di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 16 aprile 1970]
Il genere del racconto non sembra trovare â— almeno da noi â— molti lettori, di qui la diffidenza degli scrit tori nel raccogliere i risultati di una attività a torto con siderata minore o marginale. Eppure le rare volte che un autore si decide a pubblicare in volume racconti o novelle il critico si trova nelle mi gliori condizioni per una ve rifica degli strumenti sostan ziali dell’opera generale. E’ il caso dell’ultimo Bigiaretti, II dissenso (Bompiani, pp. 207. L. 1500) dove sono rac colti dodici racconti scritti negli ultimi cinque anni e rivisti, e del libro di Michele Prisco, La provincia addor mentata (Rizzoli, pp.246, L. 2600) che i lettori non più giovani ricorderanno come il libro con cui lo scrittore na poletano fece la sua appari zione più di vent’anni fa; anche il volume dei Prisco ha rispettato la legge della revisione e in questa nuova veste è arricchito di due rac conti che allora erano stati saltati ma che in effetti ri spondono allo stesso clima.
Su Bigiaretti non c’è mol to di nuovo da dire o da aggiungere a quanto â— se è consentito citare se stessi â— si è detto su queste stesse colonne, meglio a ciò che ha saputo individuare così bene il Pampaloni nella storia garzantiana. Ad ogni modo que sti racconti rendono in ma niera perfetta quelle che so no le « costanti » del narra tore e soprattutto la scienza della esposizione che poggia sul doppio registro dell’at tualità e del commento.
Il Bigiaretti ha ulterior mente aiutato il lettore nel raggruppare in quattro mo menti questa sua lettura del la realtà. Al primo posto â— come di dovere â— troviamo Roma, seguito dal tema del l’amore che è forse quello capitale di tutto il lungo la voro di approssimazione che dura ormai da trent’anni. Si passa poi all’irreale minimo e all’altro tema della vita letteraria. Il fedele di Bigiaretti non dovrà faticare nel definitivo tentativo di compo sizione del mosaico intellet tuale promosso con estrema libertà ma anche con una ben riconoscibile libertà dal nostro scrittore: si vuol dire che anche in questi lavori apparentemente minori non ci si scosta mai da quella che resta la fede del Bigiaretti nella realtà e dalla con vinzione di poter riempire la rete non insistendo eccessi vamente sulle amplificazioni o sulle riduzioni all’assurdo. La spigliatezza del narratore non riesce a nascondere un fondo di dolore o magari sol tanto di malessere che è ti pico della poetica bigiarettiana. A volte si ha l’impres sione che lo scrittore acceleri la ricognizione dei particolari, li moltiplichi attraverso un giuoco sottile di luci e di ri flessi per non lasciarsi som mergere da un’onda di senti mento o a dirittura di pas sione. Giuocare con gli aspet ti più impertinenti della real tà aiuta il Bigiaretti a rag giungere quei risultati di ra ra autonomia o meglio di apparente disimpegno che al la fine è soltanto una misu ra prudenziale di attenzione.
Comunque, il meglio del Bigiaretti scrittore di raccon ti va cercato là dove lo spet tatore del costume e del tem po arma il suo teatro per istinto che è poi tutto fatto di risentimento, di dolore e anche di conoscenza del mon do che in lui suona come rimpianto di un altro mondo.
Il punto â— l’unico â— di contatto fra i racconti di Bigiaretti e quelli degli inizi del Prisco potrebbe essere de limitato dalla lontana acce zione di atmosfera e di cli ma poetico. Per tutto il re sto i procedimenti non com baciano e così va detto per gli scopi. In Bigiaretti c’è la premura di arrivare a un giudizio, nel Prisco tutto vie ne respinto nel mondo ra refatto della poesia. Inutile aggiungere che fra i due esempi corrono molti anni e quali anni, col loro seguito naturale di prove e di espe rimenti. Prisco â— a buon con to â— non si è mai allonta nato troppo da questi suoi primi modelli di invenzione, si è impegnato di più, ha saputo costruire ma il punto di partenza resta quello di allora. La « provincia addor mentata » finisce per identifi carsi in un modo di inten dere la vita o di dare un sen so all’esistenza e il suo stes so modo di raccontare su cui si erano soffermati cri tici di un rigore particolare come Cecchi e De Robertis è una conferma della pri ma vocazione dello scrittore che è appunto quella di rin chiudere in un’atmosfera poe tica i tratti più insignifican ti della nostra vita. Ciò che ad altri sarebbe sfuggito vie ne assunto dal Prisco con pazienza e con un non co mune rispetto dei margini insensibili della realtà.
E’ stata giustamente nota ta la singolarità del tono, sopratutto rispetto al tem po in cui questi racconti fu rono scritti (verso la fine del la guerra o nei primi anni del dopoguerra): allora la musica di moda era assai diversa e ciò vuol dire che se un giovane alle prime pro ve non aveva paura di suo nare « diverso », di far mu sica per conto suo il punto da illuminare è quello della vocazione. Caso mai, reste rebbe da vedere di quale vo cazione si trattava ma qui risponde la carriera dello scrittore e forse ancor di più la sua origine di chiara de rivazione letteraria. Prisco tentò allora un innesto ed ebbe la fortuna di ritagliarsi nella geografia del neoreali smo un suo paese ideale, di ciamo pure un paese del sen timento, così come il Lisi quindici anni avanti aveva fatto per il suo indimenti cabile e purissimo « paese dell’anima ».