di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 3 aprile 1970]
Abidjan, aprile.
In principio ci sono stati i fortini portoghesi sparsi lungo la costa, con le guarnigioni di soldati dalle teste chiuse in elmi di ferro, che oggi pos siamo rivedere, strani e grotte schi, nelle sculture del Benin. Stavano lì a difendere la pri ma prepotenza europea: cianfrusaglie, conterie contro oro, pietre preziose e spezie rare. Ma gli Africani non sapevano che le conterie non valevano niente e l’oro e le pietre pre ziose moltissimo. La loro scala di valori era quella dell’imma ginazione infantile; quella de gli Europei, invece, la scala di valori del profitto mercan tile. Poi nei due secoli susse guenti sono venuti i mercanti di schiavi, vestiti di velluti, di sete, di broccati in brache corte e calze, la spada al fianco; e di nuovo, contro cianfrusaglie e conterie gli Africani hanno fornito qual che cosa di infinitamente pre zioso: i loro fratelli razziati con la complicità e l’autoriz zazione dei loro re da schiavi sti arabi, quindi incatenati, imbarcati, venduti in America come bestiame. Anche questa volta gli Africani « ignorava no » il valore inestimabile del la merce umana che fornivano agli Europei in cambio delle conterie. Ma gli Europei, que sto valore lo conoscevano be nissimo, il cristianesimo glie- l’aveva insegnato per secoli e così far finta d’ignorare, come gli Africani, che un uomo non è una cosa, è stato il grande delitto degli Europei in quei due secoli. Dopo aver venduto in schiavitù una ventina di milioni di persone (il maggior delitto contro l’umanità, prima dei campi di sterminio nazi sti), finita la tratta, è stata la volta, in pieno ottocento, delle cosidette « materie pri me ». Anche questa volta la solita disparità tra l’Europeo che « sa » il valore di ciò che acquista e il non-valore di ciò che fornisce in cambio, e l’ignoranza infantile dell’Africano si è risolta di nuovo in una violenza perpetrata dal primo ai danni del secondo. Il colonialismo ottocentesco in cambio delle materie prime ha dato qualche cosa che lì per lì è stato chiamato « civiltà »: cioè la burocrazia statale, po liziesca, militare, le leggi, il mercato moderno con la do manda e l’offerta, il recluta mento per le guerre europee e cosi via. Eccoci ai giorni nostri. Il colonialismo se ne va: ma viene subito il neo-colonialismo; e il rapporto tra Europei e Africani non cam bia. La violenza rimane, anche se nascosta e sottile. Come chiamarla? Diciamo che è una violenza economica, turistica e culturale.
*
Qualcuno domanderà a que sto punto: ma come avrebbe dovuto essere allora, il rap porto tra Africa e Europa? Rispondiamo: l’Africano non è « diverso » dall’Europeo, non è un « altro ». E’ sem plicemente l’altra faccia del- l’Europeo, il suo complemen to, la sua alternativa. Sfrut tando, schiavizzando, oppri mendo l’Africano, l’Europeo ha in realtà sfruttato, schiavizzato, oppresso l’« altro » se stesso. La sua violenza è stata, in altre parole, una vio lenza suicida esercitata dalla « storia » contro la propria indispensabile e insostituibile « antistoria ». Simbolo di que sto rapporto, potrebbero esse re da una parte gli elmi, le corazze, le sete, i broccati di cui si rivestivano i Portoghe si; dall’altra, la nudità com pleta degli Africani. La « sto ria » si veste e, attraverso il tempo, cambia continuamen te di vestito; l’antistoria è nuda e rimane nuda. La sto ria si veste e cambia di vestito perché ha bisogno, per esistere e svilupparsi, di rifiutare la natura, cioè la nudità: l’antistoria è la natura stessa, cioè la nudità, immo bile e fuori del tempo. La complementarità di queste due situazioni umane non ha bi sogno di essere commenta ta. Riconoscendo nell’Africano non già la propria alter nativa, il proprio complemen to ma una cosa inanimata e insignificante da sfruttare, da vendere, da adoperare, l’Europeo ha mancato la più grande occasione della sua storia, vale a dire: creare una civiltà completa non dissimi le dalle civiltà remote dei suoi inizi. Ha preferito invece svi lupparsi in maniera incom pleta, amputata, parziale, sen za o addirittura contro l’Afri cano. Cioè contro la natura che ha nell’Africa il suo mas simo, più autentico e venera bile monumento.
Ho parlato di violenza eco nomica, turistica e culturale, oggi. L’albergo di Abidjan, capitale della repubblica del la Costa d’Avorio, dove ci troviamo, è un museo incon sapevole di questa nuova vio lenza. Costruito su una col linetta di fronte al porto, es so è semplicemente un grat tacielo di Nuova York, tra sferito tale e quale su questo lembo d’Africa. La prima violenza è nella proporzione. Il gigantismo dell’albergo non è in accordo né con la città, né col Paese; bensì con il gi gantismo degli interessi dell’industria turistica occidenta le, per cui la Costa d’Avorio non è che uno dei tanti mer cati di sole e di esotismo do ve spedire la gente delle « metropoli » (o, come si di ceva ai tempi del coloniali smo classico: delle madrepa trie) a fare le loro vacanze. Siamo così pur sempre allo « stabilimento » coloniale; sol tanto che invece di essere co me quattro secoli or sono una fortezza armata di colubrine di bronzo, è un albergo con centinaia di stanze con l’aria condizionata.
La seconda violenza che si nota nell’albergo è la già summenzionata trasformazio ne della cultura africana in « boutique ». Per le vaste sa le e saloni, per i serpeggianti corridoi, negli immensi atri, tutto ciò che mezzo secolo fa ha costituito una delle mag giori rivoluzioni della cultu ra occidentale, cioè la scoper ta dell’arte negra, tutto ciò che è stato per anni ricerca to, studiato, compreso e as similato da ristretti gruppi di artisti e di critici; appare tra sformato in ornamento cultu rale in serie, insieme falso e fiero della propria falsità. Si tratta di una violenza esteti ca che è anzitutto cecità. In vece di carpire il segreto del le maschere rituali, si è pre ferito fabbricarne degli in grandimenti colossali e ap penderli sulle pareti per fare « colore »; invece di rivivere la magìa dei totem, si è pre ferito adoperarli come colon nine di sostegno per bar e ristoranti esotici; invece di penetrare il mistero delle ful minee sintesi delle statuette di argomento religioso o ero tico, si è preferito farne del le riproduzioni gigantesche e collocarle nel mezzo degli atri, centro di raccolta delle valigie dei viaggiatori appe na arrivati. A questo punto corre l’obbligo di riconoscere che questa decorazione neo africana è spesso divertente ed elegante. Ma tanto peggio. Vuol dire che alla prepoten za consumista hanno collabo rato non soltanto i soliti di vulgatori ma anche artisti, specialisti, esteti.
*
Il terzo aspetto della vio lenza turistica è l’isolamento del villaggio dell’hinterland africano in confronto alla so cievolezza dell’albergo di lus so. Isolamento dovuto a man canza di vie e di mezzi di comunicazione. L’albergo non ha rapporti con l’Africa; ha soltanto rapporti con l’Occidente, di cui è insieme una emanazione e un avamposto. Ci vogliono cinque ore per volare da Parigi all’albergo; ma è spesso impossibile ar rivare a villaggi distanti da Abidjan non più di un centi naio di chilometri. La stret ta rete di rapporti e di co municazioni tra l’albergo di lusso e Roma, Parigi, Londra e Nuova York è la causa, a ben guardare, del nessun rap porto tra l’albergo e il vil laggio.
Ricordo una gita ad uno di questi villaggi così vicini e insieme così poco accessi bili. Siamo andati in macchi na, per una pista rossa e Cruda attraverso la foresta equatoriale in direzione del confine del Ghana. Poi dal l’automobile si è passati ad un motoscafo. Parallele al mare, dietro i lidi di dune e di cespugli marini, si esten dono, in Costa d’Avorio, per centinaia di chilometri nume rose lagune e paludi. Sembra no grandi canali tanto sono dritte, immobili e regolari. Ma la boscaglia arruffata e selvaggia in mezzo alla qua le si stendono, fa capire l’im probabilità di simili gigante sche opere di irrigazione e di raccolta. Si corre in motosca fo per ore e ore senza che il paesaggio cambi minima mente; e questo è un carat tere tipicamente africano: la monotonia o se si preferisce la ripetizione all’infinito di un solo motivo, di un solo particolare. Alla fine, in fon do alla laguna, ecco scintil lare, oltre uno stretto passag gio, tra due alte dune, la spuma libera e sferzante del l’ondata marina. Siamo arri vati alla costa. Qui, su una sponda, ci aspetta una ca panna di lusso su false pala fitte dove più tardi mangere mo, al suono di una radio, cibi cucinati secondo le mi gliori ricette parigine; sull’al tra, un villaggio africano, a quanto sembra, dei più auten tici e intatti. Andiamo a ve dere il villaggio. All’ombra di una selva di alti e sottili palmizi, le capanne, basse e stagionate, danno l’idea di un gruppo di baite alpine. Tutte hanno uno steccato dentro il quale razzolano le galline, si rotolano i maiali e cammina no barcollando bambini ignu di dall’ombelico sporgente; tutte hanno accumulato un mucchio di noci di cocco da vanti alla porta. Il villaggio è deserto perché stanno per arrivare dall’oceano le barche dei pescatori e questo è un grande evento sociale nell’iso lamento quasi completo della piccola comunità. Ecco la spiaggia. Donne vecchi e bambini stanno allineati lun go la risacca; come le lunghe prue delle piroghe spuntano al di sopra delle onde, un’ani mazione ilare ed eccitata si sparge su tutte le facce. Poi le barche scivolano sulla spiaggia, gli uomini ne salta no fuori e le tirano in secco.
*
Allora, mentre la piccola folla si precipita ridendo e gridando verso i pescatori, mi accorgo di un fatto singolare. Siamo tre europei; il villag gio, come ho già accennato, è isolato tra le sue dune, sen za quasi alcuna possibilità di comunicazione con il resto del mondo; e tuttavia quelle donne e quegli uomini, che avrebbero il diritto di considerarci dei completi stranie ri, si adoperano per farci par tecipare alla loro festività. Sorridono, ci indicano le bar che, prendono i pesci e ce li mostrano, vogliono insomma che noi siamo allegri con lo ro. Non posso fare a meno di paragonare quest’accoglien za con quella, del tutto op posta, che ci avrebbero fatto in un’occasione simile gli Indios della Bolivia tra i quali mi sono trovato venti giorni or sono. E comprendo il mo tivo di questa differenza. Gli Indios hanno avuto una sto ria e poi gli Spagnoli gliel’hanno interrotta e distrutta e gli Indios non hanno più dimenticato e tutt’oggi consi derano gli Spagnoli come de gli usurpatori e gli oppongo no una specie di inconscio rifiuto sociale. Ma gli Africa ni, loro, non hanno conosciu to che l’antistoria, cioè la natura. Hanno sofferto in pas sato forse più degli Indios, sfruttati, schiavi, oppressi; ma, al contrario degli Indios, hanno dimenticato e tutt’al più ricordano le tragedie del loro passato come si ricorda no le calamità naturali, senza rancori storici, con una sere nità che, alla fine, è oblio.
Penso queste cose guardan do alla folla vivace e gioiosa intorno le barche da pesca. Il pesce è in terra, alcune donne già raschiano via le squame coi coltelli. Poi sento una piccola mano introdursi a forza nella mia. E’ la mano di un bambino di forse quat tro anni, completamente nudo salvo un filo di perline az zurre che gli cinge la vita e gli passa tra le gambe come un perizoma. Ancora uno che ha dimenticato, che non ser ba rancore, che sta nell’anti- storia. Mi dice sorridendo: « Moi et toi, camarade ».