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LETTERATURA: I MAESTRI: Bigiaretti e Prisco

5 Settembre 2012

di Carlo Bo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 16 aprile 1970]

Il genere del racconto non sembra trovare √Ę‚ÄĒ almeno da noi √Ę‚ÄĒ molti lettori, di qui la diffidenza degli scrit ¬≠tori nel raccogliere i risultati di una attivit√† a torto con ¬≠siderata minore o marginale. Eppure le rare volte che un autore si decide a pubblicare in volume racconti o novelle il critico si trova nelle mi ¬≠gliori condizioni per una ve ¬≠rifica degli strumenti sostan ¬≠ziali dell’opera generale. E’ il caso dell’ultimo Bigiaretti, II dissenso (Bompiani, pp. 207. L. 1500) dove sono rac ¬≠colti dodici racconti scritti negli ultimi cinque anni e rivisti, e del libro di Michele Prisco, La provincia addor ¬≠mentata (Rizzoli, pp.246, L. 2600) che i lettori non pi√Ļ giovani ricorderanno come il libro con cui lo scrittore na ¬≠poletano fece la sua appari ¬≠zione pi√Ļ di vent’anni fa; anche il volume dei Prisco ha rispettato la legge della revisione e in questa nuova veste √® arricchito di due rac ¬≠conti che allora erano stati saltati ma che in effetti ri ¬≠spondono allo stesso clima.

Su Bigiaretti non c’√® mol ¬≠to di nuovo da dire o da aggiungere a quanto √Ę‚ÄĒ se √® consentito citare se stessi √Ę‚ÄĒ si √® detto su queste stesse colonne, meglio a ci√≤ che ha saputo individuare cos√¨ bene il Pampaloni nella storia garzantiana. Ad ogni modo que ¬≠sti racconti rendono in ma ¬≠niera perfetta quelle che so ¬≠no le ¬ę costanti ¬Ľ del narra ¬≠tore e soprattutto la scienza della esposizione che poggia sul doppio registro dell’at ¬≠tualit√† e del commento.

Il Bigiaretti ha ulterior ¬≠mente aiutato il lettore nel raggruppare in quattro mo ¬≠menti questa sua lettura del ¬≠la realt√†. Al primo posto √Ę‚ÄĒ come di dovere √Ę‚ÄĒ troviamo Roma, seguito dal tema del ¬≠l’amore che √® forse quello capitale di tutto il lungo la ¬≠voro di approssimazione che dura ormai da trent’anni. Si passa poi all’irreale minimo e all’altro tema della vita letteraria. Il fedele di Bigiaretti non dovr√† faticare nel definitivo tentativo di compo ¬≠sizione del mosaico intellet ¬≠tuale promosso con estrema libert√† ma anche con una ben riconoscibile libert√† dal nostro scrittore: si vuol dire che anche in questi lavori apparentemente minori non ci si scosta mai da quella che resta la fede del Bigiaretti nella realt√† e dalla con ¬≠vinzione di poter riempire la rete non insistendo eccessi ¬≠vamente sulle amplificazioni o sulle riduzioni all’assurdo. La spigliatezza del narratore non riesce a nascondere un fondo di dolore o magari sol ¬≠tanto di malessere che √® ti ¬≠pico della poetica bigiarettiana. A volte si ha l’impres ¬≠sione che lo scrittore acceleri la ricognizione dei particolari, li moltiplichi attraverso un giuoco sottile di luci e di ri ¬≠flessi per non lasciarsi som ¬≠mergere da un’onda di senti ¬≠mento o a dirittura di pas ¬≠sione. Giuocare con gli aspet ¬≠ti pi√Ļ impertinenti della real ¬≠t√† aiuta il Bigiaretti a rag ¬≠giungere quei risultati di ra ¬≠ra autonomia o meglio di apparente disimpegno che al ¬≠la fine √® soltanto una misu ¬≠ra prudenziale di attenzione.

Comunque, il meglio del Bigiaretti scrittore di raccon ­ti va cercato là dove lo spet ­tatore del costume e del tem ­po arma il suo teatro per istinto che è poi tutto fatto di risentimento, di dolore e anche di conoscenza del mon ­do che in lui suona come rimpianto di un altro mondo.

Il punto √Ę‚ÄĒ l’unico √Ę‚ÄĒ di contatto fra i racconti di Bigiaretti e quelli degli inizi del Prisco potrebbe essere de ¬≠limitato dalla lontana acce ¬≠zione di atmosfera e di cli ¬≠ma poetico. Per tutto il re ¬≠sto i procedimenti non com ¬≠baciano e cos√¨ va detto per gli scopi. In Bigiaretti c’√® la premura di arrivare a un giudizio, nel Prisco tutto vie ¬≠ne respinto nel mondo ra ¬≠refatto della poesia. Inutile aggiungere che fra i due esempi corrono molti anni e quali anni, col loro seguito naturale di prove e di espe ¬≠rimenti. Prisco √Ę‚ÄĒ a buon con ¬≠to √Ę‚ÄĒ non si √® mai allonta ¬≠nato troppo da questi suoi primi modelli di invenzione, si √® impegnato di pi√Ļ, ha saputo costruire ma il punto di partenza resta quello di allora. La ¬ę provincia addor ¬≠mentata ¬Ľ finisce per identifi ¬≠carsi in un modo di inten ¬≠dere la vita o di dare un sen ¬≠so all’esistenza e il suo stes ¬≠so modo di raccontare su cui si erano soffermati cri ¬≠tici di un rigore particolare come Cecchi e De Robertis √® una conferma della pri ¬≠ma vocazione dello scrittore che √® appunto quella di rin ¬≠chiudere in un’atmosfera poe ¬≠tica i tratti pi√Ļ insignifican ¬≠ti della nostra vita. Ci√≤ che ad altri sarebbe sfuggito vie ¬≠ne assunto dal Prisco con pazienza e con un non co ¬≠mune rispetto dei margini insensibili della realt√†.

E’ stata giustamente nota ¬≠ta la singolarit√† del tono, sopratutto rispetto al tem ¬≠po in cui questi racconti fu ¬≠rono scritti (verso la fine del ¬≠la guerra o nei primi anni del dopoguerra): allora la musica di moda era assai diversa e ci√≤ vuol dire che se un giovane alle prime pro ¬≠ve non aveva paura di suo ¬≠nare ¬ę diverso ¬Ľ, di far mu ¬≠sica per conto suo il punto da illuminare √® quello della vocazione. Caso mai, reste ¬≠rebbe da vedere di quale vo ¬≠cazione si trattava ma qui risponde la carriera dello scrittore e forse ancor di pi√Ļ la sua origine di chiara de ¬≠rivazione letteraria. Prisco tent√≤ allora un innesto ed ebbe la fortuna di ritagliarsi nella geografia del neoreali ¬≠smo un suo paese ideale, di ¬≠ciamo pure un paese del sen ¬≠timento, cos√¨ come il Lisi quindici anni avanti aveva fatto per il suo indimenti ¬≠cabile e purissimo ¬ę paese dell’anima ¬Ľ.


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