Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Brogliaccio di Cirene

21 Febbraio 2015

di Raffaele Carrieri
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 29 maggio 1969]

Cirene. Mi ha svegliato Marinetti che abita con la moglie nel mio albergo. Con altri amici siamo ospiti di un pasci√†. Da queste parti i pasci√† dalla fine del diciot ¬≠tesimo secolo sono piuttosto scalcagnati. Invece, il nostro, aveva requisito il migliore al ¬≠bergo del luogo. Si comincia ¬≠va a bere spumante dalla pri ¬≠ma colazione del mattino. Non lo posso soffrire perch√© mi fa starnutire. A Marinetti piaceva, soltanto non lo poteva bere per non molestare l’ulcera.

¬ę Son venuto a dirti, mio caro-carissimo, che √® arrivata la vedova. E’ arrivata alle cinque del mattino e si √® mes ¬≠sa subito a lavorare… ¬Ľ.

Guardavo insonnolito Marinetti e non riuscivo a capire di quale vedova parlasse. Non attendevo nessuna vedova, non ne conoscevo una sola per un raggio di trentamila chilometri. Della notte prece ­dente ricordavo soltanto di averla trascorsa sotto la tenda, guardato da due somali. Non mi era mai toccato un ono ­re simile ed ero così sorpre ­so ed ammirato che rimasi sveglio, seguendoli con lo sguardo, andare avanti e in ­dietro come una coppia di struzzi-militari.

Marinetti aveva in testa la paglietta e si era fatto ser ­vire in camera mia un bic ­chiere di latte. Mi sembrava di essere a Napoli in un al ­bergo di via Caracciolo. Non pensavo alla vedova ma a una granita di caffè che avrei voluto avere sul letto insieme a una brioche.

Le cose si mettevano per le lunghe e Marinetti prefer√¨ scendere; era sempre smanio ¬≠so. Credevo fossero le nove, invece era mezzogiorno. Ave ¬≠vo dormito forse dieci ore. La luce premeva contro le tapparelle chiuse male; una burrasca silenziosa di scaglie di diamante che penetrava da per tutto. Stentavo a levarmi. Mi piace trattenermi fra le lenzuola col corpo nudo: do ¬≠po tanta sabbia, caldo e mo ¬≠sche. Mi piace fumare e ver ¬≠sarmi il caff√®. La luce √® fuori mentre io ero in ombra, al fresco, un piede sull’altro. In due settimane d’Africa non avevo incontrato una sola araba attraente.

*

Sono appena uscito dal ba ¬≠gno e mi vesto per raggiun ¬≠gere Marinetti; non lo trovo nel vestibolo, n√© lui, n√© gli al ¬≠tri amici. Nei saloni del risto ¬≠rante le tavole sono apparec ¬≠chiate ma non si vede ancora nessuno. Sono gli ultimi gior ¬≠ni di inverno. Il caldo si fa sentire, la luce √® intensa. Han ¬≠no disteso le grandi tende bianche e blu e si pu√≤ im ¬≠maginare, all’ombra, a una introduzione luministica per un concertino di Mozart.

Domando del pascià; mi di ­cono che è partito per Zilten a visitare le rovine della Vil ­la romana.

¬ę Anche sua eccellenza? ¬Ľ.

¬ę No signore, sua eccellen ¬≠za √® fuori a passeggio ¬Ľ.

Infatti lo incontro sulla spianata davanti all’albergo; √® sudato e si fa vento con la paglietta. Mi dice: ¬ę Hai fat ¬≠to bene a prendertela con co ¬≠modo, fa caldo e la vedova √® appena in fermento… Sta ballando dalle cinque di sta ¬≠mane ma √® tutt’altro che pronta… ¬Ľ.

Il cielo era di un bianco gessoso e le palme sembra ¬≠vano lunghissime scope di ra ¬≠gnatela. Da quella parte do ¬≠ve apparivano pi√Ļ fitte si scor ¬≠gevano mucchi di colonne, frontoni di templi diroccati, statue senza testa. Un paesag ¬≠gio archeologico abbastanza triste in quell’aria arroventa ¬≠ta. Sentivo la nenia degli ara ¬≠bi raccolti in cerchio dove la spianata era interrotta e inco ¬≠minciavano le rovine. La ve ¬≠dova in fermento, quando rag ¬≠giungemmo il gruppo degli arabi era in mezzo al coro degli ululati come un fagotto di stracci: una apparizione luttuosa.

Marinetti si era rimesso la paglietta perch√© il controluce era forte. Faceva uno sforzo a parlare, ma lo spettacolo lo attraeva. Disse che in Ci ¬≠renaica era difficile incontrare una ballerina simile. La ve ¬≠dova era una nomade, proba ¬≠bilmente di razza berbera, fuggita dal confine tunisino. Nessuno la inseguiva; da an ¬≠ni fuggiva da una regione all’altra, e ogni tanto si ferma ¬≠va e si metteva a ballare. Nessuno conosceva il suo no ¬≠me, a Cirene n√© altrove.

Ora la vedevo meglio. Rico ¬≠perta di spessi veli neri era a piedi nudi; dei piedi espres ¬≠sivi piantati nella sabbia co ¬≠me nodose radici di vigna. Al contatto dei piedi la terra ri ¬≠bolliva sollevando nuvoli di polvere biancastra. La danza ¬≠trice era piccolina e stringe ¬≠va nelle mani una canna tenuta orizzontalmente, all’al ¬≠tezza del petto. Ogni minima vibrazione passava dalle ma ¬≠ni alla canna che oscillava tagliandola in due. A dare questa impressione era la luce abbagliante che si interrom ¬≠peva dove la canna era tesa.

Senza il virgulto tenuto stret ¬≠to la vedova forse si sarebbe dissolta. Era come un punto di appoggio, un limite. Il pic ¬≠colo corpo rinsecchito si an ¬≠dava svegliando con lentezza caparbia e studiata, e sebbe ¬≠ne occultato nelle gramaglie ondeggianti, lasciava indovi ¬≠nare angoli e prominenze. Una faina perseguitata. Ballava da tante ore per addestrarsi me ¬≠glio in ogni fibra. Ad ogni pi√Ļ impercettibile movimento le ossa diventavano cedevoli. Vena dopo vena il sangue cor ¬≠reva pi√Ļ fluido articolando le membra come i rami di una pianta oscura. Una pianta in crescita nelle diverse oscilla ¬≠zioni che andava proiettando, nero su bianco. Nessuna fo ¬≠glia si perdeva, tutte divise e tutte insieme formavano un corpo indemoniato. Il tanfo che si sprigionava dagli arabi accalcati intorno alla danza ¬≠trice mi dava la nausea: ero ipnotizzato da quella esigua figura che faceva tremare la luce sulla sua ombra in mo ¬≠vimento.

Non potevo allontanarmi. Lo stesso succedeva a Marinetti che continuava a met ¬≠tere il fazzoletto alle narici, tanto quel fetore lo molesta ¬≠va. Avevo percorso centinaia di chilometri in poco pi√Ļ di una settimana. Avevo visto beduini spingere a cavallo mandrie di pecore. Ero en ¬≠trato negli accampamenti dei pastori nell’interno della Ci ¬≠renaica. Avevo sentito tutti gli odori dei mercati. Ma ecco che all’improvviso, sulla ra ¬≠dura squallida di una zona archeologica, a pochi passi da un albergo di lusso sen ¬≠tivo per la prima volta l’odo ¬≠re dell’Africa; il respiro pe ¬≠sante e antichissimo, presen ¬≠te e istantaneo di tutto un continente. Mi sembrava di essere rinchiuso in un vetu ¬≠sto provolone pieno di caver ¬≠ne; a me era toccato il loculo pi√Ļ stretto, con le pareti ca ¬≠prine indurite da secoli di sic ¬≠cit√†. La sabbia, la luce, le palme stecchite sullo sfondo biancastro, il cielo di latte cagliato, gli arabi che si agi ¬≠tavano in un ossessionante ansimare, tutto si accordava al soverchiante fetore. Una peste: e nella peste una appa ¬≠rizione demoniaca, la danza ¬≠trice.

*

Quelle che avevo viste nei locali notturni erano delle poverette che sbattevano il ventre come se avessero in ¬≠goiato un gatto. A Parigi die ¬≠tro il Boulevard Saint Michel, nel dedalo di viuzze scalcina ¬≠te, c’era un localetto gestito da un turco dove le ballerine √Ę‚ÄĒ quasi tutte armene √Ę‚ÄĒ erano piuttosto brave a far ro ¬≠teare i seni. Due pifferi e un tamburo ripetevano una sner ¬≠vante cantilena. I ventri bian ¬≠chi sussultavano da sinistra a destra, e viceversa. Gocce di sudore imperlavano le guance delle ragazze; i seni uscivano dalle mezze coppe di specchi come mele molestate dal di dentro da un verme. Tutto alla fine, si concludeva col giro del piatto.

Quella che mi stava ora da ¬≠vanti era una emanazione terrestre e il fetore che l’av ¬≠volgeva risaliva dai millenni del deserto. Una peste anti ¬≠chissima espressa in immagini conturbanti. Gli stracci della vedova mettevano il lutto al sole. Erano stracci pi√Ļ animati degli uccelli notturni. Nugoli di volatili trasparenti tenuti insieme da un filo invi ¬≠sibile. Comunque fosse lo sbattimento non una sola pen ¬≠na volava per conto suo. La faccia della vedova prendeva poco spazio; dal viluppo delle oscure garze si vedevano ri ¬≠splendere le pupille come stel ¬≠le tragiche. Il profilo nei mo ¬≠vimenti bruschi spingeva il crespo in avanti: il becco di un avvoltoio che si dibatte dietro una griglia.

Quelle che mi rapivano era ¬≠no le correnti visibili che at ¬≠traversavano le braccia e si diffondevano dal petto ai fianchi. Allora la testa muta ¬≠va posizione, si spostava da una spalla all’altra raggiun ¬≠gendo l’estremo limite del suo percorso, poi come colta da una catalessi parziale si im ¬≠mobilizzava in una specie di nodo sacro. A muoversi era soltanto il busto. Un serpente che si sveglia in un sacco chiuso e preme da ogni par ¬≠te per trovare una via d’usci ¬≠ta. E siccome il sacco √® pi√Ļ resistente del serpente la pres ¬≠sione della fuga si rovescia dalla parte opposta con vibra ¬≠zione maggiore. E questa vi ¬≠brazione aumenta sempre di pi√Ļ salendo dai fianchi ai seni fino a raggiungere la testa, che al contatto immediato, ri ¬≠prende a oscillare. Il fermen ¬≠to, diffuso in tutte le direzio ¬≠ni, si trasforma rapidamente in sussulto. Il ventre √® per ¬≠corso da colpi concentrici: rientrando in se stesso lascia un vuoto; poi di un balzo, co ¬≠me sospinto da una corrente impetuosa, il ventre riappare simile a una sfera roteante.

Marinetti avvicinandosi mi sussurra all’orecchio: ¬ę Stai attento, caro-carissimo: da un momento all’altro la vedova partorir√† un nuovo sole! ¬Ľ.


Letto 1718 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart