di Geno Pampaloni
[da “La fiera letteraria”, numero 26, giovedì, 23 giugno 1968]
ANTONIO BAROLINI
L’ultima contessa di famiglia
Feltrinelli, pagine 312, lire 2300.
A seconda del taglio con cui li si guarda, i racconti di memoria che An tonio Barolini ha raccolto ne L’ultima contessa di famiglia possono apparire, di volta in volta, ammodernati bozzet ti alla toscana, oppure ritratti di strampalati e sottilmente disperati nuovi « buffi » disegnati sullo sfondo della provincia veneta, oppure, come anche si è detto, un nuovo genere di crepuscolarismo. Ma tutto questo, a chi guardi bene, appartiene a un gene re di definizioni e distinzioni letterarie che rischiano di fallire la mira per la non connivenza nel bersaglio. Per il Barolini la letteratura, come forse niente altro nella vita, non è tanto un « fare » quanto un € essere ». Se c’è scrittore, e poeta, per il quale i proble mi formali sono, nel profondo, secon dari, questi è lui. Direi che egli pensa, e sente, che la qualità artistica, ai suoi scritti, quando essi la conquistano, viene data, secondo la parola evangeli ca, « in sovrappiù ». E gli viene data non per la corrispondenza a un model lo precostituito di bellezza, ma per la fatica vitale e disinteressata che egli ha messo nel vivere ciò che scrive; nel vivere, intendo dire, scrivendolo.
Questa spinta volontaristica, così importante nell’ispirazione del Baroli ni, ha peraltro un suo contrappeso nell’ambito stesso della sua visione poetico-religiosa; un contrappeso es senziale, giacché, mancando esso, man cherebbe allo scrittore la radice di quel suo felice anarchismo, di quel suo amabile spirito libertario che lo distinguono da ogni altro. Se la poesia dunque è, innanzitutto, sentimento e ricerca della poesia; per converso la vita, nel suo insieme e in ogni istante, è, come egli ha scritto, « una riserva per la miracolosa pesca del Cristo », e ogni comunità, ogni uomo, « vive della sua epifania, della sua promessa e del la sua lieta novella di speranza ». Che significa questo? Che, nel momento in cui noi cerchiamo, Dio ci ha già trova ti, per suo conto, e da sempre.
Ecco individuati, credo, i due limiti tra i quali si tende la poesia del nostro scrittore; da un lato, il momento in quieto della ricerca, della coscienza d’essere coinvolto in un itinerario al cui termine sta una rivelazione (e an che la poesia è rivelazione); dall’altro lato sta il nostro essere vissuti, il no stro essere rivelati, brandello, ognuno, della « inconsutile veste del Cristo, tratta a sorte ai piedi della Croce ». Il ricercare e l’essere scelti, il nostro vo lontarismo al bene e il tollerante, talo ra malizioso e sempre insondabile di sporsi della Grazia, sono due momenti che in realtà non hanno apporto; ma il poeta, questa sentinella del mistero cristiano, è là all’erta sugli spalti a ce lebrare la miracolosa familiarità degli affetti umani con gli inconoscibili, af finché la gioia dell’attesa non sia im pari, e anzi coincida, con la gioia dell’« epifania ».
Monte di pietà di affetti
Umano e divino, sulla terra, posso no, ai suoi occhi, familiarmente scam biarsi le parti. Egli è il custode e il ga rante, se così posso esprimermi, tanto della libertà umana nella selva degli errori ove pur filtra la luce della spe ranza, quanto della libertà di Dio di mostrarsi là dove e come più impensa tamente gli accada. Egli è lieto e sen suale, disinibito e carnale: ha assunto su di sé il rischio della prova della mi sericordia e possiamo dire della conni venza di Dio. Il modo più eloquente, e più intenso, con cui il poeta può rivol gersi a Dio (e che mi sembra renda ra gione di questa lunga premessa) è quello usato nella « Preghiera del 1964, in un’ora di morte »: o sconosciu to, che « sei ».
Chi abbia la sensazione che siamo andati troppo oltre, a proposito di un libro, tutto sommato, di racconti pro fani e realistici, legga ora queste penetrantissime, definitive linee scritte da Eugenio Montale. Dopo aver rilevato la sicurezza del Barolini descrittore, la sua perfetta visualità sugli oggetti, egli scrive: « In Barolini gli oggetti trasudano memoria, e sono quasi un Monte di Pietà di affetti e di significa ti, un deposito di pegni solo recupera bili da chi presenti polizze che voglio no dire dolore, dispersione, fatica e so prattutto caparbia volontà di soprav vivere ». Perfetto. Io aggiungerei sol tanto che in quel monte dei pegni ove l’uomo presenta le sue polizze, il vero depositante, per Barolini, è Dio stesso.
A un simile tipo di poetica, che è esistenziale e religiosa prima di essere letteraria, lo scrittore è arrivato per gradi, e, più che sviluppando le pre messe giovanili della sua narrativa, che erano d’ordine naturalistico, vi è arrivato attraverso l’esercizio della poesia. Direi che è rimasto tal quale il naturalismo di fondo, che tanto bene si concilia con il suo cattolicesimo (po sitivismo sublimato e se del caso rove sciato nel silenzioso assurdo della provvidenza); solo che ha perduto ogni pesantezza deterministica, le pre messe sono sganciate dalle conseguen ze, nella libertà di essere degli uomini e delle cose è compresa ogni filosofia.
Così il suo contatto con la realtà è rimasto colorito, pieno, goduto, di tipo tradizionalmente realistico; ma al tem po stesso ha acquistato di aria e di lie vità, e come un sovrasenso gentile. Le dimensioni, il « fiato » dello scrittore sono rimasti quello che erano; ma la qualità è nobilitata in una prosa che non si esaurisce mai in se stessa. Gli giova ancora benissimo quel linguag gio « medio » una volta così bene ana lizzato da Pasolini, e magari fattosi più colloquiale, più disteso; ma perché ora si colloca agevolmente sui due re gistri, il realismo e l’« epifania », il grottesco e il memento, l’allegria del vivere e la responsabilità del vivere, gli oggetti da descrivere e le « poliz ze » da riscattare. Non avremmo, in somma, oggi, questo scrittore così fe dele senza forzature alla sua « gaia gioventù », così elegante nei suoi va gabondaggi tra le cose e le memorie, tra le persone e le ombre, se egli non avesse sempre meglio chiarito a se stesso le proprie urgenze spirituali.
Una casa a New York
A me piace molto, ad esempio, dei racconti de L’ultima contessa di fami glia, « Una casa in America » che apre il volume. Mi sembra che il contrap punto giocoso tra la parte del buratti naio e quella del burattino sia presso ché perfetto. In terra di alienazioni, appunto in America, il tocco dello scrittore riduce gli aspetti più proble matici dei rapporti e delle convivenze umane a innocenti manie, a fuggevole gioco di umori. Non c’è niente, nella nostra letteratura di questi anni, di più leggiadramente e persuasivamente anticonsumistico del tema virgiliano- cristiano della fuga, che non lo abban dona mai: « Mi strappai di dosso le inutili e morte radici e, portando con me quelle vitali, me ne andai per il mondo, in nome della fresca speranza che mi era cresciuta dentro e che sen to nuova e alacre e costruttrice di co se buone ». Ecco il nostro Antonio gi rare con sua moglie attorno a New York in cerca di casa; di una casa che, come Dio, « sia ». Ed ecco la sfilata delle macchiette, proprietari, mediato ri, familiari, ecco le baruffe domestiche, ecco il colorito racconto buffo in gentilito dal veneto ciacolar baroliniano. Poi infine la casa è trovata, e poi dopo qualche anno anche un’altra, an cora più bella, forse troppo bella, tan to che gli dà turbamento, lo fa sentire « un Adamo che, presto o tardi, per aver mangiato la fetta di una mela proibita e aver tradito la sua primiti va innocenza, sarebbe stato cacciato da quel suo non duraturo paradiso ter restre ». Ma il cuore è rimasto nella prima casa, ombrata da antichi alberi, « protettiva, confidente, solida, vasta », senza eccesso alcuno nella misura del la felicità, che ha, quando è vera e profonda, la sua parte di pudore. In primo piano, nel racconto, c’è l’aned dotica, il fraseggio dell’ironia. Ma sul fondo c’è una carità che va al di là delle immagini, e che il poeta riveste della sua ingenua malizia. Senza che mai il simbolismo si affacci scoperto, c’è tuttavia in ogni pagina questo bat tere alterno della ricerca e della rive lazione, del viaggio e della pace a mi sura dell’uomo, in cui a me pare di ri conoscere il più autentico dono del Barolini.
Parecchi altri racconti « italiani » del libro si raccomandano per la rico struzione, arguta e sobria, di singolari figure sullo sfondo familiare della so cietà vicentina e veneziana. Dalla zia Marietta (« La zia del ’48 ») divenuta, come un personaggio palazzeschiano, bella a 80 anni; così stramba e matta che i parenti devoti, dopo la sua mor te, dicevano che bisognava « aiutarla con molte messe » per risparmiarle un po’ di purgatorio; la quale nel 1854 aveva osato dire a due ufficiali tede schi che passeggiavano in piazza, di sollevare la spada, perché « non è de gna di toccare il suolo d’Italia ». Sino al professor Pitarelli (« L’omino del pe pe »), nella cui casa disabitata l’autore fu nascosto per qualche tempo in periodo clandestino (un po’ come il protagoni sta de Le notti della paura, 1967); e al quale, vincendone la taccagneria su perstiziosa, egli ruba un pizzico di pre zioso pepe nero delle Indie, per cuo cersi una bistecca prodigiosamente ve nuta a rompere il suo digiuno di reclu so.
Ho citato due dei racconti migliori. Non dirò che tutti siano di uguale feli cità; e toglierne qualcuno probabil mente avrebbe più giovato che nuo ciuto al libro. Nel quale tuttavia il Ba rolini è riuscito a far rivivere tutta una serie di ritratti e di ambienti, il cui motivo principale è quello della parsimonia spinta sino ad oltre l’ava rizia, della crudele limitatezza di oriz zonti spirituali; e che lo scrittore vede peraltro con bonomia, senza la frusta del moralista, e se mai con una sorri dente pietà non priva di malinconia per la luce favolosa che nell’infanzia accompagnò quei ritratti « di fami glia » e che ora talvolta punge tenera mente nella memoria. Lo scrittore vuol darci, sia chiaro, il suo « tempo perduto », sebbene un’immagine della vita che sorge dall’infanzia e lo accom pagna nella sua nuova realtà di uomo.
Infine, c’è, al culmine della riuscita, « La grande schidionata del cugino Ca nal ». Ormai tutti lo sanno, e non c’è bisogno (né spazio) per ripeterlo: un racconto da antologia.