di Giorgio Bassani
[dal “Corriere della Sera”, domenica 16 novembre 1969]
Alle domande rabbiose, in sistenti, che Bruno Lattes ri volgeva all’Adriana Trentini, questa non rispondeva. « Al diavolo », pensò Bruno alla fine, esasperato; e distolse gli sguardi.
Li girò in direzione della bizzarra finestra semicircola re, ad arco, che dava sulla campagna dalla parte di Bo logna. Lungo lo stradone del la Darsena stava passando adagio adagio una fila di bi rocci. Dalla ciminiera dello zuccherificio dell’Eridania, sul la destra, usciva con impeto un fumo nero, denso di fu liggine. Se la conosceva! â— continuò a pensare â—. Per tre anni, lui non aveva fatto al tro che parlare. Invece lei, a rifletterci, era sempre rimasta zitta. Sicuro â— insistette, e provava ad un tratto un senso di leggerezza, di pura soddi sfazione intellettuale â—: an che quando ci dava più den tro con le sue famose giran dole di chiacchiere spiritose, divertenti, mondane, anche al lora, dell’Adriana, non c’era per niente da fidarsi. In real tà stava lì ad ascoltare in si lenzio, minacciosa. Come un muro, non so, o un albero…
Quando tornò a guardarla, si rese conto che non si era mossa. La guardava, e si in teneriva. Addossata ad una parete dell’atrio, l’Adriana fis sava un punto del pavimento, mentre ogni tanto, con un mo to brusco del capo, liberava la guancia dai capelli. Ma ec co: svelta a sbirciare di tra verso, da sotto in su, adesso… Cos’è che stava cercando di fare, maledetta? Tirava, per caso, a leggergli l’ora sul polso?
Stavolta perdette il lume degli occhi.
« Me ne vado, me ne va do », proruppe. « Non aver paura che me ne vado ».
Avrebbe voluto insultarla, darle della puttana, picchiar la. Senonché, ricominciando a intenerirsi:
« Addio », soggiunse, e si avviò verso la porta.
Sentiva che non l’avrebbe rivista mai più. Sulla soglia ripeté: « Addio ».
« Ciao », rispose l’Adriana, senza muovere un passo.
Quell’anno, il fatidico ’38, l’inverno si annunciò piutto sto tardi. Soltanto verso la fi ne d’ottobre cominciarono i primi grossi temporali, le pri me nebbie. Già da allora, in ogni caso, e si era al princi pio, Bruno non usciva quasi mai. Le leggi razziali erano state appena promulgate. Inol tre aveva detto all’Adriana che per finire la tesi avrebbe cambiato università. Basta coi soliti su e giù tra Ferrara e Bologna â— aveva dichiara to â—, basta con tutto quel tempo perduto sui treni. A giorni si sarebbe trasferito a Firenze, per starci. Ma aveva mentito, ed ora temeva che l’Adriana, venuta a conoscere la verità, potesse giudicarlo senza indulgenza: un bugiar do, un piccolo millantatore ri dicolo.
Anche su in casa si faceva vedere il minimo necessario: esclusivamente per i pasti, in pratica, che spesso, fra l’al tro, prendeva da solo, o un po’ prima dei familiari, o un po’ dopo. Il resto della gior nata lo passava rinchiuso nel lo studio a pianterreno dove nessuno, nemmeno suo padre, il più intimidito, in fondo, dal suo viso di gelo, si azzardava mai a mettere piede. Le ore trascorrevano inerti. Dalla fi nestra alta e stretta, incom bente a lato della poltrona di velluto verde e della scriva nia, pioveva una luce senza colore, insufficiente alla let tura.
Le fantasie lo portavano di continuo altrove. Sprofonda to nella poltrona pensava all’Adriana, e si domandava che cosa stesse facendo in quel momento. La vedeva nella sua stanza: la stessa dove a par tire dal gennaio scorso fino ai primi di luglio, quando an che i Trentini erano partiti per il mare, per Rimini, lui, di notte, era potuto penetrare tante volte. Stesa sul letto, l’Adriana fumava. Chissà, pe rò: forse, un pomeriggio, si sarebbe improvvisamente stan cata di fumare e ascoltare di schi. Cedendo ad uno dei suoi subitanei impulsi irrazionali, magari per semplice curiosi tà, un giorno o l’altro lei gli avrebbe telefonato. Gli avreb be telefonato, e lui, lui sareb be subito accorso. Avrebbe preso la bicicletta, attraversa to la città, ed eccolo sotto le finestre di casa sua, là dalla Spianata, a modulare il solito fischio, il loro fischio. Avreb be fatto le scale di corsa, se la sarebbe trovata dinanzi. Era così dimagrito e sciupa to, lui, c’era tanta sofferenza nei suoi occhi, le leggi raz ziali lo avevano reso talmen te degno di compassione, che l’Adriana non avrebbe resisti to, gli si sarebbe buttata sen za indugio fra le braccia.
« Voglio stare un po’ sola », gli aveva detto un attimo pri ma che si separassero, appe na prima che lei si chiudesse in quel suo mutismo tremen do. « Ho come voglia di tornare bambina. E d’altra par te â— aveva soggiunto, sorri dendo crudelmente â—, non ho che diciassette anni ».
Era vero, si era espressa esattamente così, ma che co sa significava? Ancora non aveva nessun altro, l’Adriana. Di sicuro. Se no, figuriamoci se qualche anima buona non si sarebbe subito data la pena di avvertirlo! E siccome non aveva ancora nessun altro, tutto restava sempre possibi le. Rivederla, parlarle: que sto, l’essenziale. Bisognava so lo trovare il modo. La sera scendeva lentamente. Il libro sulle ginocchia, Bruno si smar riva dietro infinite congetture.
Più tardi, salito di sopra per cenare, sua madre gli ri feriva le telefonate del pome riggio. Spesso non ricordava con precisione, confondeva i nomi.
Non c’era niente che lo ir ritasse di più. Era capace di mettersi a urlare, a pestare i piedi per terra. Come un pazzo.
*
Anche per evitare di incon trarsi col padre, il quale, dal canto suo, paventando discus sioni politiche, aveva preso l’abitudine di non rientrare mai prima delle nove, subito dopo mangiato indossava il cappotto, si schiacciava il cap pello in testa, e usciva.
A metà novembre, già il freddo pungeva. Dopo una intera giornata trascorsa al chiuso, in una immobilità ac cidiosa, l’aria, il moto, lo ec citavano. Si teneva alla larga dal centro e dai suoi caffè, monopolii della odiata bor ghesia: odiata e amata. Come molti altri di noi, a quell’epo ca, e non soltanto a Ferrara, anche lui sceglieva le vie se condarie. Alla Giovecca, al viale Cavour, a corso Roma, preferiva via delle Volte, via Coperta, via San Romano, via Fondo Banchetto, eccetera, en trando in qualche osteria, in qualche bar di infimo ordine, dove, in piedi di fianco al bi liardo, assisteva a lunghe par tite fra sconosciuti, gente di mezza tacca dall’aria non di rado equivoca. Il suo ingresso passava per lo più inosserva to. La sua presenza, quando non avesse offerto i suoi ser vigi come marcatore di punti, altrettanto.
Talvolta, prima di rincasa re (a meno che non fosse fi nito a bordello), raggiungeva i bastioni a lato di Porta Re no, in un punto delle mura urbane dove era sorto sin dal l’estate un piccolo, misero par co di divertimenti: qualche giostra, due o tre baracche di cui una per il tiro a segno, un teatrino di marionette a quell’ora invariabilmente chiu so con tanto d’assi e di spran ghe. Perché non si stancava mai di tornarci, lassù, in quel deserto, in quello squallore? Che cosa era, a riportarcelo? Nemmeno lui lo sapeva bene.
Seguita in ogni movimento da qualche residuo corteggia tore, muto, a contemplarla, coi gomiti appoggiati al ban co di divisione, la ragazza del tiro a segno no â— pensa va â—: fra lei e l’Adriana non c’era proprio niente di comu ne, assolutamente. Intanto era meno alta. Poi aveva un pro filo dritto, chiuso, ed occhi celesti, già, però freddi, duri, cattivi. C’erano le sue mani, infine, di cui si serviva per trattare le carabine ad aria compressa con gesti misurati ed energici, quasi virili: mani arrossate, gonfie, dalle unghie dei pollici quadrate, deformi. Eppure doveva riconoscerlo: quelle mani, quegli occhi, quel corpo animalesco stretto in un maglione rosa, quel suo crudo accento toscano, tutto in lei lo attraeva, sì, lo affascinava. La guardava anche lui come gli altri: insaziabilmente. Ogni particolare del suo aspetto gli parlava di magagne segrete, di vizi forsennati. Le cercava continuamente gli occhi. Se gli riusciva di incrociare i pro pri sguardi con quelli di lei, sentiva il cuore dare un sus sulto. Ne ricavava un piacere amaro, una specie di gioia vendicativa.
Ad andarsene era sempre l’ultimo, o quasi. Dietro la baracca si disegnava nell’om bra la sagoma oblunga di un carrozzone di zingari. Tre finestrette, ornate di tendine, lasciavano scorgere l’interno illuminato da una luce molto viva.
« Come mai? â— chiese una volta, con voce d’un tratto tremante, strangolata, e intan to la ragazza ricaricava la ca rabina â— Avete gli accumu latori? ».
Non fu degnato di risposta. Una notte, comunque, una delle finestrette si aprì. Ne uscirono un suono di gram mofono e una testa bruna, ric ciuta: d’uomo.
Gli venne da ridere.
« Mon beau tzigan, mon amour… », prese a declama re, a bassa voce, le palpebre semichiuse.
La toscana lo guardò appe na, dopodiché, deposta la ca rabina che stava passandogli, si allontanò senza fretta verso il carrozzone. Riapparve di lì a una ventina di minuti; e mentre riprendeva il suo posto dietro il banco, e tornava a porgergli il fucile, ammiccò in direzione della finestretta ormai spenta, sbuffando dalle labbra grosse e ritinte, peren nemente imbronciate.
La notte successiva, la ba racca del tiro a segno e il car rozzone non c’erano più. Par titi, spariti: come se lui, Bru no, se li fosse sognati e basta.
E di colpo capì due cose: che soltanto a cominciare da questo momento avrebbe sa puto cosa volesse dire, vera mente, la parola « sofferen za »; e che il ricordo della smorfia della ragazza dei fu cili â— una smorfia che la se ra avanti lo aveva riempito, ad un tratto, di felicità, di gelosia, e di un oscuro senso di abbiezione â— gli sarebbe rimasto impresso dentro per molti anni a venire, chissà mai quanti. Come un piccolo mar chio: minimo, ma indelebile.