Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Emilio Cecchi. Occhio topini, non scherzate col fuoco!

18 Luglio 2015

di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 50, giovedì, 12 dicembre 1968]

Un recente viaggio in Olanda mi ha suggerito di usare certe prose di Emilio Cecchi al modo d’un Baedeker. Ecco l’interno della cattedrale di Delft, « di bianchezza squallida. E l’effetto di squallore si accresce dalle vetrate bianche che sembrano occhi senza pupilla, e dalla uniformità dei banchi gialli, che fanno pensare a un’immensa scuola disabitata. Si capisce come la suggestione di tali ”interni” di chiese protestanti abbia potuto generare una vera specialità di pittori, dedicatisi tutta la vita a filtra ­re sulle proprie tele questo lume glaciale ». L’im ­pressione, entrando oggi sotto le volte di quella chiesa, dopo quasi quarant’anni da che quella pagi ­na fu scritta, è identica.

Anche oggi per visitare la cattedrale di Haarlem, « s’entra passando per l’abitazione del sagresta ­no », ma quando ci sono capitato io si trattò piut ­tosto d’una sagrestana. « Come devono essere pa ­gati bene i sagrestani olandesi! Poltroncine di vel ­luto, tappeti, quadretti, fiori cristalli; e quei moga ­ni ai quali a forza di gomito, le massaie di molte generazioni hanno conferito una lucentezza viven ­te e sensitiva come quella della superficie degli specchi. Scintillanti, zeppe di roba come un nego ­zio d’antiquario, queste stanze sembra di vederle nel rovescio di un cannocchiale ». Tutti gli oggetti erano ancora al loro posto: i velluti magari saran ­no stati cambiati nel frattempo e il lavoro di gomi ­to avrà arricchito la pàtina dei mogani, ma il deli ­cato brivido per la profanazione è ancora lo stesso. Un viaggiare, per quanto soggettivo e a tratti per ­sino egoistico, che il lettore può mettere ancora al suo bravo uso.

« Il treno striscia a rotta di collo nella rete ar ­gentea dei canali; e sembra che lesto lesto ne conti e dispani le maglie. Ma la rete si ritesse, intermi ­nabile. Da un largo canale diramano, con angoli simmetrici, canali vieppiù sottili; come in una ta ­vola genealogica. A certi punti, tutto l’orizzonte, segnato di questi raggi convergenti, gira intorno al nostro occhio come una ruota ». Qui la verifica si fa più difficile, ma lo spettacolo bisogna dire che combacia ancora perfettamente.

M’ero persuaso a questo uso dei libri di viaggio di Cecchi da tempo e certi angolini di Baltimora (la tomba di Edgar Allan Poe) o di Xochimilco alla pe ­riferia di Città del Messico (i giardini pensili) o di Cambridge (le guglie della King’s Chapel) me li so ­no andati a guardare per la prima volta con i suoi occhi alla ricerca di una luce che rispondeva con tutti i suoi riflessi. Forse nel lasciarsene condizio ­nare così profondamente c’era in me, più che viltà o     mancanza di immaginazione, una certa acquisita abitudine, l’accettazione di un modo di vita che s’era allevato in gran parte per ragioni affatto pri ­vate. Di queste si può capire la natura e la compli ­cità in pagine come questa:

« Se il barometro si butta al cattivo, e l’unghia dei cavalli fa risuonare il lastrico come acciaio; se gli amici hanno telefonato che sono a letto con l’influenza, e il freddo e la neve assediano la casa, dalla quale si risponde con la mitraglia delle casta ­gne che scoppiettano nella cenere della stufa, co ­nosco dove la mia mano corre negli scaffali, cer ­cando il libro da farmi compagnia dopo cena e por ­tare a letto… e ho notato che mai, come in queste sere, i ragazzi guardano in un certo modo l’atlante di scuola ». Qui, per un qualche strano e illusorio procedimento mi sento oggetto d’attenzione io stesso, ma un me stesso a cui quel certo modo di guardare e vedere le cose di amarle e di abitarle dovette insegnarlo proprio lui e prima della vita che dalle pagine dei libri. Per molti versi la mia frequentazione privata di Cecchi è rimasta così te ­nacemente impigliata negli accidenti e nelle avven ­ture del gusto che mi riesce difficile discorrerne senza sollevare il sospetto che si tratti di questioni del tutto personali e come da tener segrete. Che possa dividere taluni fra gli atteggiamenti che eb ­bero origine in lui con altri mi ha come l’aria d’una indiscrezione di costoro verso di me: quasi che po ­tessero essere entrati nel mio raccoglimento senza permesso. Una gelosia e chiusura i cui effetti nefa ­sti son noti. Ma di cui a volte mi riesce penosissi ­mo districarmi.

A una certa età ci si stacca e si rinunzia con di ­sagio a determinate abitudini troppo antiche, persi ­no a quelle che sono rimaste tali più soltanto nel desiderio di coltivarle. Era qualche tempo che alla domenica non andavo più in casa di Emilio Cecchi, a corso d’Italia 11 â— la moglie e i figli facevano capire che per il momento « il professore », come lo chiamavano con una punta di affettuoso dileg ­gio, aveva bisogno di riposo â— ma pure, fino al giorno che seppi della sua fine, era sempre possibi ­le pensare che, una volta o l’altra, si sarebbero po ­tute riprendere le conversazioni interrotte.

Quelle fin di domenica erano pure una delle cer ­tezze, per me, uno dei riti letterari romani che an ­cora attendevo e rispettavo, se non altro perché vi ero abituato fin dall’infanzia più remota. Certezze e riti, s’intende, alla buona, con una punta appena di complicità che insaporisse quanto vi si commer ­ciava; ma su tutto prevaleva il piacere di continua ­re qualcosa che c’era sempre stato e che soltanto per questo non dava adito a pensare a quando sa ­rebbe stato necessario rinunciarvi. Il saperli, ora, finiti per sempre, mi dà più di tutto il resto il sen ­so doloroso del distacco â— per non parlar di tanti anni e di tante memorie polverose â— da una perso ­na che il nome di « maestro » irrigidisce, per me, troppo al di là del caso reale: ma su cui pure tenni puntati gli orecchi e gli occhi per tanti anni con la costanza del più affezionato scolaro. E infatti, oltre che lui, Giorgio Pasquali e F. O. Matthiessen, di veri maestri, se guardo bene, non ne ho avuti.

Le prime testimonianze di questo straordinario apprendistato mi si confondono, nella memoria, con i giochi insieme ai ragazzi Cecchi e Spadini nell’orto della casetta affittata dal pittore ai Pario- li, ch’era allora in piena campagna. Si trattava di giochi con la palla, di nascondarelle improvvisate dietro i tronchi degli alberi, o tra le assi di un pol ­laio. Ma anche di duri cazzotti, di proditorie « cianchette », di calci di strappi e di legnate che Mimmo e Lillo (Spadini) rovesciavano accaniti sul ­la mitezza di Dario (Cecchi) e di me. La sera le no ­stre madri avevano sempre da riattaccare qualche bottone, da ricucire qualche « sette », da passare un po’ di tintura di iodio sulle sbucciature ai gi ­nocchi.

In fondo all’orto, nell’ombra azzurra della casa, assiepati su certe sedie da osteria, rivedo il ciuffo nero sulle gote rosse di mio padre, la fronte alta e bianca, un po’ china in avanti e da un lato di Cec ­chi, su cui brillano le lenti, un fagotto di scialli e di trapunte in cui si stringe Spadini, il lampo degli occhi grigi di Barilli sotto la selva fantastica dei capelli, e la mano levata in alto con l’indice teso e vibrante nella protesta di Vincenzo Cardarelli.

Tra poco, dalla cucina dove ne stanno sorve ­gliando la cottura, mia madre, la Leonetta Cecchi e la Pasqualina Spadini porteranno sopra un tavolo che aspetta sotto un pergolato la « pizza con gli sfrìzzoli », sempre tanto celebrata: e per me imman ­giabile. Il riflesso del sole sui loro ampi cappelli di paglia stretti da nastri gialli neri arancione e rosa saetterà dolci folgori violette verso il pollaio.

Tutto questo dovette essere il primo nucleo di una lealtà verso una mitologia privata a cui poi fu difficilissimo resistere: difatti, non mi ci sono mai nemmeno provato. Poco dopo â— immagino alla morte di Spadini â— le riunioni si spostarono al corso d’Italia, là dove il verde mareggiare degli al ­tissimi pini di Villa Borghese, che si godeva a per ­dita d’occhio fino a chiari tramonti in fin della pri ­mavera dalle finestre, era garanzia di una conti ­nuità con quello abbandonato nell’orto ai Parioli. Anche ritornava nella casa nuova l’odore dei colo ­ri, dell’acqua ragia, della vernice sulle tele; torna ­vano le quinte dei cavalletti, dei quadri addossati gli uni sugli altri rivolti verso le pareti.

I giochi si fecero più urbani, e abbandonata la violenza spadiniana, indugiarono per qualche sta ­gione attorno a un teatrino di marionette di Dario dove, con gli scenari dipinti da sua madre, rappre ­sentammo in lunghe puntate la storia di Sigfrido e dei Nibelunghi così come ce l’avevano raccontata i grandi ch’erano stati a vederla al cinema. Non ci picchiavamo più tra noi: erano delegati a tirar fen ­denti di latta, per procura, il perfido Hagen e i fra ­telli di Gunther.

Passò qualche anno: al cinema fu consentito d’andarci anche a noi, purché i film fossero « adat ­ti ». Ma ne rubammo qualcuno, con la tessera di li ­bero ingresso di Cecchi, ch’era allora direttore di produzione della Cines. Una fuga clandestina fu dedicata a sorprendere le danze di Mata Hari semi ­nuda: immagini rubate dall’alto della galleria del Supercinema col cuore che balzava in petto per il timore di esser scoperti.

I più strani o anche soltanto buffi personaggi passavano alla domenica per quelle stanze e co ­minciammo a incuriosirci: il sospetto di noia ch’era al principio cominciò a cedere un languido sentore di seduzione. Per quanto noi ragazzini facessimo finta di niente, qualcosa cominciava a succedere anche dentro di noi, e il tarlo cominciava a rodere. Una volta mi sono trovato sulle ginocchia di G. K. Chesterton, che, cucchiaino dopo cucchiaino, mi imboccò tutt’intera â— salvo qualche intervento, fosse cerimoniale, in proprio â— una granita di caffè con panna. Valutai l’episodio solo molti anni dopo: ma mi è stato raccontato tante di quelle vol ­te da non poter dubitare della sua verità.

Lui, Cecchi, fu scoperto per ultimo: quando co ­minciarono la curiosità letteraria e i primi circo ­spetti avari prestiti di libri inglesi. Libri da lettore, da vero lettore, più che da studioso. In edizioni economiche, imperversando la Everyman’s Library. Certi autori di cui Cecchi si ostinava â— certo con una punta di civetteria â— a pronunciare male il nome, come Lytton Strachey e Max Beerbohm, co ­me W. N. P. Barbellion e Hilaire Belloc, mi sono quasi illuso di averli scoperti da me, e in segreto, leggendoli nei suoi esemplari. E, si sa, poche lettu ­re cedono il piacere di quelle, quasi private, che si ha l’impressione d’essere in pochissimi a fare. Scrittori che ora son sulle bocche di tutti, Cecchi dava, un tempo, quando non se ne sospettava, da noi, nemmeno l’esistenza, l’illusione di inventarli addirittura lui. Si trattava, naturalmente, di scrit ­tori minori. Ma non è a dire, per questo, che scan ­sasse i grandi. Aveva, anzi, un modo di restituire una sorta di verginità dell’inedito all’ovvio, come per esempio all‘Agamennone di Eschilo â— una eredità della scuola di Gerolamo Vitelli che si ten ­ne gelosamente stretta, quasi con furore, fino al ­l’ultimo â— che non si poteva decidere, là per là, se desse più gusto o irritazione. Ma già l’aggettivo « irritante », come lui ben sapeva, ricopre per nove decimi l’area dell’inglese « provocative ». È la provocazione â— o invito â— scattava sempre quando prendeva con le pinze i feticci di certe citazioni abusatissime di classici italiani o inglesi o francesi e le faceva apparire lustre di scavo, come fossero state restituite alla luce per la prima volta.

Non ho mai sentito con altri, come con lui, quanto il piacere estetico sia qualcosa di affatto re ­galato e addirittura casuale e da non contarci sem ­pre: tanto più raro e prezioso, in specie oggi, in questa noiosa società che lo sente come un dovere.

Mi affascinava il suo studiolo piccolo e stretto, sempre lindo e ordinato. La sua scrivania sempre sgombra, cui sedeva, anziché su una sedia, su un divanetto duro di paglia, appena indolcito, nel suo angolo, da un cuscino piatto rivestito di pelle, ci ­melio forse d’un qualche viaggio africano. Bellissi ­mo il gesto che gli era abituale di passare la de ­stra, di taglio; sul piano lucido della scrivania, co ­me per ripulirla di inesistenti scorie. Magari sarà stato per togliervi qualche piccolo filamento di ta ­bacco che poteva esservi caduto durante l’opera ­zione di caricare la pipa. Ma pure, siccome quella era la sua scrivania, il gesto evocava piuttosto l’in ­tenzione di spazzar via i rimasugli, i trùcioli del suo lavoro d’intaglio letterario.

Chi ha mai visto le sue cartelline â— o anche le sue cartoline postali: le usava invece del telefono â— sa che voglio dire. Davano l’impressione di es ­sere nate di getto, senza ripensamenti perché già pensate per intero, fino all’ultimo risvolto, prima di scriverle: eppure vi si scorgevano qua e là imper ­cettibili tracce di cancellature col temperino, ma ­scherate dalle parole riparatrici. La calligrafia ave ­va alcunché di tipografico, per la chiarezza, la pre ­cisione e l’uniformità, e gli si mantenne tale fino all’ultimo: ho un suo bigliettino d’appena qualche settimana prima che morisse, in cui le stanghette accusano il sospetto di un primo trèmito.

Toscana era la struttura delle sentenze, e certa ricerca di parole un po’ disusate di sapore ottocen ­tesco, e anche una spolveratura d’accento, come l’apporto personalissimo del suo « erre » ch’era pronunziato come una « c ¡ » gutturale: « actista », « polvecoso », «tesochieche », « maschecata ».

A intavolare con lui chiacchiere letterarie in cui potessi anche dire la mia, cominciai tardi, quasi finita l’Università, alla vigilia della laurea e proprio per via della laurea, ch’era sulla lingua del Pascoli. E, tra i tanti studi e saggi su Pascoli che avevo do ­vuto leggere e schedare, il suo m’era sembrato che battesse meglio degli altri all’unisono con la mia lettura. Dove m’ero annoiato s’era annoiato anche lui, e dove m’ero divertito s’era anche lui divertito; né importa se, bene e spesso, alle spalle del poeta, per sentir vibrare d’un trèmolo troppo tenuto il profumo di quell’ingenuità tanto ricercata e studia ­ta, infine di quel lezio allegante. Tutta la vergogna, la candida pura magari incolpevole vergogna che avrebbe dovuto provare il poeta, s’era trovato co ­stretto pesantemente a provarla lui, Cecchi, e glie ­ne era rimasto qualcosa di imbarazzante, di non ri ­solto. Meglio le parti dove c’eravamo annoiati, ma in modo aureo, e cioè i Conviviali â— il saggio s’ap ­puntava su una rivalutazione di quella fase della parabola pascoliana â— e cioè la fase, si direbbe, inglese: là dove Tennyson si mescolava e scioglie ­va, presagendolo, in Robert Bridges. E, natural ­mente, nella falla generosa aperta dai Conviviali finivano con l’essere inghiottiti anche i carmi lati ­ni. Era, forse, un modo elegante di stornare un problema che di lì a poco sarebbe diventato urgen ­te. Tanto più che a misurarsi col Pascoli, dopo le insofferenze del Croce, i critici meglio intendenti diffidavano. E dell’urgenza, Cecchi si rendeva con ­to fin dal ’41. « Gli altri due son chètochi » e si sa chi erano gli altri due. « A me con i cinguettìi ‘un mi ci piglia ». E caricava la pipa, lentamente, alla ricerca del trabocchetto in cui saremmo caduti en ­trambi con più gusto. « Ma quando comincia a batteche gli esametchi e i pentametchi… state tutti a vedeche quel che gli chiesce… le son cose, quelle che lì, da stcabiliache ».

Alle domeniche al corso d’Italia ci s’era fatta una così cara abitudine che ricordo come una inau ­dita crudeltà la sorpresa d’accorgermi d’esserne improvvisamente estraniato una volta che m’incon ­trai con un fedele di quelle pareti in terra stranie ­ra. Sarà stato verso il ’48. Era Soldati, che girava non so che film in Inghilterra e col quale, accorren ­do da Cambridge, trascorsi un week-end. Era pri ­mavera e lassù le giornate s’allungavano più che da noi. La nostalgia di corso d’Italia ci prese nella foresta di Epping, verso le sei-sei e mezzo, con tut ­ta la luce ancora in cielo e una luce decisa anche se opaca. « Bisognerebbe chiudere gli occhi », ci di ­cevamo, « e fare ogni sforzo possibile per evocare alla memoria dell’udito il suono secco e fermo di quel ”Ho” che certo Cecchi risponderebbe a tutte le nostre domande: ”Cecchi, ha letto il libro di X?”. ”Ho”. ”Cecchi, ha visto il film di Y?”. ”Ho”. ”Cecchi, ha sentito…”. ”Ho” ».

E decidemmo, con Soldati, che quel « Ho » era eloquentissimo proprio perché risuonava per ognu ­no di noi come un richiamo a confessarsi. « Ho », era detto, ogni volta, con una sfumatura dell’espres ­sione diversa, ma chiarissima; e ora voleva dire: « Si tratta d’uno sciocco: perché volete farmi dire quel che già sapete? ». E un’altra volta voleva dire: « Occhio, topini, non scherzate col fuoco. Quello ci seppellisce tutti ».

Topini. È stato un modo con cui ci è piaciuto farci chiamare da lui. Voleva dire soltanto che non eravamo cresciuti abbastanza e che ci si sarebbe dovuti aspettare che crescessimo ancora. Ma era un augurio, non un rabbuffo.

La sua testa era d’una forma inconsueta, una sulla quale non sapevano proprio stare i cappelli normali che si comprano dai cappellai, e questi, delle fogge più semplici e comuni, un po’ in bìbli ­co, sortivano sempre un effetto curioso le poche volte che, d’inverno, se li calcava, per modo di di ­re, a proteggere il capo.

Quando morì mio padre, Cecchi fu la prima per ­sona a cui diedi la notizia. « Porco demonio! », lo sentii esclamare con un fil di voce all’altro capo del telefono.

Venne a trovare mia madre, ma non volle entra ­re nella stanza dove mio padre era composto sul suo letto. « No, no. Le son cose a cui non son buo ­no », disse.

Ma venne, dopo un anno, a sentire una messa celebrata, come si dice, in suffragio, nella chiesa di Sant’Ignazio. Gli piacque un sacerdote negro, del Ghana, che pronunziava il latino secondo conven ­zioni rare. Ci fu anche la simbolica benedizione d’un feretro che non c’era, profumata d’incenso. « Gli è più semplice che non credessi », disse.


Letto 1465 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart