di Marisa Cecchetti
(dal “Corriere Nazionale”)
Pubblicato postumo dagli eredi, (l’autore è morto nel 2005) “La Ninfa incostante”, di Guillermo Cabrera Infante, tradotto da Gordiano Lupi (ed. Minimum Fax), è una lettura trascinante per la capacità di uso della parola, dove gioco e realtà, spazio e tempo, si intrecciano fino a non distinguersi, e dove il pensiero indaga sul valore e la soggettività del ricordo. «È nel passato che vediamo il tempo come fosse lo spazio. Tutto diventa distante, e a causa di questa distanza il passato diventa un’immensa prateria vertiginosa ». Siamo all’Avana, 1957, è una sera di giugno, quando lui, adulto maritato, giornalista, incontra lei, sedicenne, Stella Morris, un’apparizione di miele biondo dal passato tragico e dal presente burrascoso. Vinte subito le riserve morali davanti alla novella Lolita, i due vivono la loro storia tra camere in affitto e alberghi. Casa è L’Avana, dove il lettore diventa turista, col richiamo costante del Malecòn e dell’Oceano:
«L’Avana era la mia isola incantata della quale ero al tempo stesso esploratore e guida ». Non oggetto di passione né di amore è Estelita per lui, ma ossessione che trascina ad atti impensati. Due mondi contrapposti, dove la cultura di lui, che parla per citazioni, che dialoga e gioca con letteratura, cinema, musica, per lei è inaccessibile. Ma anche Stella è oscura, insondabile nei sentimenti, fuori da ogni morale, ritratto di indifferenza e noia, senza un sorriso, quasi immagine di un personaggio da rappresentare:
«Sembrava una bambina perduta nella città. Ma non era una bambina. Anche se era perduta… Pareva un mare di pietra ». Il gioco linguistico crea situazioni beckettiane, i personaggi di contorno, dagli amici ai tassisti onnipresenti, appaiono surreali.