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LETTERATURA: Guido Morselli: “Uomini e amori” (1998)

17 Novembre 2007

di Alfio Squillaci

[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

La pubblicazione di questo romanzo, rimasto come tutti gli altri   – Dissipatio H.G., Il Comunista, Un dramma borghese, per citarne solo alcuni – allo stato di manoscritto, apre una questione dentro la “questione Morselli”. (Quella di un autore che in vita non ha visto pubblicata nessuna delle sue opere narrative).

Scritto tra il ’43 e il ’45 è infatti il primo romanzo intentato (e finito, perché di un’opera finita si tratta) dallo scrittore varesino. Forse la sua opera più ambiziosa. Non è infatti un “cartone preparatorio”, né tanto meno un’opera giovanile e velleitaria. È un’opera seria e conclusa,   un   gioiello che racchiude tutto il Morselli che conosciamo. La questione aggiuntiva è riassumibile pertanto nella domanda: perché attendere tanto nel trarre dal fondo del baule degli scritti di Morselli questo lavoro? Perché anteporgli la pubblicazione dei romanzi scritti nei ’60 e ’70? Si nasconde in ciò forse un giudizio di valore? O si temeva che sia la mole come la qualità della scrittura non offrissero occasioni di facile fruibilità? Ma Morselli non è scrittore facile comunque, e il suo successo si è giovato oltre che delle qualità intrinseche all’opera sua, anche   di un’addizionale e risarcitoria generosità – a fronte dell’inaudita sordità della nostra editoria   – di una piccola folla di lettori attenti.   I quali dopo un ventennale tendere la mano potrebbero in ultimo mostrare segni di stanchezza, e perdersi fatalmente   un’opera fra le più alte dei nostri anni ’40.

Morselli non è lo scrittore di un libro solo. E ciò non è necessariamente una lode. Diversi temi lo hanno tentato. Qui è di scena l’amore di due coppie, amiche tra loro. Da un lato Saverio e Nene, e il loro potrebbe dirsi un amore etico; dall’altro Vito e Lucia alle prese con una amore estetico. (1) Anche la partizione redazionale dell’opera è eseguita simmetricamente attorno ai due poli amorosi: un capitolo dedicato a ciascuno, i dispari al primo, i pari al secondo, fino alla fusione finale delle storie, quando entrambe le coppie scoppiano. Un amore coniugale con tutti i crismi della legalità e della rispettabilità quello focalizzato su Saverio Maggio, tipo pedante, riflessivo, esprit de géometrie (medico di origine svizzera); condotto in unione libera, en artiste, quello di Vito Cambria, tipo duttile, incostante (pittore e nobile romano con qualche traccia dannunziana addosso). Attorno alle due coppie si muove, in una partitura complessa e tutto sommato ben eseguita,   una folla di personaggi minori che agisce in una Milano ben “fotografata” – tra Cova e Ottagono, Giardini di Porta Venezia e Via Manin – le cui facciate , androni, cortili, giardini hanno «il fascino delle vecchie cose decorose, monotone e tranquille ». Epilogo nell’infuocata Calabria, durante l’ultima guerra alla quale vengono richiamati i nostri uomini.
Il libro,   come ogni libro, chiede una lettura “storica” e “filologica” ad un tempo. Le contestualizzazioni d’epoca reclamano di afferrare tutto il codice amoroso e sociale dell’Italietta degli anni ’40, di solo cinquant’anni fa dunque – ma in tema di morale sessuale più che decenni sono trascorsi evi -, che potrebbe sfuggirci quando non irritarci per via dei suoi rituali ormai archiviati da tempo. Come ci si amava e ci si corteggiava in quegli anni, prima della pillola, della liberazione sessuale e del divorzio?   Come non ricordare, ad esempio, che un’unione libera – quella di Vito e Lucia – era un amore non solo fuori dagli schemi, ma sommamente riprovevole, anche per una borghesia colta e libera quale quella milanese qui ritratta? Talché quando Nene, la donna regolarmente sposata, dichiara a Lucia che dopotutto «due creature sono unite dall’amore[…] e non mai dal solo matrimonio », imprime giustamente alle parole tutto il tono fiero ed eversivo che avevano allora e che oggi potremmo non intendere appieno. E che dire poi di una moglie, Nene, che sollecita esplicitamente all’amplesso il marito «con così viva insistenza da lasciargli la più penosa impressione » tanto che   lo sbalordito coniuge   medita «di indurla a dominarsi, anche per il rispetto che doveva a sé stessa; lui non poteva acconsentire che nella sua sposa prevalessero gli istinti inferiori ». Di contro ad un perbenismo così filisteo ed asfittico – che era nei tempi più che nella penna di Morselli – ecco l’amore forsennatamente e platealmente “libero” di Vito e Lucia che si prendono in cima ad un campanile, in un bosco, a casa, mentre lei riassetta con addosso solo un erotico grembiulino.

La lettura filologica ci dovrebbe invece aiutare a ricostruire tutto il “discorso”, la parte elocutiva di Morselli, dove giri di frase, costruzioni sintattiche, vocaboli,   usciti d’uso, restituiscono tuttavia il prestigio regressivo di una prosa dall’italiano certo “grave”, ma rigoroso, preciso, e nonostante le frequenti introiezioni meditative, altamente fluido e narrativo. Sì, l’elemento meditativo si stacca volentieri dal flusso della narrazione e dell’azione (che pur ci sono) per assurgere a sentenza pensosa e impersonale. Questo è il tratto anti o metanarrativo sempre incombente in Morselli, la sua urgenza “filosofica”, il suo codice personale di uomo e di scrittore. (E sotto questo profilo egli è scrittore di un libro solo). È vero che tutto ciò si estende dalla voce narrante ai personaggi, i quali non sembrerebbero a tutta prima reggere l’urto di tale filosofia, sicché anche il dialogato, in un romanzo di scelta statica e meditativa come questo, è luogo di approfondimento e di analisi delle anime, più che un rapido scambio che preluda o chiarisca l’azione. Ma ciò, seppure ad un livello più alto, non accade anche nei romanzi di Musil e Proust? (2) Morselli ha tentato proprio questo, ahilui, un romanzo di tono europeo, alto, rarefatto e spirituale, che ha per oggetto di rappresentazione una borghesia colta intenta a conversare brillantemente su temi quali la Riforma, la psicologia junghiana, la pittura astratta, la musica. Una Bildungsbürgertum («un misto di anima e di prezzo del carbone », la definiva Musil), che forse non è mai esistita in Italia, se non per un attimo e a Milano appunto, e che doveva essere il pubblico naturale di   Morselli. Il mancato incontro con questo pubblico è stato un bene per lui perché ha preservato intatta l’opera sua, non condizionandola da nulla, neanche da un eventuale e sperato successo; sicuramente un male perché la mancata eco ad una voce ha impedito che quest’ultima si modulasse non soltanto secondo l’emissione ma anche secondo i “ritorni”. Sta tutta qui   la dolorosa “questione   Morselli“.

 (1) La contrapposizione tra amore etico e amore estetico, tra matrimonio e amour-passion è antica almeno quanto l’ Occidente. Un richiamo a Kierkegaard è d’obbligo, perché il filosofo danese ha fissato in maniera esemplare i due amori in contrasto nelle figure-schermo di Don Giovanni e dell’Assessore Guglielmo, ma in effetti è a Denis De Rougemont e al suo capolavoro L ‘amour et l’ Occident, 1939, (trad. it. Milano 1977) che il lettore curioso dovrà riferirsi per trovare una trattazione colta, brillante e ancora viva del tema. Se Morselli si limita a rappresentare senza optare fra i due aut aut, De   Rougemont invece propende decisamente per l’amore etico, per il matrimonio. Per esso trova parole che ancora incantano: «Una vita che mi è alleata per tutta la vita: ecco il miracolo   del matrimonio », «Essere innamorati non significa necessariamente amare. Essere innamorati è uno stato: amare è un atto. Si subisce uno stato, ma si decide un atto » (corsivi dell’A.).
(2) Il richiamo a Proust non è peregrino. Degli unici due libri pubblicati in vita da Morselli (a proprie spese),   uno era Proust o del sentimento (Garzanti, Milano, 1943). Circola nella pagine del nostro romanzo un’emulazione implicita dello scrittore parigino. È indubbio che Morselli tenta di fare   con la borghesia milanese – che d’accordo non è il mondo parigino – il ritratto di una upper class come non si è mai fatto in Italia (per colpa ahimè dell’assenza della materia prima, la classe borghese appunto). Per cui in   questo romanzo, in parallelo con alcune pagine proustiane – penso alle prime cinquanta pagine de All’ombra delle fanciulle in fiore – si alternano conversazioni sui titoli di borsa, sui libri, sulle rappresentazioni teatrali, su tutto ciò che costituisce l’anima di una classe ricca, e per la cui sussunzione in letteratura, in Italia, bisognerà attendere la penna di Moravia (che peraltro di questa classe ci ha dato anche i resoconti dalla camera da letto).


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Bart