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LETTERATURA: I giardini di Kensington

25 Dicembre 2008

di Mariapia Frigerio

Perché?
¬† ” Non mi hai ancora detto perch√©.”
¬† ” Perch√© di cosa?”
¬† ” Perch√© hai deciso questo.”
” Non capisco: sii pi√Ļ esplicito.”
¬† ” Perch√© hai deciso questo con me.”
¬† ” E tu perch√©?”
¬† ” Non si risponde a una domanda con una domanda…”
¬† ” Lo so. Ma ¬† il discorso √® ora troppo lungo. Forse al ritorno…” ¬†

¬† Quando nuovamente sal√¨ in macchina non seppe, per√≤, dirgli altro se non che stava bene con lui, che, da un po’ di tempo a quella parte, viveva le vicende della sua propria vita, non tanto per viverle, quanto, forse, per raccontarle a lui.
  Non lo vide, in verità, molto soddisfatto della spiegazione al suo perché.
¬† ” E tu perch√©?” – chiese lei.
¬† ” Perch√© ti trovavo interessante, diversa.”
¬† Continuarono il tragitto in auto, nella neve, dimenticando la domanda e guardando, insieme, certi paesi dall’alto (anche quello del loro lavoro) che lei stentava ora, per la distanza e l’altitudine, a riconoscere. ¬†

  Come era stato stabilito, lei partì.
Sarebbe stata lontana diversi giorni.
In quei giorni lei non fece altro che interrogarsi: perché?
Non riusciva a trovare un solo motivo valido, non una dote particolare.
¬† Le venne alla mente il titolo del libro di Musil, ” L’uomo senza qualit√†”, ma, si chiese, glielo avrebbe mai potuto dire?
  E non era tanto dirlo a lui, quanto spiegarlo a se stessa.
  Eppure Рstranamente Рquando era con lui era serena.
  La riempiva di gioia il solo ricordare (quando era per lei quasi sconosciuto) di averlo sempre visto passare, con passo veloce, nelle strette vie della città, nel beige del suo impermeabile sgualcito: un timido saluto, un sorriso e via.
¬† Poi, dopo che per lavoro avevano iniziato a frequentarsi, le dava gioia essere di fianco a lui sulla sua auto, un’utilitaria che lui guidava con sicurezza, in modo quasi spericolato.
¬† ” Hai paura?” – le aveva chiesto lui una volta, mentre con la piccola auto -motore tirato al massimo- aveva superato un camion di grosse dimensioni.
¬† ” Per niente, sono incosciente.” ¬† – aveva risposto lei.
  E davvero lei stava ora diventando pericolosamente incosciente.
¬† Lui, dall’inizio del loro lavoro comune all’ufficio postale, faceva di tutto per stare il pi√Ļ possibile con lei e, nel paese dove si recavano insieme a intervalli regolari, ma diluiti nel tempo, ogni occasione era buona per trascinarla da qualche parte.
  E lei Рtranquilla come non mai Рseguiva ovunque lui, che sempre -anche se il tempo a loro disposizione era breve Рriusciva a trovare una vecchia villa, una chiesina sperduta, un chiostro nascosto da vedere con lei.
¬† A volte se lo trovava perfino fuori dalla porta della stanza dove lavorava immersa in una miriade di carte: “Potremmo andare, prima della riunione col direttore, a fare foto verso ****.”
¬† O, se frettolosa scendeva le scale per una breve pausa, ecco lui l√¨ ad aspettarla. “Che ne dici di un caff√®?”
  Lei non diceva mai di no a lui.
  E rapida (lei che non lo era mai stata) e senza pensare (lei che ragionava su tutto) lo seguiva sempre.
¬† Nel paese del loro lavoro comune, lui era la guida e, poich√© in quel luogo aveva trascorso buona parte della sua infanzia, sapeva indicarle ogni pi√Ļ piccola rarit√† e si muoveva sicuro.
  Ma nelle soste di fronte ai panorami o nei tragitti in auto, la guida era lei e, per la prima volta nella sua vita, gioiva di questo ruolo, perché vedeva lui Рche pure era suo coetaneo Рseguire ciò che diceva lei stupito come un bambino.
¬† E lo sentiva, in effetti, quasi un bambino e glielo diceva: “Ti vedo cos√¨ giovane e io mi sento cos√¨ vecchia!”
¬† ” Tu sei pazza!” – le rispondeva lui.
¬† Ma il fatto di vederlo giovane era determinante per lei: avere accanto un uomo che conservasse l’incanto del bambino.
¬† Cos√¨ lei si divertiva, mentre lavorava, a guardare, dalla grande finestra, lui, gi√Ļ nel piazzale, che andava, veniva, saliva in macchina, partiva, tornava, levava la neve dalla suola delle scarpe.
  E lei, mentre lavorava, si distraeva a guardare questo folletto sempre indaffarato in cose di cui lei non riusciva a capire lo scopo, questo suo Peter Pan.    

¬† Un impiegato delle Poste. Due modesti pendolari, impiegati alle Poste… Eppure lei scopriva ora di essere felice con lui come se insieme abitassero i giardini di Kensington, quando il lavoro li portava lontani dalla loro citt√†, nell’antico borgo sopra il colle.
¬† Lontana dalla realt√† quotidiana, dal dolore, che se pur celato, riaffiorava ¬† sul suo corpo e sul suo volto, lei viveva, nell’antico borgo sopra il colle, un’altra vita con ” L’uomo senza qualit√† “, con il suo Peter Pan. ¬†
¬† E si chiedeva se, al di l√† delle apparenti non qualit√†, lui non ne nascondesse di pi√Ļ profonde e di pi√Ļ vere che lei non aveva finora trovato in altri e che, era certa, anche se difficili da decifrare, un giorno avrebbe avute di fronte a s√© nitide e chiare.
  Quel giorno lei avrebbe risposto al suo perché.


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2 Comments

  1. Commento by alex — 25 Dicembre 2008 @ 22:50

    Un racconto in cerca dei suoi confini; inizia, infatti, con una domanda e finisce con la speranza di una risposta.
    E’ una storia clandestina tra due pendolari le cui ‚Äėqualit√†’ non saltano agli occhi, tuttavia, in mezzo a questa indefinitezza esistenziale, qualcosa accade: un rapporto che trova in s√© conforto e calore.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 26 Dicembre 2008 @ 23:16

    Un rapporto apparentemente semplice, vissuto sulle piccole cose, su momenti quotidiani, su esperienze anche comuni a molti di noi, si tramuta in un’esperienza interiore viva ed in abbandoni a volte quasi pronunciati ad alta voce, spesso racchiusi in un battito che si accompagna al limpido paesaggio umano. Vibrazioni delicate e sentite sono poste a sigillo di immagini agili sia esteriori che ricche di significato introspettivo
    Gian Gabriele Benedetti

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