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LETTERATURA: Victoria

8 Novembre 2009

di Valeria Caristia

Quel giorno Victoria si era svegliata prima del solito.
Non era ancora l’alba, ma c’era già una luce fortissima, come se fosse pieno mezzodì. Se il calendario avesse segnato 25 Febbraio 2205, però.

Ma allora Victoria non era ancora nata, non poteva ricordarlo. Ora era una splendida cinquantenne ed era abituata a vedere la luce venti ora circa al giorno. Solo il capodanno l’aveva sempre passato al buio. Il commercio incessante di lucine incandescenti lo dimostrava e lei non   aveva mai trascorso un veglione senza quel classico divertimento.

La luce così intensa non era dovuta al sole che, conformemente alla teoria pretelmica dell’oscuramento globale, aveva notevolmente ridotto la densità delle radiazioni all’interno del proprio nucleo, a causa dell’inquinamento terrestre: il livello di entropia raggiunto aveva invertito il processo termonucleare caratteristico della stella, anticamente portatrice di vita e di fertilità, ora fornace fioca, priva della sua corona.

Non era più l’idrogeno a trasformarsi in elio secondo il processo protone-protone, ma l’esatto inverso: questo era stato un male per gli esseri viventi dipendenti direttamente dalla luce e dal calore solare, ma non per l’uomo. Da essere astuto e sfacciatamente fortunato quale è sempre stato, traeva giovamento da questo fenomeno che gli aveva fornito nuova energia, continuamente rinnovabile e non inquinante.

Un’incredibile opportunità di continuare a produrre, progredire, con l’unico scotto d’aver perso la luce del sole.

Ma nessuno più pensava alla tintarella: il bianco era il colore più bello.

La luce dunque proveniva dagli scarichi delle macchine condotte a idrogeno, molto meno inquinante delle risorse energetiche classiche, ma estremamente riflettente. La grande glaciazione che sarebbe necessariamente seguita all’oscuramento globale era stata fortunosamente evitata dal riscaldamento del pianeta dovuto all’effetto serra, fino a che, scoperto il nuovo e utilissimo processo di inversione solare, la temperatura della Terra aveva ripreso a scendere. Ma la tecnologia era talmente avanzata da poter inventare qualunque genere d’abito in grado di proteggere dal freddo l’uomo e la sua fedele compagna. La donna.

Victoria era una donna e come tutte le donne era stata creata per soddisfare l’uomo e servirlo.

Così diceva la legge, da almeno trecento anni, quando il Governo aveva schiacciato l’ultima grande rivolta di femmine riunitesi illegalmente per rovesciare il legittimo potere del maschio.

Era il 2005 quando, dopo che il referendum di quel Giugno sulla procreazione assistita non aveva raggiunto il quorum, molte donne, in diverse città, si erano organizzate per protestare contro il governo che si lavava le mani di un problema futile per gli uomini ma d’enorme importanza per il genere femminile: proteggere la specie dall’estinzione che la sempre più crescente sterilità maschile minacciava.

I campi magnetici creati da tutti gli strumenti tecnologici che circondavano le persone nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle case, negli ospedali e perfino nelle chiese, avevano ridotto notevolmente la motilità degli spermatozoi e, si diceva, contribuissero anche ad alterare l’ambiente interno all’utero della donna rendendolo notevolmente ostile alla fecondazione.

Bisognava intervenire precocemente, ritenevano questi gruppi di donne, per evitare che quell’orrenda minaccia si trasformasse in realtà.

Così si erano organizzate.

Con sit-in e proteste molte numerose rivendicarono il diritto esclusivamente femminile di decidere su quest’argomento.

Furono accusate di riunione sediziosa e quasi tutte incarcerate.

La situazione divenne via via più incandescente, con miriadi di femmine appostate fuori dalle carceri a urlare la liberazione delle compagne.

A dispetto dell’opinione comunemente diffusa che le disegnava come esseri miti, angeli del focolare, risposero violentemente alle continue provocazioni di forze dell’ordine e politici preposti al controllo della situazione e alle battute dei poliziotti, “non te la prendere con noi se tuo marito è impotente”, “perché fate tante storie, vi mettiamo incinta noi”,” te lo do io un bel carico di spermatozoi potenti”, qualcuna aveva risposto “con te nemmeno a pagamento”, un’altra aveva sputato in faccia a uno perché aveva tentato di palparle un seno, mentre un coro raggiante urlava “godo anche senza di te e molto meglio di te”.

A quel punto qualcuno non ci aveva visto più ed era partita la carica delle forze dell’ordine. Menarano botte da orbi, merito dei corsi di autodifesa che quasi tutte le donne seguivano in tv, boxando davanti allo specchio mentre la conduttrice, Floriana, l’orfana vincitrice della seconda edizione del Grande Fratello, urlava “siamo forti, siamo mitiche”. L’avevano interrotta subito dopo la seconda puntata, ma ormai i prodigi del web avevano invaso quasi tutte le case e la romana verace dall’infanzia difficile era una tenace: aveva fatto circolare le sue lezioni il tempo necessario perché, chi ne aveva capito l’importanza, provvedesse a farle girare il più possibile nell’etere e lei, che aveva fatto breccia nel cuore di mamme, nonne e figlie, divenne l’eroina nazionale. Si ritirò poco dopo in qualche luogo sconosciuto e non avendo infranto alcuna legge, si assicurò, si dice, un avvenire sereno,   lontano da ipocrisie e frustrazioni, in qualche luogo lontano, soleggiato e pacifico.

Ma la rivolta non sortì l’effetto sperato: nessun diritto ripristinato e la libertà fu rinchiusa dietro le sbarre.

Tornare alla normalità dopo il carcere era stato difficile per molte.

Tante di loro erano madri di famiglia, altre avevano una carriera avviata, certe finirono su una brutta strada, alcune preferirono farla finita.

Tutte le altre furono così fortunate da poter ritornare alla vita di sempre, ma finirono per essere ghettizzate e da allora nessuna donna aveva osato riprovarci e i Governi –la ribellione aveva assunto portata internazionale, tanto era sentita-  avevano provveduto a legiferare per circoscrivere il pericolo. Nonostante le proteste delle opposizioni, sempre più deboli, la donna fu relegata ad un ruolo nettamente inferiore a quello avuto fino a quel momento.

Il carcere cambia molto le persone, anche quelle che in carcere non ci sono state.

Così gli uomini, mariti, fratelli, padri delle donne che con la galera avevano dovuto avere a che fare, per via delle proprie donne ribelli, si autoconvinsero che l’eccessiva libertà avesse determinato quella degenerazione e che fosse pertanto necessario abrogare molti dei diritti concessi loro, per zittirle. Era stato perso il controllo e i medici non esitarono ad imputare quel caos all’isteria che frequentemente assale il genere femminile.

Del resto, avevano sentenziato i migliori criminologi, tutti uomini, sempre più frequenti erano gli atti criminosi compiuti da donne, in preda a crisi depressive, ai danni dei propri stessi figli.

Così, per riprendere quel controllo, si autorizzarono gli uomini a denunciare le proprie donne al primo segnale d’allarme: furono diffusi opuscoli sul da farsi, per poter immediatamente intervenire sui casi giudicati pericolosi, prescrivendo, ove necessario, l’internamento psichiatrico. La necessità divenne abitudine e, pur di non vedersi rinchiuse, tutte accettarono d’essere come gli uomini le volevano.

Obbedienti, sorridenti, sexy, umili, pacate, mai ridanciane, assolutamente non ambiziose, sportive, sempre pronte ad esaudire i desideri dei loro uomini.

 

E anche Victoria era così, lo era sempre stata, merito degli insegnamenti di sua madre che le aveva raccontato tante cose dei tempi passati.

“Quando le nonne delle nostre nonne erano giovani” le diceva “dovevano stare molto attente. Sai, c’era chi credeva che anche solo baciandosi si rischiasse di rimanere incinte”.
Che tempi, pensava Victoria.
Non era mai riuscita a vedersi come sua madre, come sua nonna, come una mamma.

Del resto la maternità non era vista ormai da tempo come un atto creativo e benedetto e nessuna donna della sua famiglia si ricordava che fosse stato qualcosa di diverso da un intervento di chirurgia estetica: se era sano, e non poteva essere altrimenti, lo si sapeva già dalla prima settimana di gestazione, di che sesso fosse lo si poteva scegliere prima dell’impianto dell’ovulo fecondato, di dolori non si soffriva più perché era stata inventata un’anestesia efficacissima, anche se con qualche effetto collaterale, come un’amnesia temporanea o l’ipertrofia di alcuni muscoli facciali.

Ma erano inconvenienti che duravano molto poco, specie se si ricorreva a qualche psicofarmaco e i vantaggi del trattamento erano riconosciuti anche dalle donne oltre che dagli uomini: medici o mariti, che non erano costretti a sopportare quelle urla più fastidiose che strazianti. Soprattutto non si era costretti a compatirle per la settimana o addirittura per il mese successivo al parto, come si diceva accadesse un tempo. Adesso, poi, che era stata creata una classe destinata allo scopo, non c’era di che preoccuparsi.

 

Victoria, dunque, era come tutte le altre donne: parlava, pensava, camminava, si vestiva come loro. Per gli uomini, infatti, le donne avevano un modo tutto loro di essere, nettamente distinto e separato dal loro, che, poi, era il modo migliore di essere: raziocinanti sempre e comunque, mai sentimentali, mai pigri; forti, solidi, determinati e, soprattutto, dal polso duro, perché l’autorità è la qualità più connaturale al vero uomo.

E cos’altro potrebbe volere la donna, l’essere più imprevedibile che esista, un pericolo per se stessa e per gli altri; se non avesse al suo fianco l’uomo che la sa dominare non potrebbe vivere serenamente.

E’ così che l’uomo e la donna sono uniti, non per il reciproco bisogno l’uno dell’altra, come si credeva nell’oscuro Medioevo prima della nuova era telmica del chiarore, ma per la necessità assoluta della donna d’essere protetta da un maschio che ne soffochi gli istinti passionali, sentimentali, per non rischiare di perdersi in assurde fantasie di protagonismo.

Quanto poi alla famiglia, non ce n’era più bisogno. La questione della perpetuazione della specie era stata risolta con la creazione di una classe lavoratrice atta alla gene-razione artificiale.

Dal canto suo Victoria viveva a fianco del suo uomo, l’ingegnere capo della centrale, serenamente convinta che il loro futuro sarebbe stato radioso e splendente come l’energia che Lui era in grado di fornire all’intero paese.

Del resto tutti dicevano, essendone convinti, che quello fosse il migliore dei mondi possibili, dove regnava la quiete, niente odio e violenza, perché le guerre erano state abolite e sugli uomini splendeva sempre e solo luce.

La luce del progresso e della totale superiorità dell’uomo sulla natura: Lui era riuscito a controllare il processo di decadimento dell’universo e invertito il processo antropico a suo favore, rendendosi completamente indipendente nel processo creativo della vita.

 

Erano già sette mesi che la nonna di Victoria era morta e lo scatolone era ancora lì, chiuso.
Non sapeva cosa ci fosse dentro; forse era proprio questo che la tratteneva dall’aprirlo.
Fuori pioveva già da sette giorni. Ininterrottamente.
Victoria se ne stava lì, guardando quel cubo di cartone, quando pensò che forse era arrivato il momento di scoprire cosa vi fosse custodito.
Foto, ritagli di carta grigiastra con immagini e scritte, ricoprivano un cumulo di oggetti di vetro colorati, barattoli, bottiglie, raffiguranti paesaggi marini, alcuni interi, altri in pezzi.

Iniziò a tirarli fuori con cura, uno ad uno, pezzo per pezzo.
Quel colore blu intenso la riportava alle immagini di sé da bambina, ricordi felici ma ormai sempre più sfuggenti, nel bianco fulgore della maturità.
Guardava quelle distese del colore che le avevano insegnato a chiamare Mare.

In tutta la sua vita non lo aveva mai visto, il mare.
Né lei, né molta altra gente come lei.
Abituati a vivere al di qua delle terre umide, oltre la zona piena di insidie per la specie umana progredita e convertita all’idrogeno.
Sembrava bello, avvolgente, caldo.
Una distesa d’acqua salata in cui uomini e donne godevano del calore di un sole rosso, cocente.
Lo respirava quasi, chissà perché.
Non sapeva cosa fare.
Di quelle cose.
In fondo erano solo pezzi di vetro rotto.
A cosa le sarebbero potuti servire.

Di certo suo marito non avrebbe acconsentito.
Eppure toccarli le dava una bella sensazione.
Per quanto fosse materiale inerte, aveva un odore che la riportava nella casa della nonna.
Anni in cui tutto le sembrava facile, felice.
La ricordava intenta a dipingere con quei suoi colori densi, lucenti, pericolosi.
Strane forme sulle finestre delle case della gente che la pagava per quei lavori.
A volte aveva pensato di impiegare il suo tempo in maniera diversa, Victoria.
Aspettare il ritorno del capo della centrale non era un’occupazione molto impegnativa.

Certo. Doveva farsi trovare in ordine, riposata, profumata, sempre in perfetta forma fisica, mai un grammo in più, mai un malessere, un malumore, pronta ad accudire il proprio uomo, ascoltarlo, ammirarlo, compiacerlo, ammorbidirlo.
Tutto questo non era una faccenda da poco: richiedeva molto zelo e una fervente solerzia.
Si svegliava molto presto la mattina, dava istruzioni molto precise al personale domestico riguardo alle pulizie da effettuare mentre lei pensava a consultare gli istogrammi bioritmici previsti per il giorno: ad essi avrebbe accordato profumi, colori, luci, suoni che dovevano accompagnare il ritorno e il soggiorno del suo uomo nella loro casa, nel loro mondo.

Un prato fiorito, un caldo deserto, un lago ghiacciato, un volo in picchiata.
Ogni elemento doveva essere in grado di riprodurre l’effetto che l’umore del giorno avrebbe preferito.
Sua premura era rendere tutto armonioso, confortevole, terso, placido, appagante, per sopire ogni inquietudine che la giornata avrebbe potuto portare con sé.

Ma ogni giorno era sempre lo stesso.
Sì lo amava. Certo lo amava.
Ma cosa la agitava allora?
Quell’irrequietezza rischiava di intralciare il lavoro del giorno.
E quello era il suo unico lavoro. Doveva svolgerlo al meglio.
Doveva essere una distesa verde in cui lui potesse sdraiarsi e abbandonarsi.
Ma cosa fa essere un essere umano quello che è e non una distesa?
Non poteva permettere a quei pensieri di ostacolare le incombenze quotidiane.
E se sua nonna fosse ancora viva come le avrebbe spiegato quel turbamento?
Era un filo di anni che non poteva essere interrotto. Per nessun motivo. Neanche per quell’oscuro desiderio che non poteva sentire.
Non era suo compito, ma della classe lavoratrice preordinata a quello scopo: i gene-ratori di specie.

Erano pagati per farlo, selezionati, accuratamente addestrati: il processo era stato misurato e ottimizzato così da richiedere solo una settimana di gestazione e risultati sempre soddisfacenti.
Perché desiderare qualcosa a cui non era destinata?
Stare chiusa in un cubo con decine di cavi attaccati, con qualcosa che le si formava in pancia.
C’erano altri fatti apposta per questo. Lei aveva altro cui pensare.

E quando una donna è sposata e se il suo uomo è l’INGEGNERE CAPO, non può, non deve permettere che certi pensieri s’intrufolino nelle trame di un ordito così attentamente tessuto.
E poi forse era solo una futile divagazione del momento. Bastava mettersi in piedi e iniziare le normali occupazioni quotidiane e tutto avrebbe ripreso a funzionare come sempre e ogni inquietudine sarebbe svanita: le idee tornate immaginazioni e i doveri mansioni.
E mentre lo pensava, lo vide entrare nella stanza.
Lei era come appena sveglia.
Nessuna cura quotidiana.

Gli istogrammi bioritmici non avevano cambiato nulla nella casa dal giorno precedente: nessun odore armonico, nessun colore accogliente, nessun suono avvolgente, nessuna luce appagante.
Era pomeriggio inoltrato, la giornata lavorativa era finita, l’INGEGNERE CAPO era tornato nel suo focolare.
Lui la guardò. Occhi sbarrati.

Un freddo gelido invase i due corpi, non più elettrodi attratti.
Nessuna distesa avvolgente.
“Cosa ti succede?” Lui
“Voglio un figlio!” Lei
 

Flossy said “Vorrei andare al mare ad Hollywood, mare che sia rosso e non così blu”
Johnny said “ Lasciatemi quietare per un po’, nuotare nel Mar Rosso non si può, più”
E tutti gli altri, poi, così, lasciarono le sedie intorno a lui
Johnny, no, slegarsi lui non può, ormai
Elettrochock, perché
Guarda come sei
Un altro chock,   per quello che non sarai
Elettrochock, perché
Non impari mai
Un altro chock, per quello che non farai
Elettrochock,  perché
Tu non parli più, se agli altri non vai giù[1]
 

[1] Elettrochock Matia Bazar.


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Novembre 2009 @ 18:15

     

    Un mondo pesantemente programmato, asettico, quasi robotizzato, artificiale, dove paiono scomparsi del tutto emozioni e sentimenti, i colori e la luce vera del sole; un mondo dove la donna, nonostante tutto, soccombe più che mai. Ed è questo il mondo verso il quale stiamo pericolosamente andando? Per fortuna c’è ancora la memoria che salva e per fortuna c’è ancora una donna, capace di riportare la triste, piatta, inconcepibile realtà in grembo ai sentimenti più profondi, che fanno dell’uomo un essere genuino, ancorato a degni valori; una donna capace di ricondurre il cammino nel cerchio delle sensazioni e delle emozioni primarie, che segnano l’essenza di un’anima ancora viva ed il suo percorso più consono.

    E la speranza non muore. Anche se ci si pongono dinanzi scelte decisive, responsabili, non più dilazionabili.

    Prosa moderna, di sostanza e di notevole problematicità esistenziale.

    Gian Gabriele Benedetti

     

  2. Commento by claudio grosset — 13 Novembre 2009 @ 20:52

    Interessante proiezione o speculazione futuristica di problematiche esistenziali. Genere Fantascienza? Riduttivo. No, meglio fanta-umanità o fanta-civiltà, per elogiarne la profondità di analisi e di ipotesi ‘credibili’ o incredibili.

    Quel   mondo, quel tempo a venire è immaginato privo dei conflitti odierni “…le guerre erano state abolite” e fors’anche di tutti quei pregiudizi razziali, religiosi etc. ragione dei conflitti medesimi. La razza Umana è l’unica sopravvissuta al venir meno della luce e calore del Sole, fonte di ‘vita’. Quindi l’intera umanità è unità nella improba lotta per la sopravvivenza? No, men che meno! Un conflitto si è mantenuto, anzi accentuato, all’interno della nostra specie, tra uomo e donna. Il processo odierno verso l’uguaglianza, si è addirittura capovolto a favore dell’uomo ‘maschio’ a danno della donna ‘femmina’, relegando quest’ultima ad un ruolo comprimario, superfluo anche alla riproduzione, affidata invece a “… una classe lavoratrice atta alla generazione artificiale”.

    Per fortuna o per ‘intelligenza’, c’è “lo scatolone” della nonna con tutte le sue cianfrusaglie, “un classico” che, con un “ritorno al passato”, fa riscoprire valori immutabili, un mondo “a misura d’uomo” (la bellezza della natura- scomparsa-, il mare), sensazioni e sentimenti perduti! Ed anche l’unicità dell’essere umano (uomo – donna) nella sua diversità e complementarietà, che la donna interpreta a pieno titolo con la maternità, vissuta anche dolorosamente, per legge di natura, sul proprio corpo,su se stessa! Ed a cui giustamente non intende rinunciare.

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