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LETTERATURA: I MAESTRI: Dialogo di primavera

20 Aprile 2017

di Tommaso Landolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, 5 settembre 1970.]
(√ą la data del mio matrimonio. bdm)

Nella nostra vita era so ¬≠pravvenuto un tempo d’at ¬≠tesa.

– Ma tu in sostanza che cosa aspetti? √Ę‚ÄĒ mi chiese lei.

– La primavera, √Ę‚ÄĒ ri ¬≠sposi .

РQuesto, però è solo un modo di dire: e quando sia giunta?

РGuarderò la fioritura delle rose, lì contro il muro del cortile: saranno migliaia forse, e non avranno pazien ­za, e sarà bellissimo.

– Pazienza?

– Eh s√¨, non si daranno l’un l’altra quartiere: ciascu ¬≠na fiorir√† quando le piace, senza darsi pensiero delle al ¬≠tre. Vi sono giorni di mag ¬≠gio che quasi ogni minuto se n’apre una.

– E poi?

– E poi sfioriscono, si ca ¬≠pisce; ma intanto√Ę‚ā¨¬¶

– No, voglio dire: e dopo aver guardato le rose?

– C’√® anche il glicine bianco, una vera medusa.

РOh, si può sapere di dove cavi queste immagini?

– Certo, una medusa: fio ¬≠risce a ombrello, e coi suoi grappoli e le sue trine com ¬≠pone appunto come il diafa ¬≠no corpo d’una di quelle crea ¬≠ture marine.

– E poi?

РI fiori delle casce: tan ­to profumati, che bisogna te ­ner chiusi gli usci sulla corte, altrimenti si rimane storditi e si prende il mal di capo.

– E poi?

– La brulicante, la prepo ¬≠tente, l’accesa acetosella, che invade tutte le aiuole.

– E poi?

– Ah basta. A sera, se ¬≠guir√≤ con lo sguardo i fu ¬≠riosi voli dei rondoni…

РE così, insomma, non vuoi prender coscienza della mia domanda. Chiedo, e non son disposta a lasciarmi pro ­testare o contestare, chiedo: e quando avrai fatto, quando avrai guardato tutto ciò?

– E la mia risposta √®: ¬ę Va’ al diavolo, donna cru ¬≠dele ¬Ľ… Ossia, dovrebbe es ¬≠sere; e invece umilmente ti chiedo a mia volta cosa do ¬≠vremmo fare.

*

Le sue incerte repliche non contano. Ma, venuta che fu la primavera, lei tornò alla carica:

– Questi fiori son troppo caduchi. Guarda il lill√†: ancora ieri, che pompa; e guardalo adesso: il terreno al suo piede √® tutto cosparso delle stelline piovute dai rami. E i rondoni stessi partiranno. Dovremmo, ecco, appigliarci a qualcosa di pi√Ļ stabile, di pi√Ļ sicuro.

– E si d√†, qualcosa di pi√Ļ stabile?

– Il nostro amore.

РAd esso siamo già sal ­damente appigliati.

РEh no caro, non mi ca ­pisci. Ci sono molti modi per uccidere un amore: uno quello di annegarlo nel nir ­vana.

– Mi diventi ardua.

– Eppure √® semplice: l’a ¬≠more non pu√≤ vivere di sole mollezze e di beato abbando ¬≠no, n√© tollera che gli sia dato pieno ed incontrastato corso. A codesta maniera si sfibra.

– Sta bene, posso all’incirca intenderti: l’amore, in parole povere, deve essere continuamente minacciato.

РSì sì, come la fede.

– E sia. Ma, in pratica, dove vuoi arrivare?

– ¬ęIn pratica ¬Ľ: che espressione da bempensante, da notaio, da dirigente sindacale.

– D’accordo. E sicch√©, in pratica?

РNoi dobbiamo almeno almeno leticare; non permet ­tere al nostro amore di lan ­guire in ozi capuani.

– Come sei brava.

– Come sei grullo… Hai capito s√¨ o no?

– Per capito s√¨. Ma in qual modo o con qual pre ¬≠testo leticare se, giustappunto, non c’√® motivo?

РQui, magari; ma pro ­viamo ad andare nel mondo, e vedrai se il motivo salta fuori.

– Nel mondo! Ah no, questo sarebbe troppo: sa ¬≠rebbe come, contro una le ¬≠pre che ci mordicchiasse qual ¬≠che cavolo, chiamare un cac ¬≠ciatore… che ci devasterebbe l’intero campo.

РDunque ammetti, se non altro, che la tua cavolaia va ­da soggetta a mordicchiamenti?

– Ma no, non confondiamo le immagini.

– S√¨, invece. Di’, lo sai che l’ultima volta che siamo stati in citt√†, il tuo diletto amico mi faceva una cor ¬≠te sfacciata?

РVia, via, con codesti mezzi non uscirai a farmi arrabbiare né a leticare con me: so quanto tu sia seria.

– Io? Io, figurati, sono un mare, sono un universo di pensieri impuri.

– Anche le sante lo erano.

РSono una traditrice co ­stituzionale.

РSì sì, angelo mio: salvo che ti comporti incostituzionalmente, come taluno dei no ­stri uomini pubblici.

– Oh, ma allora?… Ve ¬≠diamo un po’: se provassi a parlar male di Dante?

– E’ facile farlo.

РAh sì? Ebbene, cosa avresti da dire contro di lui?

– Scusa, ma sei tu che devi farmi arrabbiare.

РPosso sempre contrad ­dirti.

– E’ vero. Beh, una cosa sola ci sarebbe da obbiettare a Dante, ma capitale.

– Su, su, ora m’incuriosisci.

– Il fatto d’avere scritto la Divina Commedia.

РCioè il fatto medesimo dal quale ha tratto eterna fama e per cui va in ogni luogo celebrato?

РGià già: perché la scris ­se?

РPerché non poteva far ­ne a meno.

РTu dici? O, se mai, proprio questo sarebbe il suo torto: perché non poté farne a meno?

– Cos’√®, il giochino del perch√©? Insomma, quella ro ¬≠ba gli urgeva, gli bruciava dentro e reclamava espres ¬≠sione.

– Ah, ma allora andiamo per le fratte? o anche tu ti figuri che si possa scrivere qualcosa unicamente per se stessi? In tal caso, di scrivere non c’√® neppur bisogno: si ha tutto l√¨… qui, e tanto basta.

– Come se codesto aver tutto nel cuore fosse gi√† espressione. L’espressione, al contrario, dev’essere un che di ben articolato.

– L’espressione; e chi ha parlato di espressione?

– lo.

– Io no. Dell’espressione ne facciam senza, disse il poe ¬≠ta: √® forse obbligatoria, √® for ¬≠se tassativa, l’espressione? Dante avrebbe potuto e do ¬≠vuto farne senza. E nota tra parentesi che qui si tratta di un lungo poema, tale da ri ¬≠durre ¬ę per pi√Ļ anni macro ¬Ľ il suo autore.

РBeh, lo avrà scritto per gli altri o in pari tempo per gli altri.

РMa nella sua alta men ­te doveva ben sapere che non sarebbe servito a nulla.

– Come come?

– Diamine; c’√® qualcosa di pi√Ļ inutile oggi, a quanto pa ¬≠re, della Divina Commedia? Un repertorio di modi auli ¬≠ci; ecco, cos√¨ oramai la giu ¬≠dicano i posteri cui il poeta intese le sue vigilie… Del re ¬≠sto, ti dir√≤, non me ne im ¬≠porta niente.

– Neppure di Dante!

РSe non proprio di Dan ­te, della questione.

– … Guardalo.

– Chi?

– Questo ragnetto che si d√† tanto da fare per ordire la sua tela tra questi due fili d’erba.

– Carino.

– Macch√© carino: √® brut ¬≠tissimo, sgraziato nei movi ¬≠menti, ha un’aria proterva, ed √® obeso. Ora lo ammazzo.

– Ma no, lascialo vivere: anche lui, poverino, si tra ¬≠vaglia per… Come tutti noi.

– Oh no!

– Cosa, no?

– In codesto tono me lo dici, in codesto tono appena appena conciliante intercedi per il ragno?

РE che dovrei fare, di ­fenderlo a prezzo di violenza?

РMa un tempo, ieri stes ­so, i sentimenti che ho testé simulati ti avrebbero fatto im ­bestialire: ammazzare una creatura perché è brutta!

РMa oggi è primavera. E poi ognuno ha il proprio de ­stino, sia esso di mano fem ­minile.

– Ah, non ne posso pi√Ļ. Sicch√© non ti si smuove in nessun modo? in nessun mo ¬≠do si riesce a provocare il tuo sdegno?

– Mi spiace. Prova ancora, se credi.

– No: fallita la prova del ragno obeso, non so che altro immaginare. E con ci√≤, come si diceva in principio, il no ¬≠stro amore dovr√† languire sfi ¬≠brato, e…

РZitta: non ci converrà piuttosto rassegnarci ad esse ­re felici?

– Ma √® la cosa che temi di pi√Ļ!

– Eh, per una volta…


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Bart