Dialogo di primavera

di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, 5 settembre 1970.]
(È la data del mio matrimonio. bdm)

Nella nostra vita era so ­pravvenuto un tempo d’at ­tesa.

– Ma tu in sostanza che cosa aspetti? â— mi chiese lei.

– La primavera, â— ri ­sposi .

– Questo, però è solo un modo di dire: e quando sia giunta?

– Guarderò la fioritura delle rose, lì contro il muro del cortile: saranno migliaia forse, e non avranno pazien ­za, e sarà bellissimo.

– Pazienza?

– Eh sì, non si daranno l’un l’altra quartiere: ciascu ­na fiorirà quando le piace, senza darsi pensiero delle al ­tre. Vi sono giorni di mag ­gio che quasi ogni minuto se n’apre una.

– E poi?

– E poi sfioriscono, si ca ­pisce; ma intanto…

– No, voglio dire: e dopo aver guardato le rose?

– C’è anche il glicine bianco, una vera medusa.

– Oh, si può sapere di dove cavi queste immagini?

– Certo, una medusa: fio ­risce a ombrello, e coi suoi grappoli e le sue trine com ­pone appunto come il diafa ­no corpo d’una di quelle crea ­ture marine.

– E poi?

– I fiori delle casce: tan ­to profumati, che bisogna te ­ner chiusi gli usci sulla corte, altrimenti si rimane storditi e si prende il mal di capo.

– E poi?

– La brulicante, la prepo ­tente, l’accesa acetosella, che invade tutte le aiuole.

– E poi?

– Ah basta. A sera, se ­guirò con lo sguardo i fu ­riosi voli dei rondoni…

– E così, insomma, non vuoi prender coscienza della mia domanda. Chiedo, e non son disposta a lasciarmi pro ­testare o contestare, chiedo: e quando avrai fatto, quando avrai guardato tutto ciò?

– E la mia risposta è: « Va’ al diavolo, donna cru ­dele »… Ossia, dovrebbe es ­sere; e invece umilmente ti chiedo a mia volta cosa do ­vremmo fare.

*

Le sue incerte repliche non contano. Ma, venuta che fu la primavera, lei tornò alla carica:

– Questi fiori son troppo caduchi. Guarda il lillà: ancora ieri, che pompa; e guardalo adesso: il terreno al suo piede è tutto cosparso delle stelline piovute dai rami. E i rondoni stessi partiranno. Dovremmo, ecco, appigliarci a qualcosa di più stabile, di più sicuro.

– E si dà, qualcosa di più stabile?

– Il nostro amore.

– Ad esso siamo già sal ­damente appigliati.

– Eh no caro, non mi ca ­pisci. Ci sono molti modi per uccidere un amore: uno quello di annegarlo nel nir ­vana.

– Mi diventi ardua.

– Eppure è semplice: l’a ­more non può vivere di sole mollezze e di beato abbando ­no, né tollera che gli sia dato pieno ed incontrastato corso. A codesta maniera si sfibra.

– Sta bene, posso all’incirca intenderti: l’amore, in parole povere, deve essere continuamente minacciato.

– Sì sì, come la fede.

– E sia. Ma, in pratica, dove vuoi arrivare?

– «In pratica »: che espressione da bempensante, da notaio, da dirigente sindacale.

– D’accordo. E sicché, in pratica?

– Noi dobbiamo almeno almeno leticare; non permet ­tere al nostro amore di lan ­guire in ozi capuani.

– Come sei brava.

– Come sei grullo… Hai capito sì o no?

– Per capito sì. Ma in qual modo o con qual pre ­testo leticare se, giustappunto, non c’è motivo?

– Qui, magari; ma pro ­viamo ad andare nel mondo, e vedrai se il motivo salta fuori.

– Nel mondo! Ah no, questo sarebbe troppo: sa ­rebbe come, contro una le ­pre che ci mordicchiasse qual ­che cavolo, chiamare un cac ­ciatore… che ci devasterebbe l’intero campo.

– Dunque ammetti, se non altro, che la tua cavolaia va ­da soggetta a mordicchiamenti?

– Ma no, non confondiamo le immagini.

– Sì, invece. Di’, lo sai che l’ultima volta che siamo stati in città, il tuo diletto amico mi faceva una cor ­te sfacciata?

– Via, via, con codesti mezzi non uscirai a farmi arrabbiare né a leticare con me: so quanto tu sia seria.

– Io? Io, figurati, sono un mare, sono un universo di pensieri impuri.

– Anche le sante lo erano.

– Sono una traditrice co ­stituzionale.

– Sì sì, angelo mio: salvo che ti comporti incostituzionalmente, come taluno dei no ­stri uomini pubblici.

– Oh, ma allora?… Ve ­diamo un po’: se provassi a parlar male di Dante?

– E’ facile farlo.

– Ah sì? Ebbene, cosa avresti da dire contro di lui?

– Scusa, ma sei tu che devi farmi arrabbiare.

– Posso sempre contrad ­dirti.

– E’ vero. Beh, una cosa sola ci sarebbe da obbiettare a Dante, ma capitale.

– Su, su, ora m’incuriosisci.

– Il fatto d’avere scritto la Divina Commedia.

– Cioè il fatto medesimo dal quale ha tratto eterna fama e per cui va in ogni luogo celebrato?

– Già già: perché la scris ­se?

– Perché non poteva far ­ne a meno.

– Tu dici? O, se mai, proprio questo sarebbe il suo torto: perché non poté farne a meno?

– Cos’è, il giochino del perché? Insomma, quella ro ­ba gli urgeva, gli bruciava dentro e reclamava espres ­sione.

– Ah, ma allora andiamo per le fratte? o anche tu ti figuri che si possa scrivere qualcosa unicamente per se stessi? In tal caso, di scrivere non c’è neppur bisogno: si ha tutto lì… qui, e tanto basta.

– Come se codesto aver tutto nel cuore fosse già espressione. L’espressione, al contrario, dev’essere un che di ben articolato.

– L’espressione; e chi ha parlato di espressione?

– lo.

– Io no. Dell’espressione ne facciam senza, disse il poe ­ta: è forse obbligatoria, è for ­se tassativa, l’espressione? Dante avrebbe potuto e do ­vuto farne senza. E nota tra parentesi che qui si tratta di un lungo poema, tale da ri ­durre « per più anni macro » il suo autore.

– Beh, lo avrà scritto per gli altri o in pari tempo per gli altri.

– Ma nella sua alta men ­te doveva ben sapere che non sarebbe servito a nulla.

– Come come?

– Diamine; c’è qualcosa di più inutile oggi, a quanto pa ­re, della Divina Commedia? Un repertorio di modi auli ­ci; ecco, così oramai la giu ­dicano i posteri cui il poeta intese le sue vigilie… Del re ­sto, ti dirò, non me ne im ­porta niente.

– Neppure di Dante!

– Se non proprio di Dan ­te, della questione.

– … Guardalo.

– Chi?

– Questo ragnetto che si dà tanto da fare per ordire la sua tela tra questi due fili d’erba.

– Carino.

– Macché carino: è brut ­tissimo, sgraziato nei movi ­menti, ha un’aria proterva, ed è obeso. Ora lo ammazzo.

– Ma no, lascialo vivere: anche lui, poverino, si tra ­vaglia per… Come tutti noi.

– Oh no!

– Cosa, no?

– In codesto tono me lo dici, in codesto tono appena appena conciliante intercedi per il ragno?

– E che dovrei fare, di ­fenderlo a prezzo di violenza?

– Ma un tempo, ieri stes ­so, i sentimenti che ho testé simulati ti avrebbero fatto im ­bestialire: ammazzare una creatura perché è brutta!

– Ma oggi è primavera. E poi ognuno ha il proprio de ­stino, sia esso di mano fem ­minile.

– Ah, non ne posso più. Sicché non ti si smuove in nessun modo? in nessun mo ­do si riesce a provocare il tuo sdegno?

– Mi spiace. Prova ancora, se credi.

– No: fallita la prova del ragno obeso, non so che altro immaginare. E con ciò, come si diceva in principio, il no ­stro amore dovrà languire sfi ­brato, e…

– Zitta: non ci converrà piuttosto rassegnarci ad esse ­re felici?

– Ma è la cosa che temi di più!

– Eh, per una volta…

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