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LETTERATURA: I MAESTRI: Beckett. Vittima di troppo amore

16 Luglio 2015

di Gabriele Baldini
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 2, gioved√¨, 11 gennaio 1968]

RENATO OLIVA
Samuel Beckett prima del silenzio
Mursia, pagine 207, lire 2.500.

ALDO TAGLIAFERRI
Beckett e l’iperdeterminazione lette ¬≠raria
Feltrinelli, pagine 165, lire 1.400.

Non √® vero che Beckett sia uno scrittore difficile, n√© che sia oscuro. E’ piuttosto vero che sia difficile di ¬≠sporsi con assoluto candore e fiducio ¬≠sa partecipazione ad accogliere la sua schematica semplicit√†, la sua disar ¬≠mante chiarezza: valori, oggid√¨, si di ¬≠rebbe scaduti. C’√® difatto in Beckett un progressivo corteggio dell’elemen ¬≠tare che lo porta ogni volta a scarni ¬≠ficare sempre pi√Ļ i materiali narrativi e drammatici fino a che mostrino l’os ¬≠so, e l’osso non √® nemmeno un osso di seppia: √® una lisca, piuttosto, da cui √® stato succhiato il sapore del ¬≠l’ultimo filamento.

Risultato, s’intende, d√¨ un’arte mol ¬≠to attenta, angosciosamente scrupolo ¬≠sa di non perdere la minima vibra ¬≠zione del significato, lungo la ricerca di una espressione sempre meno in ¬≠dulgente, sempre pi√Ļ severa, della propria nuda indifesa verit√†.

D’altra parte, se Beckett fosse dav ¬≠vero uno scrittore difficile non po ¬≠trebbe contare sul successo che inve ¬≠ce da una quindicina d’anni s’accom ¬≠pagna con affettuoso accanimento al suo cammino.

Difficili, invece, sempre pi√Ļ diffici ¬≠li e, come si dice a Roma, ¬ę intorcinati ¬Ľ, sono i commentatori di Bec ¬≠kett: e questo si spiega con la consue ¬≠ta gelosia letteraria, col prepotente sentimento che attanaglia chi vor ¬≠rebbe avere lo scrittore tutto e solo per s√©, e che lo porta, come si fareb ¬≠be, per l’appunto, con un’amante o una moglie impudica, ad avvolgerlo di veli sempre pi√Ļ fitti, a tappare e rimediare a tutte le possibili traspa ¬≠renze.

Due libri pubblicati di recente da due studiosi italiani, ed entrambi a vario titolo e per ragioni complemen ¬≠tari, brillanti contributi per l’appro ¬≠fondimento della conoscenza di Bec ¬≠kett, esemplificano questa condizione: il Samuel Beckett prima del silenzio di Renato Oliva (Mursia) e il Bec ¬≠kett e l’iperdeterminazione letteraria di Aldo Tagliaferri (Feltrinelli).

I libri sono configurati, in specie quello del Tagliaferri, come cattedra ¬≠li argomentative che occorre attra ¬≠versare tutte e abitare tutte dalla crip ¬≠ta all’ultima guglia perch√© cedano il loro segreto. Avventure del gusto da corrersi per il gusto dell’avventura, epper√≤ non sempre necessariamente correlato con il soggetto della ricer ¬≠ca: ma pure questo si avverte, se non altro, come stimolo ricorrente. Il Ta ¬≠gliaferri si dedica soprattutto alla Tri ¬≠logia (Molloy, Malone muore, e l’in ¬≠nominabile) e al dramma Fin de partie, non tanto in se stesso quanto per la parte stimolante che pot√© avere nell’atteggiamento di Adorno verso l’autore; e l’indagine √® condotta con tutte le garanzie offerte soprattutto dalla filosofia, dalla psicoanalisi e dal ¬≠la linguistica.

Nel capitolo che d√† il titolo al libro, ad esempio, √® un tentativo di chiarire il concetto di ¬ę iperdeterminazione ¬Ľ ricorrendo a Freud e al suo discepo ¬≠lo Sandor Ferenczi. Con quel termi ¬≠ne si indicherebbe infatti, che ¬ę l’even ¬≠to √® determinato non una ma pi√Ļ vol ¬≠te, non da una causa, ma da molte cause. Che pi√Ļ eventi, in un certo senso vengono assommati in uno (…). Spesso un tentativo di lettura di una opera d’arte si imbatte in una situa ¬≠zione analoga, intravede l’inscriversi simultaneo di un elemento della rap ¬≠presentazione poetica in diverse serie logico-culturali e al tempo stesso in un contesto unitario e in un atto cri ¬≠tico (fruitivo e creativo insieme) in ¬≠sostituibili e attuali ¬Ľ. Tra gli esempi portati √® la straordinaria ricettivit√† d’un personaggio come Amleto: ¬ę Gi√† Hamlet √®, come accadr√† insistente ¬≠mente per le personae di Beckett, un personaggio iperdeterminato ipersoggettivamente: tende per coscienza incorporata in eccesso a sfuggire alla persona, a rinviarsi indeterminata ¬≠mente come personaggio, disturbando il cerimoniale aristotelico della rap ¬≠presentazione scenica sacrificale con il tendere a una verit√† troppo comple ¬≠ta; tende a essere un uomo concreto, il lettore, l’autore, Fattore, per la stessa via per cui la perfezione del ¬≠la persona divina che la coscienza mo ¬≠noteistica aveva pretesa era giunta a costruire un personaggio divino tan ¬≠to simile all’uomo che uomo e Dio erano entrati in collisione, e il Dio dovette farsi uomo, o l’uomo Dio ¬Ľ.

In questo potrebbe essere una in ¬≠tuizione per giungere ad analizzare quanto, semplificando di molto il pro ¬≠cesso, io volli altrove definire, sempre a proposito dell‘Amleto di Shakespea ¬≠re, ¬ę enciclopedia dell’umore barocco ¬Ľ. Penetranti √Ę‚ÄĒ e forse troppo poco cat ¬≠tive √Ę‚ÄĒ sono anche alcune osservazio ¬≠ni sulla lingua e lo stile: ¬ę Conside ¬≠riamo ora anzitutto la parola in Beckett: uno dei temi dominanti √® in Beckett la diffidenza per le parole, il timore, programmato, si intende, che la parola si arresti, assuma opacit√†, consistenza, vita autonoma. La risul ¬≠tante beckettiana non √® mimetica in senso joyciano gi√† solo per il fatto di non essere linguistica. La parola in Beckett si affretta a rinviare ad altro da s√© (…). I grumi mimetici che in Joyce si stratificano in costellazioni sincroniche di parole sono disciolti nella trilogia di Beckett in una fluidit√† stilistica tanto trasparente da poter essere considerata una mancanza di stile: e in effetti lo stile di Beckett si pu√≤ definire come una mancanza di stile strumentalizzata come tale allo scopo di determinare un moto affan ¬≠noso e inarrestabile da una parola all’altra, da una persona alla succes ¬≠siva, nessuna di esse rappresentando una verit√† soddisfacente per l’eterno, onnipresente e implacabile Soggetto.

¬ę Il che comporta una direzione mol ¬≠to diversa da quella ancora prevalen ¬≠temente mimetica implicita nel com ¬≠piacimento joyciano nel pun o nella medioevale oggettivit√† della parola. La parola √® ormai sentita invece co ¬≠me oggettivazione falsificante di un soggetto inesprimibile, che non accet ¬≠ta di essere rappresentato ¬Ľ. E’ forse per questo che Hamm, uno dei due personaggi centrali di Fin de partie, non solo √® cieco ma se si togliesse gli occhiali affumicati e sollevasse le palpebre, come lui stesso dice a Clov, si vedrebbe che ha gli occhi bianchi. ¬ę Perduta ogni scala di valori ¬Ľ scrive, invero con molta saggezza l’Oliva, ¬ę colpa e innocenza non sono pi√Ļ di ¬≠stinte n√© distinguibili e, al limite, pos ¬≠sono coincidere ¬Ľ.

E’ impressionante, in questo autore, il venire avanti, ogni volta in maggior numero e massa e farsi protagonisti, di frammenti sempre pi√Ļ insignifican ¬≠ti di realt√†, oggetti e moti √Ę‚ÄĒ emozio ¬≠ni sarebbe dir troppo √Ę‚ÄĒ che incon ¬≠trano la nostra percezione solo per una attenzione intermittente e incorag ¬≠giata a distrarsi di continuo proprio dal deliberato proposito dello stile di ritardare la rappresentazione: un va ¬≠riegato distrarsi per rimandare. Il me ¬≠todo di appuntare l’attenzione sull’in- significante si pot√® esperimentare solo in epoca relativamente vicina noi: for ¬≠se il suo maggior messia e poeta fu il Browning, con risultati notevolis ¬≠simi, a che si riconoscono solo oggi: ma dove potesse portare quel proces ¬≠so era appena intuito. Come i tempi si faranno maturi larga esperimentazione di codeste tecniche sar√† condot ¬≠ta dal Laforgue e da T. S. Eliot. Da noi vi si prover√† con isolati vagiti di Gozzano.

Beckett porta innanzi il procedi ¬≠mento con costanza e caparbiet√† inau ¬≠dite fino alle ultime conseguenze; e se ne pu√≤ rinvenire qualcosa che sta tra l’apologo, il programma e l’emble ¬≠ma nell’episodio dei pantaloni in Fin de partie: ¬ę In sei giorni, ha capito, in sei giorni Dio ha fatto il mondo. Pro ¬≠prio cos√¨, caro signore, il mondo! e lei non √® stato capace di fare un paio di pantaloni in tre mesi. (Voce del sarto scandalizzato). Ma Milord! ma Milord! guardi! (gesto di disprezzo, con disgusto)… il mondo… (pausa)… e guardi… (gesto amorevole, con orgo ¬≠glio)… i miei pantaloni! ¬Ľ. Il cancel ¬≠larsi progressivo della ragione e l’ac ¬≠cettazione della disfatta finale s’ac ¬≠compagna sempre in Beckett a un transito doloroso, fisicamente oltre che spiritualmente. ¬ę Ho male alle gambe, non potr√≤ pi√Ļ pensare ¬Ľ, dice Clov. Cos√¨ Beckett mette i suoi per ¬≠sonaggi in situazioni atroci √Ę‚ÄĒ come la propagginazione cui √® condannata la protagonista di Happy Days, o i genitori nei bidoni della spazzatura in Fin de partie o gli uomini-anfore di Play √Ę‚ÄĒ per provocare al massimo la rinunzia a pensare. E, senza pensa ¬≠re, quella loro testimonianza del do ¬≠lore umano √® tanto pi√Ļ penosa ed eloquente, perch√© non potr√† darsi recupero spirituale che a quella soffe ¬≠renza porti anche il minimo sollievo.

Ma si direbbe che i critici pi√Ļ giova ¬≠ni e addestrati questa piet√† non la sentano. Che rifiutino di commuover ¬≠si a quest’ultima ruffianeria becket ¬≠tiana.


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