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LETTERATURA: I bambini morti nelle valigie

19 Ottobre 2012

Ho conosciuto l’8 ottobre scorso lo scrittore lucchese Giovanni Mariotti, l’autore di “Storia di Matilde”, il celebre romanzo scritto con una sola frase ininterrotta (recentemente Umberto Eco lo ha proposto ai suoi allievi per un esercizio di punteggiatura). Mariotti, che vive a Milano, con il suo ultimo romanzo “Il bene che viene dai morti” ha vinto il premio Bagutta di quest’anno. Ha trovato “Parliamone” interessante e mi ha promesso la sua collaborazione, cominciando con questo articolo. La rivista lo ringrazia a nome di tutti i lettori.(bdm)

I bambini morti nelle valigie
di Giovanni Mariotti

Nell’estate 1943 una pioggia di oltre un milione di tonnellate di bombe cadde dal cielo nel cuore dell’Europa e rase al suolo alcune città tedesche. Gli abitanti fuggivano, in cerca di qualche distretto rurale che la distruzione avrebbe (si sperava) risparmiato. Erano viaggi imprevedibili, su lenti e sconquassati convogli. La gente in attesa nelle stazioni non sapeva quando si sarebbe mossa e tanto meno quando e dove si sarebbe fermata. Ma, se un treno veniva annunciato in partenza da un certo marciapiede, ecco la calca intasare sottopassaggi, attraversare binari, assaltare carrozze.

Su questo sfondo si colloca la storia terribile e straziante dei bambini morti nelle valigie.
Il 20 agosto 1943, un testimone, lo scrittore Friedrich Reck, registrò nel suo diario l’assalto a un treno di un certo numero di sfollati, in una stazione dell’Alta Baviera. In mezzo a quel parapiglia, una valigia di cartone cadde sul marciapiede, si ruppe e ne uscì fuori il contenuto: “giocattoli, un nécessaire per il cucito, biancheria bruciacchiata. Per finire, il cadavere di un bambino carbonizzato, ridotto  a una mummia, che una donna ormai al limite della follia si trascinava appresso come vestigio di un passato solo pochi giorni prima ancora intatto”.

La scena, con quella valigia che si spalanca di colpo e il piccolo cadavere che schizza fuori e rotola sul marciapiede, è tra le più raccapriccianti che si possano immaginare; ma le parole di Reck suonano timide e inadeguate, come se, a chi le ha scritte, servissero per ripararsi dall’orrore.

A citare la testimonianza di Reck è W. G. Sebald nel volume Storia naturale della distruzione (Adelphi 2004). Si intuisce che, leggendo Reck, la prima reazione di Sebald (nato nel 1944, e dunque privo di un’esperienza diretta dell’epoca e delle cose) è stata di incredulità. Poi Sebald un po’ si corregge: “Difficile immaginare che Reck abbia potuto inventarsi un caso così macabro”.

Il tema riaffiora a qualche capitolo di distanza, questa volta sulla base di una testimonianza, non scritta, ma orale, raccolta dallo stesso Sebald in Inghilterra, a Sheffield, dalla bocca di un tedesca emigrata: ex ostetrica, dotata “di uno spiccato senso della realtà”; pochissimo incline, assicura Sebald, “alle infiorettature della fantasia”. Questa la sostanza del racconto della ex ostetrica: quando aveva sedici anni, all’indomani della pioggia di fuoco su Amburgo, si era trovata nella stazione di Stralsund (dove prestava servizio come volontaria) “proprio nel momento in cui stava arrivando un convoglio straordinario carico di sfollati, per la maggior parte ancora completamente sotto shock, incapaci di raccontare alcunché, o in preda a singhiozzi o a grida disperate. E parecchie fra le donne giunte da Amburgo con quel treno… portavano con sé nel bagaglio i loro bambini morti perché soffocati dal fumo, o per altre cause ancora, durante l’attacco aereo.”

La testimonianza di Reck parlava di un caso isolato; quella dell’ostetrica, di “parecchi” casi su un solo convoglio.
Sebald dà per buone entrambe le testimonianze; tuttavia le riferisce in modo cauto, come se temesse, insistendo su quel fenomeno strano e raccapricciante, di esporsi all’accusa di sensazionalismo.   I bambini morti nelle valigie potevano essere veri, ma lasciavano sospettare la leggenda metropolitana e il Grand Guignol. “Si è in qualche modo indotti a dubitare della loro autenticità”, scrive Sebald “o, comunque, del senno delle madri”: giacché “molti profughi che, dopo gli attacchi su Amburgo, si erano spinti in cerca di un rifugio sin nelle zone più remote del Reich, erano caduti in uno stato di demenza” (già a Reck la donna con la valigia nella stazione dell’Alta Baviera era apparsa “al limite della follia”).

Certo, la prima impressione, davanti al caso dei bambini morti nelle valigie, è quella di trovarsi davanti a qualcosa di assurdo, di sinistro, d’incomprensibile. Se tuttavia ci riflettiamo un po’ e teniamo conto delle circostanze, il comportamento di quelle donne ci apparirà sensato, logico, in certo modo normale. I bombardieri stavano distruggendo Amburgo strada dopo strada: a tappeto, come da allora si disse. Occorreva fuggire il più rapidamente possibile. Ma se, durante la fuga, in mezzo alle esplosioni, alle travi fiammeggianti che cadevano roteando dagli edifici, un bambino moriva, che cosa poteva fare la madre? Gettarlo tra le macerie? O in un bidone della spazzatura?

No, naturalmente. Il suo terrore, la sua follia non giungevano a quel punto. L’avrà riposto nella valigia, già pesante, che si trascinava dietro. Con l’idea di dargli una sepoltura, prima o poi. Da qualche parte. In un cimitero di campagna. Sotto un albero. Ma per il momento la cosa più urgente era trovare un treno in partenza, posto che treni partissero ancora. Avranno, quelle donne, attraversato centinaia di chilometri di Europa, difendendo le loro piccole arche. Si sa quanto fossero disagevoli i viaggi nei convogli sovraffollati del tempo di guerra, e non è difficile immaginare sino a che punto una valigia potesse essere strizzata e strapazzata; né le invocazioni delle madri, che avranno implorato un po’ di delicatezza. Ci saranno state soste incomprensibili, città che bruciavano, angoli intatti di campagna, e la valigia avrà volteggiato sulle teste dei passeggeri, per essere sistemata a forza su qualche reticella o mensola già ingombre.

Durante il primo conflitto mondiale Rudyard Kipling registrò in una poesia famosa, Una leggenda vera,   il disagio che suscitano in noi gli orrori della guerra. Da un lato esiste un impulso, per così dire, negazionista. Pensiamo: “Questo non può essere vero”. Poi, di fronte al moltiplicarsi delle testimonianze, ci arrendiamo. Pensiamo: “Questo è solo una parte insignificante di quanto è successo”.

Come ha scritto Ottavio Fatica commentando la poesia di Kipling, “l’uomo è capace soltanto di una data quantità di terrore e, se necessario, si respingono informazioni esatte in quanto troppo terrificanti”.

È quel che accadde a Sebald quando gli accadde di sfiorare la piega rimossa della storia d’Europa in cui si annidava l’immagine insostenibile dei bambini morti nelle valigie.


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1 commento

  1. Commento by mariapia frigerio — 25 Ottobre 2012 @ 11:29

    caro Mariotti, grazie di questo articolo che ci pone di fronte alle nostre vite attraversate, in vari modi, dalla follia. L’ho appena letta anche nella postfazione alla nuova edizione del libro “Il supplente” di Fabrizio Puccinelli che già lessi per i caratteri di FMR. Così come ho   letto “Gabbie”, “La storia di Matilde” e, con passione, quello che scriveva per il Corriere.

    Credo che i nostri luoghi si siano “invertiti”. Lei da Lucca   è andato a vivere a Milano. Io da Milano (dopo una lunga parentesi torinese) sono approdata a Lucca.

    Sul sito di Bartolomeo c’è un mio racconto ambientato a Pedona. Sarei felice se lei lo leggesse (“A una stella”).

    Grazie ancora per la compagnia che sa farmi quando scrive

    Mariapia Frigerio

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