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LETTERATURA: I MAESTRI: Bruno Lattes. La ragazza dei fucili

16 Novembre 2013

di Giorgio Bassani
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 16 novembre 1969]

Alle domande rabbiose, in ¬≠sistenti, che Bruno Lattes ri ¬≠volgeva all’Adriana Trentini, questa non rispondeva. ¬ę Al diavolo ¬Ľ, pens√≤ Bruno alla fine, esasperato; e distolse gli sguardi.
Li gir√≤ in direzione della bizzarra finestra semicircola ¬≠re, ad arco, che dava sulla campagna dalla parte di Bo ¬≠logna. Lungo lo stradone del ¬≠la Darsena stava passando adagio adagio una fila di bi ¬≠rocci. Dalla ciminiera dello zuccherificio dell’Eridania, sul ¬≠la destra, usciva con impeto un fumo nero, denso di fu ¬≠liggine. Se la conosceva! √Ę‚ÄĒ continu√≤ a pensare √Ę‚ÄĒ. Per tre anni, lui non aveva fatto al ¬≠tro che parlare. Invece lei, a rifletterci, era sempre rimasta zitta. Sicuro √Ę‚ÄĒ insistette, e provava ad un tratto un senso di leggerezza, di pura soddi ¬≠sfazione intellettuale √Ę‚ÄĒ: an ¬≠che quando ci dava pi√Ļ den ¬≠tro con le sue famose giran ¬≠dole di chiacchiere spiritose, divertenti, mondane, anche al ¬≠lora, dell’Adriana, non c’era per niente da fidarsi. In real ¬≠t√† stava l√¨ ad ascoltare in si ¬≠lenzio, minacciosa. Come un muro, non so, o un albero…

Quando torn√≤ a guardarla, si rese conto che non si era mossa. La guardava, e si in ¬≠teneriva. Addossata ad una parete dell’atrio, l’Adriana fis ¬≠sava un punto del pavimento, mentre ogni tanto, con un mo ¬≠to brusco del capo, liberava la guancia dai capelli. Ma ec ¬≠co: svelta a sbirciare di tra ¬≠verso, da sotto in su, adesso… Cos’√® che stava cercando di fare, maledetta? Tirava, per caso, a leggergli l’ora sul polso?

Stavolta perdette il lume degli occhi.

¬ę Me ne vado, me ne va ¬≠do ¬Ľ, proruppe. ¬ę Non aver paura che me ne vado ¬Ľ.

Avrebbe voluto insultarla, darle della puttana, picchiar ­la. Senonché, ricominciando a intenerirsi:

¬ę Addio ¬Ľ, soggiunse, e si avvi√≤ verso la porta.
Sentiva che non l’avrebbe rivista mai pi√Ļ. Sulla soglia ripet√©: ¬ę Addio ¬Ľ.
¬ę Ciao ¬Ľ, rispose l’Adriana, senza muovere un passo.

Quell’anno, il fatidico ’38, l’inverno si annunci√≤ piutto ¬≠sto tardi. Soltanto verso la fi ¬≠ne d’ottobre cominciarono i primi grossi temporali, le pri ¬≠me nebbie. Gi√† da allora, in ogni caso, e si era al princi ¬≠pio, Bruno non usciva quasi mai. Le leggi razziali erano state appena promulgate. Inol ¬≠tre aveva detto all’Adriana che per finire la tesi avrebbe cambiato universit√†. Basta coi soliti su e gi√Ļ tra Ferrara e Bologna √Ę‚ÄĒ aveva dichiara ¬≠to √Ę‚ÄĒ, basta con tutto quel tempo perduto sui treni. A giorni si sarebbe trasferito a Firenze, per starci. Ma aveva mentito, ed ora temeva che l’Adriana, venuta a conoscere la verit√†, potesse giudicarlo senza indulgenza: un bugiar ¬≠do, un piccolo millantatore ri ¬≠dicolo.

Anche su in casa si faceva vedere il minimo necessario: esclusivamente per i pasti, in pratica, che spesso, fra l’al ¬≠tro, prendeva da solo, o un po’ prima dei familiari, o un po’ dopo. Il resto della gior ¬≠nata lo passava rinchiuso nel ¬≠lo studio a pianterreno dove nessuno, nemmeno suo padre, il pi√Ļ intimidito, in fondo, dal suo viso di gelo, si azzardava mai a mettere piede. Le ore trascorrevano inerti. Dalla fi ¬≠nestra alta e stretta, incom ¬≠bente a lato della poltrona di velluto verde e della scriva ¬≠nia, pioveva una luce senza colore, insufficiente alla let ¬≠tura.

Le fantasie lo portavano di continuo altrove. Sprofonda ¬≠to nella poltrona pensava all’Adriana, e si domandava che cosa stesse facendo in quel momento. La vedeva nella sua stanza: la stessa dove a par ¬≠tire dal gennaio scorso fino ai primi di luglio, quando an ¬≠che i Trentini erano partiti per il mare, per Rimini, lui, di notte, era potuto penetrare tante volte. Stesa sul letto, l’Adriana fumava. Chiss√†, pe ¬≠r√≤: forse, un pomeriggio, si sarebbe improvvisamente stan ¬≠cata di fumare e ascoltare di ¬≠schi. Cedendo ad uno dei suoi subitanei impulsi irrazionali, magari per semplice curiosi ¬≠t√†, un giorno o l’altro lei gli avrebbe telefonato. Gli avreb ¬≠be telefonato, e lui, lui sareb ¬≠be subito accorso. Avrebbe preso la bicicletta, attraversa ¬≠to la citt√†, ed eccolo sotto le finestre di casa sua, l√† dalla Spianata, a modulare il solito fischio, il loro fischio. Avreb ¬≠be fatto le scale di corsa, se la sarebbe trovata dinanzi. Era cos√¨ dimagrito e sciupa ¬≠to, lui, c’era tanta sofferenza nei suoi occhi, le leggi raz ¬≠ziali lo avevano reso talmen ¬≠te degno di compassione, che l’Adriana non avrebbe resisti ¬≠to, gli si sarebbe buttata sen ¬≠za indugio fra le braccia.

¬ę Voglio stare un po’ sola ¬Ľ, gli aveva detto un attimo pri ¬≠ma che si separassero, appe ¬≠na prima che lei si chiudesse in quel suo mutismo tremen ¬≠do. ¬ę Ho come voglia di tornare bambina. E d’altra par ¬≠te √Ę‚ÄĒ aveva soggiunto, sorri ¬≠dendo crudelmente √Ę‚ÄĒ, non ho che diciassette anni ¬Ľ.

Era vero, si era espressa esattamente cos√¨, ma che co ¬≠sa significava? Ancora non aveva nessun altro, l’Adriana. Di sicuro. Se no, figuriamoci se qualche anima buona non si sarebbe subito data la pena di avvertirlo! E siccome non aveva ancora nessun altro, tutto restava sempre possibi ¬≠le. Rivederla, parlarle: que ¬≠sto, l’essenziale. Bisognava so ¬≠lo trovare il modo. La sera scendeva lentamente. Il libro sulle ginocchia, Bruno si smar ¬≠riva dietro infinite congetture.

Pi√Ļ tardi, salito di sopra per cenare, sua madre gli ri ¬≠feriva le telefonate del pome ¬≠riggio. Spesso non ricordava con precisione, confondeva i nomi.

Non c’era niente che lo ir ¬≠ritasse di pi√Ļ. Era capace di mettersi a urlare, a pestare i piedi per terra. Come un pazzo.

*

Anche per evitare di incon ¬≠trarsi col padre, il quale, dal canto suo, paventando discus ¬≠sioni politiche, aveva preso l’abitudine di non rientrare mai prima delle nove, subito dopo mangiato indossava il cappotto, si schiacciava il cap ¬≠pello in testa, e usciva.

A met√† novembre, gi√† il freddo pungeva. Dopo una intera giornata trascorsa al chiuso, in una immobilit√† ac ¬≠cidiosa, l’aria, il moto, lo ec ¬≠citavano. Si teneva alla larga dal centro e dai suoi caff√®, monopolii della odiata bor ¬≠ghesia: odiata e amata. Come molti altri di noi, a quell’epo ¬≠ca, e non soltanto a Ferrara, anche lui sceglieva le vie se ¬≠condarie. Alla Giovecca, al viale Cavour, a corso Roma, preferiva via delle Volte, via Coperta, via San Romano, via Fondo Banchetto, eccetera, en ¬≠trando in qualche osteria, in qualche bar di infimo ordine, dove, in piedi di fianco al bi ¬≠liardo, assisteva a lunghe par ¬≠tite fra sconosciuti, gente di mezza tacca dall’aria non di rado equivoca. Il suo ingresso passava per lo pi√Ļ inosserva ¬≠to. La sua presenza, quando non avesse offerto i suoi ser ¬≠vigi come marcatore di punti, altrettanto.

Talvolta, prima di rincasa ¬≠re (a meno che non fosse fi ¬≠nito a bordello), raggiungeva i bastioni a lato di Porta Re ¬≠no, in un punto delle mura urbane dove era sorto sin dal ¬≠l’estate un piccolo, misero par ¬≠co di divertimenti: qualche giostra, due o tre baracche di cui una per il tiro a segno, un teatrino di marionette a quell’ora invariabilmente chiu ¬≠so con tanto d’assi e di spran ¬≠ghe. Perch√© non si stancava mai di tornarci, lass√Ļ, in quel deserto, in quello squallore? Che cosa era, a riportarcelo? Nemmeno lui lo sapeva bene.

Seguita in ogni movimento da qualche residuo corteggia ¬≠tore, muto, a contemplarla, coi gomiti appoggiati al ban ¬≠co di divisione, la ragazza del tiro a segno no √Ę‚ÄĒ pensa ¬≠va √Ę‚ÄĒ: fra lei e l’Adriana non c’era proprio niente di comu ¬≠ne, assolutamente. Intanto era meno alta. Poi aveva un pro ¬≠filo dritto, chiuso, ed occhi celesti, gi√†, per√≤ freddi, duri, cattivi. C’erano le sue mani, infine, di cui si serviva per trattare le carabine ad aria compressa con gesti misurati ed energici, quasi virili: mani arrossate, gonfie, dalle unghie dei pollici quadrate, deformi. Eppure doveva riconoscerlo: quelle mani, quegli occhi, quel corpo animalesco stretto in un maglione rosa, quel suo crudo accento toscano, tutto in lei lo attraeva, s√¨, lo affascinava. La guardava anche lui come gli altri: insaziabilmente. Ogni particolare del suo aspetto gli parlava di magagne segrete, di vizi forsennati. Le cercava continuamente gli occhi. Se gli riusciva di incrociare i pro ¬≠pri sguardi con quelli di lei, sentiva il cuore dare un sus ¬≠sulto. Ne ricavava un piacere amaro, una specie di gioia vendicativa.

Ad andarsene era sempre l’ultimo, o quasi. Dietro la baracca si disegnava nell’om ¬≠bra la sagoma oblunga di un carrozzone di zingari. Tre finestrette, ornate di tendine, lasciavano scorgere l’interno illuminato da una luce molto viva.

¬ę Come mai? √Ę‚ÄĒ chiese una volta, con voce d’un tratto tremante, strangolata, e intan ¬≠to la ragazza ricaricava la ca ¬≠rabina √Ę‚ÄĒ Avete gli accumu ¬≠latori? ¬Ľ.

Non fu degnato di risposta. Una notte, comunque, una delle finestrette si apr√¨. Ne uscirono un suono di gram ¬≠mofono e una testa bruna, ric ¬≠ciuta: d’uomo.

Gli venne da ridere.

¬ę Mon beau tzigan, mon amour… ¬Ľ, prese a declama ¬≠re, a bassa voce, le palpebre semichiuse.

La toscana lo guardò appe ­na, dopodiché, deposta la ca ­rabina che stava passandogli, si allontanò senza fretta verso il carrozzone. Riapparve di lì a una ventina di minuti; e mentre riprendeva il suo posto dietro il banco, e tornava a porgergli il fucile, ammiccò in direzione della finestretta ormai spenta, sbuffando dalle labbra grosse e ritinte, peren ­nemente imbronciate.

La notte successiva, la ba ¬≠racca del tiro a segno e il car ¬≠rozzone non c’erano pi√Ļ. Par ¬≠titi, spariti: come se lui, Bru ¬≠no, se li fosse sognati e basta.

E di colpo cap√¨ due cose: che soltanto a cominciare da questo momento avrebbe sa ¬≠puto cosa volesse dire, vera ¬≠mente, la parola ¬ę sofferen ¬≠za ¬Ľ; e che il ricordo della smorfia della ragazza dei fu ¬≠cili √Ę‚ÄĒ una smorfia che la se ¬≠ra avanti lo aveva riempito, ad un tratto, di felicit√†, di gelosia, e di un oscuro senso di abbiezione √Ę‚ÄĒ gli sarebbe rimasto impresso dentro per molti anni a venire, chiss√† mai quanti. Come un piccolo mar ¬≠chio: minimo, ma indelebile.


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Bart