Beckett. Vittima di troppo amore

di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 2, giovedì, 11 gennaio 1968]

RENATO OLIVA
Samuel Beckett prima del silenzio
Mursia, pagine 207, lire 2.500.

ALDO TAGLIAFERRI
Beckett e l’iperdeterminazione lette ­raria
Feltrinelli, pagine 165, lire 1.400.

Non è vero che Beckett sia uno scrittore difficile, né che sia oscuro. E’ piuttosto vero che sia difficile di ­sporsi con assoluto candore e fiducio ­sa partecipazione ad accogliere la sua schematica semplicità, la sua disar ­mante chiarezza: valori, oggidì, si di ­rebbe scaduti. C’è difatto in Beckett un progressivo corteggio dell’elemen ­tare che lo porta ogni volta a scarni ­ficare sempre più i materiali narrativi e drammatici fino a che mostrino l’os ­so, e l’osso non è nemmeno un osso di seppia: è una lisca, piuttosto, da cui è stato succhiato il sapore del ­l’ultimo filamento.

Risultato, s’intende, dì un’arte mol ­to attenta, angosciosamente scrupolo ­sa di non perdere la minima vibra ­zione del significato, lungo la ricerca di una espressione sempre meno in ­dulgente, sempre più severa, della propria nuda indifesa verità.

D’altra parte, se Beckett fosse dav ­vero uno scrittore difficile non po ­trebbe contare sul successo che inve ­ce da una quindicina d’anni s’accom ­pagna con affettuoso accanimento al suo cammino.

Difficili, invece, sempre più diffici ­li e, come si dice a Roma, « intorcinati », sono i commentatori di Bec ­kett: e questo si spiega con la consue ­ta gelosia letteraria, col prepotente sentimento che attanaglia chi vor ­rebbe avere lo scrittore tutto e solo per sé, e che lo porta, come si fareb ­be, per l’appunto, con un’amante o una moglie impudica, ad avvolgerlo di veli sempre più fitti, a tappare e rimediare a tutte le possibili traspa ­renze.

Due libri pubblicati di recente da due studiosi italiani, ed entrambi a vario titolo e per ragioni complemen ­tari, brillanti contributi per l’appro ­fondimento della conoscenza di Bec ­kett, esemplificano questa condizione: il Samuel Beckett prima del silenzio di Renato Oliva (Mursia) e il Bec ­kett e l’iperdeterminazione letteraria di Aldo Tagliaferri (Feltrinelli).

I libri sono configurati, in specie quello del Tagliaferri, come cattedra ­li argomentative che occorre attra ­versare tutte e abitare tutte dalla crip ­ta all’ultima guglia perché cedano il loro segreto. Avventure del gusto da corrersi per il gusto dell’avventura, epperò non sempre necessariamente correlato con il soggetto della ricer ­ca: ma pure questo si avverte, se non altro, come stimolo ricorrente. Il Ta ­gliaferri si dedica soprattutto alla Tri ­logia (Molloy, Malone muore, e l’in ­nominabile) e al dramma Fin de partie, non tanto in se stesso quanto per la parte stimolante che poté avere nell’atteggiamento di Adorno verso l’autore; e l’indagine è condotta con tutte le garanzie offerte soprattutto dalla filosofia, dalla psicoanalisi e dal ­la linguistica.

Nel capitolo che dà il titolo al libro, ad esempio, è un tentativo di chiarire il concetto di « iperdeterminazione » ricorrendo a Freud e al suo discepo ­lo Sandor Ferenczi. Con quel termi ­ne si indicherebbe infatti, che « l’even ­to è determinato non una ma più vol ­te, non da una causa, ma da molte cause. Che più eventi, in un certo senso vengono assommati in uno (…). Spesso un tentativo di lettura di una opera d’arte si imbatte in una situa ­zione analoga, intravede l’inscriversi simultaneo di un elemento della rap ­presentazione poetica in diverse serie logico-culturali e al tempo stesso in un contesto unitario e in un atto cri ­tico (fruitivo e creativo insieme) in ­sostituibili e attuali ». Tra gli esempi portati è la straordinaria ricettività d’un personaggio come Amleto: « Già Hamlet è, come accadrà insistente ­mente per le personae di Beckett, un personaggio iperdeterminato ipersoggettivamente: tende per coscienza incorporata in eccesso a sfuggire alla persona, a rinviarsi indeterminata ­mente come personaggio, disturbando il cerimoniale aristotelico della rap ­presentazione scenica sacrificale con il tendere a una verità troppo comple ­ta; tende a essere un uomo concreto, il lettore, l’autore, Fattore, per la stessa via per cui la perfezione del ­la persona divina che la coscienza mo ­noteistica aveva pretesa era giunta a costruire un personaggio divino tan ­to simile all’uomo che uomo e Dio erano entrati in collisione, e il Dio dovette farsi uomo, o l’uomo Dio ».

In questo potrebbe essere una in ­tuizione per giungere ad analizzare quanto, semplificando di molto il pro ­cesso, io volli altrove definire, sempre a proposito dell‘Amleto di Shakespea ­re, « enciclopedia dell’umore barocco ». Penetranti â— e forse troppo poco cat ­tive â— sono anche alcune osservazio ­ni sulla lingua e lo stile: « Conside ­riamo ora anzitutto la parola in Beckett: uno dei temi dominanti è in Beckett la diffidenza per le parole, il timore, programmato, si intende, che la parola si arresti, assuma opacità, consistenza, vita autonoma. La risul ­tante beckettiana non è mimetica in senso joyciano già solo per il fatto di non essere linguistica. La parola in Beckett si affretta a rinviare ad altro da sé (…). I grumi mimetici che in Joyce si stratificano in costellazioni sincroniche di parole sono disciolti nella trilogia di Beckett in una fluidità stilistica tanto trasparente da poter essere considerata una mancanza di stile: e in effetti lo stile di Beckett si può definire come una mancanza di stile strumentalizzata come tale allo scopo di determinare un moto affan ­noso e inarrestabile da una parola all’altra, da una persona alla succes ­siva, nessuna di esse rappresentando una verità soddisfacente per l’eterno, onnipresente e implacabile Soggetto.

« Il che comporta una direzione mol ­to diversa da quella ancora prevalen ­temente mimetica implicita nel com ­piacimento joyciano nel pun o nella medioevale oggettività della parola. La parola è ormai sentita invece co ­me oggettivazione falsificante di un soggetto inesprimibile, che non accet ­ta di essere rappresentato ». E’ forse per questo che Hamm, uno dei due personaggi centrali di Fin de partie, non solo è cieco ma se si togliesse gli occhiali affumicati e sollevasse le palpebre, come lui stesso dice a Clov, si vedrebbe che ha gli occhi bianchi. « Perduta ogni scala di valori » scrive, invero con molta saggezza l’Oliva, « colpa e innocenza non sono più di ­stinte né distinguibili e, al limite, pos ­sono coincidere ».

E’ impressionante, in questo autore, il venire avanti, ogni volta in maggior numero e massa e farsi protagonisti, di frammenti sempre più insignifican ­ti di realtà, oggetti e moti â— emozio ­ni sarebbe dir troppo â— che incon ­trano la nostra percezione solo per una attenzione intermittente e incorag ­giata a distrarsi di continuo proprio dal deliberato proposito dello stile di ritardare la rappresentazione: un va ­riegato distrarsi per rimandare. Il me ­todo di appuntare l’attenzione sull’in- significante si potè esperimentare solo in epoca relativamente vicina noi: for ­se il suo maggior messia e poeta fu il Browning, con risultati notevolis ­simi, a che si riconoscono solo oggi: ma dove potesse portare quel proces ­so era appena intuito. Come i tempi si faranno maturi larga esperimentazione di codeste tecniche sarà condot ­ta dal Laforgue e da T. S. Eliot. Da noi vi si proverà con isolati vagiti di Gozzano.

Beckett porta innanzi il procedi ­mento con costanza e caparbietà inau ­dite fino alle ultime conseguenze; e se ne può rinvenire qualcosa che sta tra l’apologo, il programma e l’emble ­ma nell’episodio dei pantaloni in Fin de partie: « In sei giorni, ha capito, in sei giorni Dio ha fatto il mondo. Pro ­prio così, caro signore, il mondo! e lei non è stato capace di fare un paio di pantaloni in tre mesi. (Voce del sarto scandalizzato). Ma Milord! ma Milord! guardi! (gesto di disprezzo, con disgusto)… il mondo… (pausa)… e guardi… (gesto amorevole, con orgo ­glio)… i miei pantaloni! ». Il cancel ­larsi progressivo della ragione e l’ac ­cettazione della disfatta finale s’ac ­compagna sempre in Beckett a un transito doloroso, fisicamente oltre che spiritualmente. « Ho male alle gambe, non potrò più pensare », dice Clov. Così Beckett mette i suoi per ­sonaggi in situazioni atroci â— come la propagginazione cui è condannata la protagonista di Happy Days, o i genitori nei bidoni della spazzatura in Fin de partie o gli uomini-anfore di Play â— per provocare al massimo la rinunzia a pensare. E, senza pensa ­re, quella loro testimonianza del do ­lore umano è tanto più penosa ed eloquente, perché non potrà darsi recupero spirituale che a quella soffe ­renza porti anche il minimo sollievo.

Ma si direbbe che i critici più giova ­ni e addestrati questa pietà non la sentano. Che rifiutino di commuover ­si a quest’ultima ruffianeria becket ­tiana.

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