di Mario Camaiani  
   
La strana, misteriosa vicenda si svolge nel primo periodo degli anni trenta: Aristide è un bimbo di tre anni e mezzo, vispo, sano e felice, convivente con i propri genitori ed i nonni materni che lo colmano di ogni attenzione e di ogni bene.    
La famiglia abita al quarto piano di un casamento posto lungo la via principale della città, chiamata popolarmente “Via Grande”.    
Aristide, dalle finestre sul davanti della casa, spesso osserva il brulichìo dei passanti nella strada sottostante, il via vai dei clienti dei negozi, dei bar, il passare dei mezzi pubblici e soprattutto ammira le navi che arrivano e ripartono dal vicino porto mediceo di cui dalle finestre ne può osservare uno scorcio; tutte cose che anche le può vedere da vicino quando esce con i propri cari.    
Sul retro della casa c’è un lungo terrazzo che percorre tutta l’abitazione dall’ingresso, alle camere, al solotto, fino alla cucina e funge da corridoio esterno, dato che all’interno le varie stanze sono tutte di passaggio da una all’altra; mentre da questo terrazzo si può accedere ad ognuna di esse.    
Il nostro bambino spesso giocava su  detto terrazzo ed un giorno notò dalla parte opposta, sul retro di un fabbricato situato lungo una via parallela alla suddetta Via Grande, ad un piano inferiore al prorpio, ad una finestra, un altro bimbo che all’incirca poteva avere qualche mese meno di età, il quale gli rivolgeva segni di saluto.    
Allora Aristide corrispose a questi gesti e fra i due bimbi nacque un’amicizia fatta di intesa a distanza: si mostravano i propri giocattoli, le proprie cose, si scambiavano qualche parola, a voce  alta; ed anche i loro familiari partecipavano talvolta anch’essi, salutandosi a vicenda, tacitamente contenti di questa relazione fra i loro bimbi.    
Per qualche tempo la cosa andò avanti così finchè un giorno il bimbo della finestra non si fece più vedere: era gravemente ammalato e Aristide stava spesso per lunghi minuti sul terrazzo ad osservare la finestra, sperando di vedere comparire il suo amichetto, ma invano.      
Qualche giorno dopo Aristide transitando in salotto, mandò un lungo terribile grido: sul soffitto, in un angolo vide un lettino, rivolto verso il basso, con sopra sdraiato il bimbo della finestra, immobile… e Aristide urlava: “Il bimbo è morto… è morto!”.    
Subito i suoi cari corsero verso di lui, cercando di calmarlo, ma non si rendevano conto di come il loro bambino potesse sapere che l’altro bimbo era effettivamente morto. Poi, e per giorni e giorni, cercavano di convincerlo che su quel soffitto non c’era nulla, ma Aristide a più riprese, guardando in sù, vedeva benissimo il letto con l’altro bimbo sopra; cosicchè per andare da una stanza all’altra, per non passare dal salotto, era costretto a transitare dal terrazzo.    
E da qui cominciò la trafila dei medici, da quello di famiglia ad altri specialisti: chi consigliava una cura, chi un’altra, chi consigliò di portare il bimbo da un’altra parte per qualche giorno, cosa che fu fatta, ma inutilmente. Anche parenti, conoscenti, suggerivano cosa fare: qualcuno disse che il bambino andava portato dai “greci”, a benedirlo (alla chiesa greco-ortodossa)…    
Ma il tempo trascorreva e la cosa non si risolveva creando un disagio permanente per tutta la famiglia, con possibili gravi ripercussioni psicologiche per il bambino.    
Aristide, pur così piccolo, si rese conto del grosso problema da lui involontariamnete creato ai suoi cari e allora un giorno, mentre la nonna era alla macchina per cucire (era sarta) e gli altri erano fuori casa, da solo entrò piano piano nel salotto guardando con coraggio verso l’alto, sperando di non vedere più nulla… ma no: il lettino era ancora lì, ne vide l’inizio del bordo e si ritrasse andando dalla nonna piangendo.    
La quale nonna, Iole, era molto religiosa, aveva insegnato al suo nipotino le preghiere principali e per questo triste frangente molto pregava affinchè il caso si risolvesse nel migliore dei modi.Ma niente cambiava ed allora viene deciso di trasferirsi in un’ altra abitazione; ma era un’operazione piena di incognite: e se Aristide nella nuova casa potesse ancora essere peseguitato dalla terribile visione?     Ma mentre i familiari del bimbo stavano decidendo in quale altra casa andare ad abitare, fra gli appartamenti disponibili, una notte il nostro bimbo sognò distintamente di trovarsi in una chiesa davanti ad un altare sul quale era posto un quadro raffigurante la Madonna di Montenero, la quale parlò con tenerezza ad Aristide dicendogli che stesse tranquillo perchè il bimbo sul soffitto non c’era più!!!    
Al risveglio il nostro bambino chiamò forte la nonna che corse subito nella cameretta e figuriamoci come rimase felicemente stupìta per quello che il nipotino le disse. Il quale volle subito andare in salotto senza aspettare che gli altri familiari tornassero a casa; anzi, precedendo la nonna entrò senza esitazioni in salotto e guardando verso il soffitto esclamò: “Visto, nonna, il lettino col bimbo morto non c’è più, come la Madonna mi ha detto!”    
Dopo questi fatti il bimbo tornò ad essere vispo e felice come prima e di conseguenza anche i genitori ed i nonni, usciti dal terribile incubo, ripresero la consueta vita normale.      
Da allora sono trascorsi tanti e tanti anni, ma Aristide ora molto in là  con l’età, non solo ricorda perfettamente tutta questa vicenda; ma altresì gli è sempre rimasta immutata la sua grande riconoscenza e devozione alla Madonna che lo salvò da quella tremenda situazione.

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Commenti

2 risposte a “I due bimbi”

  1. Avatar Mario Camaiani
    Mario Camaiani

    Come di consueto, l’amico Gian Gabriele Benedetti mi ha inviato per questo mio racconto un suo commento, profondamente analitico e dotto:

    Commento:
    “La delicata amicizia tra due bimbi, quasi idealizzata in un non-contatto, ma fatta di sguardi, di intese e di manifestazioni rivolte a vedere riflesse le proprie piccole personalità, si traduce nella tragedia della morte ed in un incubo pressoché insostenibile. Solo la fede più forte, la profonda preghiera e la mano salvifica della Madre di Gesù giungono a riportare la necessaria serenità.
    Con tratti accorati ed emozionali, echeggiano, nel racconto, una testimonianza della nudità del dolore e la sofferta partecipazione, quasi come fosse l’autore stesso a vivere la vicenda.
    La parola appare educata alla situazione narrata e irretisce l’animo. La sostanziale capacità evocativa sostiene la potenzialità non semplice del tormento ed evidenzia felicemente l’aprirsi del sigillo autentico verso la liberazione miracolosa. E si alimentano, per davvero, immensa, sentita fiducia ed incondizionata dedizione nei confronti della Madre Celeste.”
    Gian Gabriele Benedetti.

    Grazie di cuore, Gian Gabriele.
    Fraternarmente,
    Mario.