Una corsa ad Abbazia

di Giorgio Bassani
[dal “Corriere della Sera”, martedì 9 dicembre 1969]

Dopo un inverno e una pri ­mavera trascorsi a macerare in solitudine; esclusa qualche le ­zione privata, a cui si sobbar ­cava per non dipendere del tut ­to dalla famiglia, non trovando la forza di combinare quasi niente, scrivere no, nemmeno al ­la tesi gli riusciva di applicarsi, e a Bologna stessa, per incon ­trarsi coi vecchi compagni di università già tutti quanti lau ­reati, andandoci al massimo ogni quindici giorni: verso la fine di agosto del ’39 Bruno Lattes co ­minciò a considerare seriamen ­te l’opportunità di rivedere an ­cora una volta l’Adriana Tren ­tini.

Non è che in proposito si fa ­cesse troppe illusioni. Lo capi ­va bene a distanza di un anno da quando l’Adriana lo aveva lasciato, e con le leggi razziali che di giorno in giorno si facevano sempre più rigide e op ­primenti (pochi scherzi: a farsi beccare, c’era da finire lei in questura, come una puttana da marciapiede, e lui al confino…), riattaccare, in simili condizioni, soltanto un pazzo avrebbe po ­tuto immaginarlo come effetti ­vamente realizzabile. Eppure non poteva darsi che adesso, al mare, lontano da Ferrara, l’A ­driana si lasciasse convincere a far l’amore un’ultima volta? Do ­veva, lasciarsi convincere! Per quello che le sarebbe costato! Solamente a questo patto, co ­munque â— ormai ne era certo â— a lui sarebbe riuscito di li ­berarsi. Scrollatosi di dosso il giogo della servitù, avrebbe fi ­nalmente voltato pagina e rico ­minciato a vivere. Alla tesi sul Berchet avrebbe tirato il collo in pochi giorni. E poi si sarebbe laureato.

Come mare, quell’estate i Trentini erano andati a sceglie ­re una località inconsueta. In ­vece che affittare la solita vil ­letta nella solita Rimini, ad appena un centinaio di chilometri da Ferrara, erano finiti niente ­meno che ad Abbazia: un posto remotissimo, in fondo all’Istria, ore e ore di treno per arrivarci Ma anche questa circostanza in fin dei conti, si accordava perfettamente coi suoi progetti. Ad Abbazia, Vicino a Fiume, a un tiro di schioppo dal confine con la Jugoslavia, di ferraresi non c’erano magari che loro, l’ingegner Trentini e famiglia: padre, madre, le due sorelle, Adriana e Rosanna, e Cesare, il fratellino minore. Senza fer ­raresi in giro, lui e l’Adriana si sarebbero potuti muovere con li ­bertà quasi assoluta. Andare ad ­dirittura a spasso assieme, se ne avessero avuto voglia…

Partì con un diretto la mat ­tina presto del 29, un venerdì, raggiungendo Trieste alle due circa del pomeriggio. Qui scese per cambiare. Sapeva che in cor ­riera sarebbe arrivato a destina ­zione con almeno tre ore di an ­ticipo sul treno, dunque abbon ­dantemente prima di buio: cosa. questa, che gli avrebbe dato modo di cercare con calma una buona stanza: non troppo cara, ma adatta.

Voleva anche nutrirsi, ades ­so, se possibile. Senonché, quando fu uscito nel piazzale della stazione, ed ebbe scorto l’auto ­bus fermo a lato del marciapie ­de col motore già acceso, si rese subito conto che la colazione avrebbe dovuto saltarla. Si rimi ­se da un primo attimo di smar ­rimento con un sorriso. Pazien ­za â— si disse, affrettando il pas ­so nonostante la valigia â—. A Monfalcone, un’ora fa, aveva preso un panino al prosciutto. Poteva senz’altro tirare avanti così fino a stasera.

Arrampicatasi in cima all’al ­tipiano incombente sulla città, la corriera cominciò a inoltrar ­si in un vasto paesaggio di on ­dulate praterie, cumuli di sassi bianchi come ossa, sparsi bo ­schi di abeti e di betulle. Ogni tanto Bruno guardava. Essendo la prima volta che capitava da quelle parti, si studiava di im ­primere nella memoria tutto ciò che vedeva. Notò fra l’altro che sebbene la luce pomeridiana splendesse accecante, l’aria, las ­sù, era diventata assai più fre ­sca… Si sforzava: ma la testa, al solito, non l’aveva lì. Ran ­nicchiato nel suo angolo, lo sto ­maco vuoto, tornava presto a immergersi in se stesso, nei suoi pensieri.

*

Erano pensieri non troppo di ­versi da quelli che in quei gior ­ni assillavano un po’ tutti i non ­fascisti. Dopo il patto fra Ger ­mania nazista e URSS, che cosa sarebbe accaduto della Polonia? La garanzia di Francia e In ­ghilterra sarebbe bastata a pro ­teggerla dall’invasione tedesca? L’esercito polacco si fondava specialmente sulla cavalleria, quella stessa cavalleria che, com ­piendo miracoli di eroismo, ave ­va respinto le truppe russe nel ’20. Ma cosa sarebbero stati in grado di combinare dei roman ­tici soldati a cavallo, armati di lancia e sciabola, contro le mi ­gliaia e migliaia di carri coraz ­zati della Wehrmacht? E Hitler? D’accordo: di Austria e Ceco ­slovacchia, Hitler aveva fatto due soli bocconi. Era davvero pensabile, tuttavia, a questo pun ­to, che gli lasciassero inghiotti ­re anche la Polonia? E l’Italia? E gli ebrei italiani? Lasciamo stare: stavolta Hitler non avreb ­be osato. Se avesse osato, sa ­rebbe stata, di nuovo, la guerra mondiale. E lui, una guerra sui due fronti, di qua Gran Breta ­gna e Francia e di là Polonia, lui non l’avrebbe mai arrischia ­ta. L’aveva detto, del resto; e scritto: forse in Mein Kampf

Pensava anche all’Adriana, al loro incontro imminente.

I Trentini â— aveva potuto ap ­purarlo â— stavano in albergo: al Victoria, uno dei primi. Tan ­to meglio. Ciò gli avrebbe per ­messo, appena arrivato, di te ­lefonare, e di chiedere al por ­tiere proprio di lei, della signo ­rina. Ma a proposito: avrebbe subito chiesto dell’Adriana, op ­pure di Rosanna, la sorella? Ri ­cordava bene: all’inizio, quattro anni fa, a Rimini, Rosanna, al ­lora dodicenne, era sempre sta ­ta molto buona e servizievole, nei loro confronti. In molte oc ­casioni, quando, non so, si trat ­tava di avvertire di qualcosa, stasera andiamo al cinema, alle sette passiamo da Zanarini, l’Adriana mi ha detto di dirti che il campo l’ha fissato per domatti ­na, alle otto, al Grand-Hotel, ec ­cetera, era proprio Rosanna, molto spesso, a far la spola in bicicletta, a mantenere i con ­tatti fra villa e villa, insomma ad aiutare. Ma adesso? Dopo tutto quello che era capitato (fra sorelle ci si parla, in gene ­re: che lui, per quasi un anno, fosse entrato di notte in casa, uscendone prima dell’alba, Ro ­sanna era certo venuta a saper ­lo…), si sarebbe prestata anche adesso, povera ragazza, a tenere mano? A fare da terzo? Anche lei aveva ormai sedici anni. Pe ­rò da un sacco di tempo lui l’aveva persa di vista, chissà se a incontrarla l’avrebbe ricono ­sciuta.

Con l’Adriana, dunque, nel caso che ci fosse stata â— ma a poco a poco, mentre la cor ­riera veniva avvicinandosi ad Abbazia, era sempre più sicuro che ci sarebbe stata â—, con la Adriana sarebbero andati a spas ­so come nei primi tempi, quan ­do, dopo la famosa estate di Rimini, non facevano che battere in bicicletta il Montagnone, la Mura degli Angeli, la campagna appena fuori città, ma poi a un dato punto scendevano di sella, e, prima di sdraiarsi da qual ­che parte nell’erba, camminava ­no una decina di minuti appaia ­ti, mano nella mano, parlando, discutendo, magari un po’ bistic ­ciando. Oppure, perché no?, la sera dopo cena lui l’avrebbe por ­tata in un dancing, a ballare: lei tirandosi dietro la sorella, eventualmente, tanto per coper ­tura. Ma sarebbe infine arrivato il momento che lui l’avrebbe condotta in camera sua: e sa ­rebbe toccato a lei, una volta tanto, venire da lui. Ci sarebbe stato comunque da trovare la camera. La camera, già. Ebbene, in un albergo vero e proprio, niente, non sarebbe stato il caso. Preferibile una camera di pensione. Ancora più indi ­cata una stanza indipendente Una garí§onnière, ecco quel che ci sarebbe voluto: da prendere in affitto per due o tre giorni e senza star lì a badare alla spesa. Un affare del genere ad Abbazia? Pescarlo, certo, non sarebbe stato mica facile! Ad ogni modo lui avrebbe cercato: oltre che ad Abbazia, nella vi ­cina Fiume, porto di mare, cit ­tà di confine. E se anche, per questo, fosse stato costretto a rinviare di qualche giorno il rientro alla base, a saltare qual ­che lezione, poco male. Poteva sempre, a casa, avvertire con un telegramma…

C’era peraltro una immagine, suscitata dalla sua fantasia, che tornava ogni tanto a riempirlo di un paralizzante senso di sfi ­ducia, d’incredulità: la grande immagine biondo-rosea dell’Adriana a letto, nuda, la sua pel ­le liscia e dorata, la sua bocca carnosa da vamp americana, i suoi capelli così chiari da sem ­brare ossigenati al platino, il suo seno, il suo ventre, le sue cosce, il suo odore. Improvvisa ­mente scorato, si diceva allora:

« Possibile? ».

Telefonò quella sera stessa al ­le otto, dalla pensione. Sorpre ­sa, ma calmissima, l’Adriana dis ­se che ben volentieri lo avreb ­be incontrato, però non subito: lei e Rosanna dovevano uscire con certi amici. Sì, a cena e quindi a ballare â— precisò, rispondendo a una sua domanda â—. Ma perché, piuttosto â— aggiunse â— lui non veniva do ­mattina, sulle dieci? Prima, avrebbero fatto il bagno. Poi, sempre lì al Victoria, avrebbero mangiato tutti quanti assieme. Anche la mamma (il papà non c’era: quel sabato, poveretto, sarebbe rimasto a soffrire a Fer ­rara), anche la mamma sarebbe stata molto contenta di rive ­derlo…

Nei due giorni successivi, sa ­bato 30 e domenica 31, con la Adriana non gli riuscì di parla ­re da solo a sola un istante: nemmeno durante il bagno del sabato mattina. La tranquilla disinvoltura di lei, anziché inco ­raggiarlo, lo intimidiva. Lei grande, abbronzata, pacifica, potente: e lui l’esatto opposto: ner ­voso, magro-scheletrico, sbiadito di pelle e non soltanto di pel ­le: un tipo per tanti motivi sgradevole (pessimo nuotatore, fra l’altro!), da piantare quasi subi ­to là, accoccolato nell’acqua a pochi metri dall’asciutto, in ras ­segnata attesa che lei, la vamp americana e ariana, allontana ­tasi a pigre bracciate verso il largo, si degnasse di tornare a terra.

C’era poi stata la colazione nella bella sala da pranzo del vecchio albergo asburgico, pro ­spiciente, di là da una vasta terrazza a livello piena di om ­brelloni multicolori, sul mare azzurro e ventilato: una cola ­zione invasa quasi per intero dalla loquela femminilmente la ­gnosa e ininterrotta della signora Trentini. Già oltre i quaranta, giunonica, eppure bionda dell’i ­dentico biondo dorato della figlia maggiore; con gli stessi occhi azzurri, in lei un po’ sporgenti, bovini; benigna, infinitamente umana e longanime, e contenta soprattutto di farne mostra (sa ­peva? Non sapeva? Ma sì: fi ­guriamoci se anche lei non sa ­peva!): fin dall’inizio la buona signora si era dichiarata più che sicura che la guerra, ritenuta in giro per inevitabile, in realtà non sarebbe scoppiata. Come l’anno scorso all’epoca della Ce ­coslovacchia, anche questa vol ­ta, magari all’ultimissima ora, « noi » saremmo intervenuti a mettere pace fra i contendenti, eccetera eccetera. In fondo la mamma dell’Adriana sosteneva le stesse cose che lui, Bruno, aveva pensato fino a ieri in viag ­gio, fino a poco fa, non impor ­ta se diviso, sempre, fra timore e speranza. E tuttavia che di ­spetto, che strazio, stare adesso ad ascoltarla, guardarla esibire sconciamente dinanzi a lui il suo ottuso, egoistico ottimismo materno, borghese, così tipica ­mente emiliano-agrario e goi! Puah: bisognava contraddirla, so ­stenere che, invece, la guerra sa ­rebbe certamente scoppiata, e che anche « noi », non meno certamente, saremmo stati coin ­volti nell’immenso massacro generale. C’era mancato poco che non litigassero, insomma, lui e la signora Trentini, sia pur badando, entrambi, si capisce, in considerazione dei vicini di tavolo che avrebbero potuto sen ­tire e magari interloquire, a non alzare troppo la voce. Nel men ­tre, tanto l’Adriana quanto Ro ­sanna si erano guardate bene dal mettere bocca. Separate, là, dal ­l’altra parte del tavolo, facendo coppia a sé, non sembravano in ­teressarsi che di Cesarino, il fra ­tello più piccolo. L’una bionda, bella, più bella che mai; l’altra bruna, rimasta bassa di statura, piuttosto insignificante: anche in questa occasione apparivano so ­lidali, congiurate. Non gli da ­vano letteralmente tregua, al fra ­tellino seduto a capotavola, pronte a trattenerlo dal mangia ­re con le mani, a impedirgli di versarsi troppo vino, e via di seguito. Durante i rari intervalli che si concedevano, scambiavano fra loro qualche rapida occhiata d’intesa, qualche smor ­fia, qualche breve frase incom ­prensibile.

Non c’era stato niente altro, in pratica. Come se col bagno e con la colazione in famiglia di sabato 30 avesse considerato esaurito qualsiasi obbligo di ac ­coglienza e di cortesia, d’allora in poi l’Adriana era diventata di colpo irreperibile. A telefo ­nare, tempo e fatica sprecati: all’apparecchio veniva sempre Rosanna, che sulla sorella si li ­mitava a dare informazioni eva ­sive, imbarazzate; e addirittura Cesarino, una volta, il quale, evidentemente ammaestrato, ma ­gari imbeccato a distanza per cenni, riferì che l’Adriana, a letto col mal di testa, non po ­teva essere disturbata: per nes ­suna ragione. Se lui per caso avesse telefonato â— così aveva detto l’Adriana, prima di chiudersi in camera â—, per favore lasciasse il numero, che lei, più tardi, non avrebbe mancato di farsi viva. Non osando riappari ­re al Victoria, l’intera giornata di domenica 31, in sostanza, lui aveva finito col trascorrerla in pensione, steso supino sul letto con le mani intrecciate dietro la nuca e con gli sguardi fissi al soffitto. Ogni tanto ria ­priva il Romancero, che si era portato dietro in valigia. Inu ­tile. Oh, se ne rendeva ben con ­to: l’unica sarebbe stata di usci ­re, d’andare a fare un bagno da solo, e ciao. Ma se poi â— pen ­sava â— l’Adriana lo avesse chia ­mato? Se, magari, gli fosse d’un tratto piombata in camera? Tra pochi giorni, forse tra poche ore sarebbe scoppiata la guerra: or ­mai, più che presentirlo, lui lo sapeva con certezza. E siccome nel baratro della guerra sarebbe finito tutto, tutto: perché smet ­tere già adesso di sperare nell’assurdo â— si diceva â—, e non aspettare un altro poco? Do ­mani, tanto, lui sarebbe ripar ­tito. In ogni caso.

*

Era uscito molto tardi, sola ­mente dopo essersi accorto che nella stanza la luce cominciava a mancare.
In pochi minuti aveva rag ­giunto il viale litoraneo, da cui, le mani appoggiate ad una ba ­laustrata di ferro, alta sulla sco ­gliera, aveva contemplato a lun ­go lo spettacolo per lui nuovo del sole che scendeva, dalla par ­te del mare. L’aria era tiepida, la luce d’un rosso caldo, cupo, l’acqua una seta, nessuna vela all’orizzonte. Un bel piroscafo bianco, con tutte le luci di bor ­do già accese e una elegante scia dietro, stava uscendo maestosa ­mente dal porto di Fiume, sulla sinistra. Si dirigeva verso il ma ­re aperto, a destra, avendo per meta probabile Venezia. Quan ­do ci sarebbe arrivato, a Vene ­zia? Se non doveva fare scalo a Pola, tra qualche ora: cinque, sei. Altrimenti domattina.

Aveva quindi preso a camminare lungo il marciapiede tra la folla dei villeggianti: una folla ancora numerosa, ancora gioio ­sa, ancora ignara. E stava per raggiungere la curva di là dalla quale avrebbe potuto scorgere il paese di Laurana, e, di contro, meglio di quanto non gli riu ­scisse adesso, le isole di Cherso e di Veglia, quando un « Buona sera! », gridato alle spalle da una voce infantile (un grido acuto, seguito dallo strappo sibilante di una frenata di bicicletta), lo ave ­va fatto sussultare e volgere in ­dietro vivamente.
Era Cesarino.

Scuro, prosciugato dal sole e dalla salsedine, magrissimo; in maglietta a righe blu, calzonci ­ni bianchi di cotone e zoccoli: dopo essere scivolato dalla sella in avanti, era rimasto a caval ­cioni del tubo della bicicletta, aggrappato tuttora alle manopo ­le. Ansimava e sogghignava. Nella rossa luce crepuscolare fa ­ceva pensare a uno scugnizzo napoletano in cerca di clienti. A un minuscolo demonio.

« Cerchi l’Adriana? », aveva domandato, passando la punta della lingua sulle labbra strana ­mente violacee, quasi asfittiche.
« Come sta? ».
« Benissimo ».
« Non aveva mal di testa? ».
« Certo », aveva risposto pron ­tamente Cesarino. « Credo però che le fossero venute… â— e ave ­va ammiccato â— …le sue cose. Anche quest’oggi era cattiva co ­me una bestia. Ma domani le sarà passato tutto. Quand’è che parti? ».
« Domani ».

Aveva distolto gli sguardi, li aveva abbassati. Dal manubrio scintillante della bicicletta, una magnifica Bianchi azzurra, nuo ­va, anche se coi parafanghi un po’ scrostati, pendeva qualcosa di rosso. Che cosa?

Aveva allungato una mano per toccare. Si trattava di una bandierina di tela ruvida, a for ­ma di triangolo: una specie di lingua vermiglia, lunga una ven ­tina di centimetri, color sangue. L’aveva spiegata adagio con le dita, fino a quando, al centro di essa, d’un tratto, non aveva ve ­duto apparire un piccolo ine ­quivocabile segno nero: una sva ­stica.

« E questa? », aveva chiesto levando gli occhi e accennando col mento. « Perché ce la tieni, qui? ».
« Oh, niente », era stata la ri ­sposta di Cesarino.

Gli aveva mostrato in un sor ­riso i denti forti e bianchissimi, da cane giovane. Dopodiché, al ­zando la spalla aguzza, aveva soggiunto:

« Così, per bellezza ».

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