di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, sabato 7 giugno 1969]
Il Balzac di Ernst R. Curtius, l’alsaziano che do po avere optato per la cul tura tedesca, ebbe a dedi carsi soprattutto alle lette rature romanze, aiuta ge nerazioni di lettori italiani il cui palato risente fin troppo di Flaubert a inten dere nella sua intierezza un romanziere disconosciu to, finché visse, dai fran cesi, e che semmai in pa tria e fuori fu prediletto dai poeti: da Victor Hu go, a Browning, a Hofmannsthal. (Balzac di Ernst R. Curtius, ed. Il Saggiatore, pp.351, L.2500, acura di Vincenzo Loriga).
Eppure anche Balzac co me Flaubert sostituì l’arte â— quella consistente nello scrivere romanzi â— alla vi ta, senza tuttavia nascon dersi in una villa sulle rive
della Senna e senza esaspe rare se stesso fino alla fol lia. Egli resta il provinciale di Tours diventato parigino. Alterna la solitudine fra tesca, necessaria al lavoro letterario, alla mondanità. Come poi Baudelaire, apprezza la modernità, che egli definisce contempora neità. Non meno di Sten dhal è immerso nel suo tempo, anzi se n’esalta in genuamente. La costruzione del porto di Cherbourg gli fa dire che al confronto le piramidi egiziane e le ar chitetture romane non sono un gran che. « Il nostro se colo è immenso » scrive a Ewelina Hanska, la sua con tessa polacca, che in segui to sposò. E il secolo per lui coincide conla Francia e conla Parigi, di cui preten de d’essere l’arbiter elegantiarum. E’ un avvenirista tentato di guardare indie tro, attratto dalle solide tradizioni. La sua non è una letteratura storiografica, co me si dice oggi; anzi, la sto ria è per lui un seguito di arcane espiazioni. Maria Antonietta espia le colpe del padre Francesco di Lo rena che aveva favorito la spartizione della Polonia.
Il passato, semmai, gli of fre elementi per la sua po lemica controla Franciadell’89. Da giovane si di chiarò per il trono e l’al tare, senza essere un ultra, giacché il dispotismo lo in dignava. Precisava però che occorre tenere a bada i po veri, dando modo, natural mente, alle intelligenze su periori d’aprirsi una stra da. Non andava più in là per stabilire come ciò avreb be potuto prodursi. Anzi, aggiungeva: occorre tenerli a bada per la tranquillità delle classi agiate. Nietzsche scrisse: « Balzac… profon do disprezzo per le masse ». E Taine, a cui si deve la consacrazione postuma del grande scrittore: «La sua politica fu un romanzo ». Una specie di de Gaulle insomma che al posto della grandeur metteva il fluido dell’energia nazionale.
L’energia di cui consta l’universo è la chiave del suo pensiero. San Luigi, Luigi XI, Richelieu, Napo leone rappresentano una stessa idea umana, incar nano le energie messe a di sposizione dalle circostanze. Danno al misterioso fluido concretezza col loro genio.
Paganini, ascoltato nel ’31, non l’impressiona per l’abi lità dei polpastrelli ma per il mistero ch’era in lui. L’e nergia suscita desideri che diventano passioni, però, ri petendo Diderot, Balzac di sprezza quelle meschine. Il desiderio si sublima nell’a more. Nonostante i robusti appetiti, vagheggia la don na angelicata, quasi stilno vistica, in cui si mescolano inoltre idee platoniche rina scimentali, fino a lasciare affiorare il mito della supe riorità dell’androgino.
Scambia Cagliostro per un filosofo. In certi mo menti, leggendo il saggio di Curtius, si è tentati d’escla mare: « Che genio, però che confusione! ». Come succe de, se non si sta attenti, con certi russi. Dostoievskj soprattutto che, non a ca so, ebbe a dichiararsi balzacchiano. Si sente a tu per tu con Dio e con Sa tana. Il fatto che nel ’30 siano simultaneamente mo ribondi il Papa e Goethe lo commuove. Vorrebbe conci liare una religione istituzionalizzata come quella di Roma con una religione universale e perenne. Il cat tolicesimo è per lui una forma contingente d’una re ligiosità eterna. Come esi ste una sola sostanza, non può darsi che una sola re ligione. Si richiama a Svedenborg, e poi, risalendo nel tempo, ai templari al l’alchimia al sincretismo mistico.
« Passo sovente ore di ma linconica gioia, di riso e di meditazione, immaginando mi Gesù Cristo che incon tra Giulio II e Leone X » scrive in un diario. Non è d’accordo con Pascal che aveva scritto come «senza Cristo il non mondo non esisterebbe ». Ed evoca la felicità delle Americhe pre colombiane, la grandezza non europea della civiltà cinese. Insiste su un punto: tutto il male dei tempi moderni (dei quali d’altra par te è consentaneo) viene dal la Riforma: di lì l’illumi nismo, la rivoluzione, l’uguaglianza e il codice na poleonico.
Lo si sospetterebbe mitomane della filosofia e come un precursore non scientifi co dell’attuale sociologia. Invece, dentro la sua testa, tutto â— politica, cultura, perfino la superstizione â— viene frantumato, diventa elemento di fantasia. Giu dica più reale Eugénie Grandet dei personaggi in carne e ossa che occupano la scena politica e sociale francese. In partenza, guar da al grande secolo: Mo lière l’affascina come inven tore di persone ch’egli sente vive, e del massimo com mediografo riprende i tito li: L’école des ménages è ispirata a L’école des femmes e a L’école des maris.
La scuola romantica l’in fastidisce, i drammi di ta le tendenza sono per lui «ci brei di cattivi versi ». Stima Hugo, ne sente la paren tela (anche Balzac, come poi Proust, appartiene alla linea robusta che va da Ra belais, appunto a Hugo) ma critica l’Ernani. Appena let to Le rouge et le noir scri ve a Ewelina Hanska ch’è un capolavoro e che avreb be potuto scriverlo Machia velli, dov’è, nonostante il suo cattolicesimo non esen te da sfumature medievali, un richiamo all’esplosione d’energia, avutasi in Italia fra il quindicesimo e il se dicesimo secolo. Invece la Chartreuse lo lascia per plesso; vi sente un’opera destinata alle élites, qua si presentisce l’esclusivismo dei futuri soci del sodalizio stendhaliano.
Balzac ebbe verso il ro manzo le perplessità che, nel secolo XVII, Molière aveva nutrito per la com media, intestardendosi, pri ma d’inventare Tartufo e Arpagone, a imbastire noio se tragedie. Pregiudizi mon dani compressero il suo spi rito narrativo. Tentò il tea tro, un fallimento; la sto ria, senza avere un serio pensiero storiografico. Te meva che il romanzo fosse un genere deteriore, seb bene in francese fossero già state scritte le storie di Gargantua e di Pantagruel, della Princesse de Clèves, di Manon.
Il successo dì Walter Scott e il fatto che ne leg gesse i romanzi con ab bandono liberò la sua fan tasia, che, certo, per stra ripare avrebbe colto altre occasioni anche senza Ivanoe. Allora tutto â— società e principi â— si scompone, le invettive contro gli im mortali principi perdono l’acredine, le teorie sull’e nergia unica sono quasi di menticate e il romanziere, sui frantumi d’una vastissi ma eterogenea realtà uma na e culturalistica assorbi ta, comincia a costruire la sua commedia.