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LETTERATURA: I MAESTRI: Taranto

19 Febbraio 2015

di Raffaele Carrieri
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 12 gennaio 1970]

Una delle occasioni della mia infanzia era la capellera. Ho avuto l’antipatia pronta fin dalla tenera et√†. Oltre a odiarla mi faceva paura: una gigantessa piena di denti, di nei, di capelli pettinati su tre piani, l’ultimo dei quali rin ¬≠forzato da pettini sembrava un castello notturno. Nelle case meridionali la capellera era un personaggio importan ¬≠te. Le donne a qualsiasi ceto appartenessero erano in gara per la fertilit√† dei capelli. Pi√Ļ ne avevano e pi√Ļ ne voleva ¬≠no. Nelle stanze l’odore dei capelli bruciati era nauseante. Sopra la carbonella c’erano in permanenza ferri intrecciati che si scaldavano in attesa della capellera.

La nostra arrivava in un carrozzino color pulce, col mezzo mantice abbassato, ti ¬≠rato da un cavallo quieto, pi√Ļ piccolo degli altri. Il carroz ¬≠zino non faceva rumore per ¬≠ch√© era l’unico che avesse la gomma sulle ruote: arrivava in silenzio come un’ombra e la capellera scendeva come un’ombra pi√Ļ grande impu ¬≠gnando la valigetta dello stes ¬≠so colore del mantice. L’in ¬≠tero caseggiato attendeva la visita mattiniera. Le donne si disponevano per terrazze e ballatoi coi capelli disciolti sulle spalle, simili per am ¬≠piezza a mantelli. La capelle ¬≠ra non poteva pettinarle tut ¬≠te in una volta; mettevano le chiome in esposizione, pi√Ļ per mostrare la qualit√† e la lun ¬≠ghezza dei capelli che per la fretta di essere pettinate.

La mattina andava pren ¬≠dendo odore dai capelli aper ¬≠ti simili a piante aromatiche; le chiome pi√Ļ lunghe, disciol ¬≠te trecce e boccoli e sparec ¬≠chiate dai pettini che le te ¬≠nevano insieme nelle compli ¬≠cate costruzioni, respiravano profumando l’aria che anda ¬≠va prendendo le esalazioni delle misture. Le donne se ¬≠devano coi capelli sopra la spalliera delle sedie. Da lon ¬≠tano queste spalliere ricoper ¬≠te di chiome facevano la stes ¬≠sa ombra dei pergolati: oscu ¬≠ri pergolati d’uva nera; per ¬≠golati trasparenti dove il co ¬≠lore dei capelli era dorato co ¬≠me l’uvetta.

Le giovani, irrequiete, non stavano mai ferme e parlava ¬≠no dei capelli: i loro dove ¬≠vano crescere per arrivare al ¬≠l’altezza del ginocchio, e pi√Ļ gi√Ļ col peso giusto. Perch√© non si trattava di averli lun ¬≠ghi e lucenti come grappoli. Una grande capigliatura non si produce prima dei trenta; anche se il terreno √® fertile il capello √® un rampicante len ¬≠to, la sua forza sta nella ra ¬≠dice che pu√≤ fare quello che vuole: colore, leggerezza. E anche il buon odore.

*

L’arrivo della capellera in una casa si avvertiva fuori e dentro i muri. Le porte si aprivano in un altro modo, il voc√¨o si ramificava di stanza in stanza come se le don ¬≠ne fossero trasformate in vo ¬≠latili. La cerimonia era sem ¬≠pre la stessa in qualsiasi stan ¬≠za si svolgesse; i ferri erano tolti dalla brace e assaggiati sulla guancia. La capellera manovrava le arricciatrici pas ¬≠sandole nelle mani e soffian ¬≠doci sopra per raffreddarle; le inumidiva con la saliva, le scuoteva con gesti a ripeti ¬≠zione. Tutto quel che faceva era ben congegnato, il ritmo variava secondo la qualit√† dei capelli, massa disponibile e costruzione. Era nello stesso tempo tappezziere, pasticciere e giardiniere.

E che parola facile! Parlava al di sopra delle teste con l’abilit√† con cui muoveva le mani: le parole erano altrettanti pettini e pinze. Le donne non si lasciavano soltanto pettinare: il gioco della pettinatura ne produceva un altro, meno visibile ma in pi√Ļ modi complicato. Togliere le confidenze, certe intimit√† inconfessabili, le allusioni a questo e quel piacere sfuggente; poi venivano le indisposizioni, i guasti appena accennati negli organismi. La capellera sostituiva medico e confessore in un’intimit√† gradevole e familiare. Alla capellera si poteva dire tutto con giri di frase, silenzi che duravano meno; e riprese che allontanandosi dal discorso principale lo completavano con piccoli inganni.

Le risposte continuavano in un’altra maniera; pi√Ļ abile in ci√≤ che doveva essere sottinteso, i vicoli morti che conducono attraverso meandri alla stessa porta che sembra chiusa, invece √® semplicemente socchiusa, per permettere a quelli che non vogliono essere visti di andare dall’altra parte. Il divertimento di lasciarsi pettinare occultava timori e speranze ma a poco a poco i timori si smagliavano fra le dita della capellera. Le speranze, al contrario, rimosse dal loro stato di incertezza a colpi di pettine, si andavano aggiustando nel verso giusto.

L’olio profumato impiegato dalla capellera era meno insinuante delle sue parole. Come per ogni capigliatura usava olio diverso e un trattamento corrispondente, cos√¨ coi segreti che queste donne le andavano confidando traeva auspici conciliando rimedi, cure, scongiuri, e ogni altra diavoleria disponibile nel repertorio delle sue virt√Ļ taumaturgiche.

La capellera era contraria a farmacisti e dottori, alle me ¬≠dicine, alle iniezioni, sciroppi e pasticche. Come i giardinie ¬≠ri con le piante, le bastava dare uno sguardo ai capelli per intendere la natura dei mali, qualunque fossero. Ta ¬≠stava le teste e sembrava una maestra orba su una tastiera. Sotto ogni capello c’era la ve ¬≠ra vita delle persone, le loro debolezze e forza, le magagne, l’origine di ciascun male me ¬≠scolati in una confusione la quale solo a lei era dato esplorare e accomodare.

Talvolta, quando i flussi maligni erano tanti e i polpastrelli incerti nel distinguerli ricorreva al suo orecchio a ventosa che affondava nei capelli come un palombaro nel fondo del mare per rimuovere qualche prezioso rottame. Le teste che meglio pagavano meglio erano rovistate. La gigantessa allora si assottigliava in astuzie senza fine. Non era pi√Ļ soltanto una capellera consumata in ogni arte del pettinare √Ę‚ÄĒ coi boccoli poteva far ponti e ogni sorta di pagode e cascate √Ę‚ÄĒ ma centro tumultuoso di un sistema di intuizioni: maga, cartomante, cerusica, guaritrice di mali inguaribili.

Per queste pratiche speciali arrivava dopo l’imbrunire col carrozzino chiuso. Nella valigia non c’erano pettini e forcine; al posto dell’olio armeno le boccette contenevano scurissimi intrugli; mazzi di carte con figure capovolte, amuleti, pezzetti di carbone vegetale, noci sbagliate e una quantit√† di piombi, che, una volta fusi, sgocciolavano nel bacile d’acqua scrivendo una specie di scrittura araba che la capellera decifrava. Non era quella del piombo la sua sola maniera di far scrittura: un capello attorcigliato, cera e cenere, i fondi dei caff√®, l’olio sparso nell’acqua erano altrettanti segni per leggere l’invisibile e predire il futuro.

Durante la lettura ogni tanto una delle donne si alzava nascondendosi per piangere.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart