girare appare il simbolo della svastica che compendia il moto di rivoluzione dell’Orsa intorno alla stella.

C’è, poi, la dieresi che mi seduce per la sua lieve e puntuta bellezza. Due piccole lune o stelle, salde come un morso, trattengono il resto della montagna che si abbevera al lago. La natura della dieresi sta ad indicare una diminuzione ed, in effetti, anni fa, dalla punta di Morcate si staccò un macigno che piombando in acqua sollevò un’onda letale. Sull’altra sponda, a Menaggio, una bambina fu trascinata via e affogò.

L’occhio, infine, è catturato dalle consonanti finali. La parola termina, affievolendosi per via di una doppia bilabiale sonora. Il suono iniziale che è roco, di gola si trasforma in pantomina, sembra librarsi sul foglio come una coda: un movimento cadenzato, un fruscio disegnato in   aria.
 

***

 

Ascolto Bellini mentre sul terrazzo una brezza che scende dal grömm rovista nel glicine come se smuovesse carte e vecchi giornali. E’ ancora Norma, in una foresta delle Gallie. La voce soffia sulla brace, accendendo occhi a dozzine. Qualcosa trema, s’incrina in fondo al cuore simile alla foglia prima di staccarsi dal ramo. Cadere non è ancora morire. Bisogna prima scendere in piccole spirali, volteggiare a mezz’aria.

La distanza che separa il ramo da terra è la vita stessa, tutta   la vita. La forza di gravità spinge in basso ma tutto dipende a che altezza siamo. Più su e più lenta la discesa e vasto il paesaggio.

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Commenti

Una risposta a “Grömm”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    L’autore pare giocare con le parole, ma il suo è un atto quasi devozionale, un atto, attraverso il quale arrivano a scaturire significati e simboli di straordinaria creatività, fatta di immagini eleganti e forti, di visione estetica, ma soprattutto sostanziale, che assumono il fascino di un mito, la lucida essenzialità di un fuoco sotterraneo, il profumo di petali esistenziali, i bagliori dell’infinito… Si riesce elegantemente ed intimamente a raccogliere quei nessi che possono unire materia e spirito, in una fusione che pare quasi sottrarci all’ipoteca temporale. Eppure è ancora vita, pur in quel piccolo spazio che, foglie caduche, ci separa dal distacco dal ramo alla caduta. E c’è ancora modo di meravigliarci.

    Gian Gabriele Benedetti