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LETTERATURA: I MAESTRI: Debenedetti. Curioso ma fedele

17 Settembre 2016

di Sergio Solmi
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 5, gioved√¨ 1 febbraio 1968]

Ho conosciuto Giacomo Debenedetti nel gennaio 1918, a Torino, duran ¬≠te una licenza militare, a una confe ¬≠renza, che egli, giovinetto, teneva al ¬≠la ¬ę Lega Latina ¬Ľ, assieme a Jean Luchaire. Non rammento quale fosse l’argomento della conferenza (cos’√® rimasto in noi, fuor di uno sbiaditis ¬≠simo ricordo, dell’ingenuo interventi ¬≠smo liceale di quegli anni?), ma mi durarono nella memoria la precisione, la forbitezza del dire, che rivelarono a noi press’a poco coetanei, nel futu ¬≠ro autore dei Saggi cr√¨tici, oltre al ¬≠lo scolaro modello, una sorta di en ¬≠fant prodige.

Ci ritrovammo, a guerra finita, sii ¬≠gli stessi banchi universitari (Giaco ¬≠mino si laure√≤ in legge, prima di lau ¬≠rearsi in lettere), ma, fin da quell’epo ¬≠ca. i suoi interessi erano gi√† inequi ¬≠vocabilmente letterari. In quegli anni del primo dopoguerra Torino si stava aprendo a una pienezza di vita intel ¬≠lettuale che contrastava col sostan ¬≠ziale provincialismo dell’epoca prece ¬≠dente, e di cui le nostre adolescenze, che miravano appassionatamente a Fi ¬≠renze o a Parigi, avevano sofferto.

Fu allora, e precisamente nel 1922, che un nostro piccolo gruppo diede vita alla rivistina Primo Tempo, di cui uscirono pochi numeri. Essa, pur essendo sorta in modo autonomo, veniva naturalmente a inquadrarsi nel pi√Ļ vasto movimento cui aveva dato inizialmente vita Piero Gobetti prima con Energie Nove, poi con La rivolu ¬≠zione liberale. Nel nostro ambiente, l’antifascismo fu subito nell’aria, an ¬≠che se non ci riusc√¨ facile trovare la saldatura fra gli interessi letterari e la protesta politica. L’atmosfera era confusa, l’incertezza dei destini per ¬≠sonali si confondeva con quella, neb ¬≠biosa, del destino storico.

Il nostro sodalizio dur√≤ pochi anni, ma coincise col periodo pi√Ļ delica ¬≠to delle nostre formazioni. Poco pi√Ļ tardi la vita ci separ√≤, e la nostra amicizia si limit√≤ a brevi incontri e rapporti epistolari. A poco a poco, gli anni torinesi si isolarono luminosi nel ricordo. Rammento le nostre serate nell’accogliente casa di corso San Maurizio, dove convenivano i collabo ¬≠ratori di Primo Tempo e gli ospiti di passaggio. Lo stesso Debenedetti, nella prefazione alla ristampa dei suoi primi Saggi critici, lasci√≤ scritto:

¬ę Mattini dell’Universit√† di Torino, dei quali posso testimoniare di persona: sotto i portici del cortile, vaporassero le nebbie dell’inverno col loro sapo ¬≠re di seltz o il sole degli aprili o dei maggi levigasse di ceruleo le colonne, o fiammeggiasse quello estivo dei gior ¬≠ni d’esame, chi ora con la macchina del tempo potesse tornare a quei mat ¬≠tini sentirebbe di che cosa si discor ¬≠reva. Croce e Gentile, Gentile e Cro ¬≠ce. il grande duello: e il criterio per molti di noi preponderante consiste ¬≠va nel vedere quale dei concetti in lizza sapesse meglio illuminare le vie dell’arte ¬Ľ. E non solo Croce e Centile, ma anche Bergson, William James, Thibaudet: pi√Ļ che mai allo ¬≠ra. soprattutto a Torino, si respirava un’aria europea.

Rammento altres√¨ di avere assisti ¬≠to all’incontro, determinante, di Gia ¬≠comino con l’opera di Proust: se il ricordo non m’inganna, di averglie ¬≠ne persino anticipato l’affinit√† che egli vi avrebbe riscontrato con se stesso. Incontro destinato in qualche modo a fondere una giovanile disposizione di narratore con la vocazione del cri ¬≠tico. E che mai sono i racconti di Amedeo e altri racconti (di cui il principale, Amedeo, ha rivisto di re ¬≠cente la luce), altro che saggi critici, quella volta ricavati sulle pagine di psicologia fluttuante che offrono le ipotesi anonime della vita ancora in ¬≠forme?

Strano, i due spiriti pi√Ļ affini a Proust che mi sia stato dato d’incon ¬≠trare non sono quelli di romanzieri, bens√¨ di due critici, Spitzer e Debe ¬≠nedetti. Il primo, sul piano formale, sintattico, semanticamente caratteriz ¬≠zante. Il secondo, su quello evocativo, commemorativo, poetico: lo stesso spi ¬≠rito di mondanit√† autobiografica e sto ¬≠rica che aleggia nella Recherche, tro ¬≠va, in Debenedetti, una sorta di equi ¬≠valente critico in quell’alta mondani ¬≠t√† intellettuale che indugia cos√¨ spes ¬≠so in un gioco compiaciuto ed elegan ¬≠te di metafore culturali e di acco ¬≠stamenti fra antiche e nuove pagine, aneddoti e pensieri, spesso fra loro remoti, col medesimo effetto sostenu ¬≠to divagatorio.

Oggi, in cui si compie l’anno dalla morte di Giacomino, mi vien fatto di pensare che avr√† forse inizio il tem ¬≠po di una pi√Ļ esatta valutazione del ¬≠l’opera sua, ai cui scarsi volumi pre ¬≠sto si aggiungeranno, speriamo, inedi ¬≠ti e scritti non ancora raccolti. Se do ¬≠vessi indicarne una qualit√†, che la rende rara e difficilmente comparabi ¬≠le, azzarderei una antica e nobile pa ¬≠rola: fedelt√†. Debenedetti non era una natura polemica. Nelle sue pagine, lo vediamo talora giocare disinvoltamen ¬≠te con le idee, ma sempre con un certo distacco: assunte ogni volta sot ¬≠to quel determinato taglio in cui tut ¬≠te possono mostrarsi vere, come le sfaccettature molteplici di un’unica vaga, cangiante, indeterminata idea.

Curioso di novit√†, lo abbiamo visto spingersi fino all’orlo della neo-avanguardia o fino all’orlo del marxismo: quasi pacata ricerca di nuovi elemen ¬≠ti armoniosi di un quadro. Quanto al comunismo, posso testimoniare di una simpatia giovanile, di carattere tutto ideale, che andava anche al di l√† delle nostre lontane frequentazioni gram ¬≠sciane e gobettiane. Questo gli con ¬≠sentir√†, tanti anni pi√Ļ tardi, di rico ¬≠noscersi comunista, ma in una zona che parve sottrarsi ai travagli, ai ripensamenti, ai casi di coscienza e alle conversioni di cui ci hanno dato esempio tanti intellettuali comunisti dagli anni del dopoguerra in poi, im ¬≠pegnati pi√Ļ di lui nel denso farsi del ¬≠l’accidentalit√† storica e cronachistica.

Questa serena stabilità di prospet ­tive fondamentali era resa possibile, in lui, dalla fedeltà originaria cui ab ­biamo accennato, sempre mantenuta attraverso le mutevoli curiosità. Il suo Croce, trascurato, forse, nella sua co ­struzione sistematica e nelle sue dif ­ficoltà dialettiche, ma assunto a mo ­dello di umanità, di stile e di una idea generale della poesia; il suo Proust, con le singolari affinità di cui si è detto, e su cui ritornò fino agli ultimi tempi; il suo Saba, che probabilmente lo iniziò alla contem ­poranea poesia italiana, prima an ­cora di Ungaretti e di Montale, e che veniva incontro, come Proust, al suo gusto per la psicologia, per le calde, sfumate, ambigue penombre del sen ­timento.

Della ragione delle sue predilezioni critiche, cui rest√≤ fedele per tutta la vita, Debenedetti ci ha lasciato, al so ¬≠lito indirettamente, la chiave in un breve scritto, Critica e autobiografia, dove, a proposito del tardo saggio desanctisiano su Leopardi, dimostra il sottile incidere, nella stessa critica pi√Ļ posatamente obiettiva, di una storia personale. La qualit√† propria del critico Debenedetti sfuggir√† sem ¬≠pre a chi vorr√† inquadrarla nella rigi ¬≠dit√† di sviluppi metodologici di una ipotetica storia della critica italiana contemporanea. La si definirebbe tout court, tanto per la presenza, pur inconfessata, del sottofondo autobio ¬≠grafico, quanto per l’attitudine a svi ¬≠luppare e in qualche modo dramma ¬≠tizzare l’interiorit√† dei suoi autori, la critica di un artista, se non vi fosse sempre cos√¨ presente lo scrupolo di verit√† documentale, testimoniata dai riferimenti e dai legamenti di una cultura amplissima, chiamata di vol ¬≠ta in volta a far convergere le pi√Ļ di ¬≠verse luci sul fatto letterario di cui tratta a quel momento.

La critica di Debenedetti venne una volta, dal Gargiulo, definita ¬ępsicolo ¬≠gica ¬Ľ, e tale, sia pure in un’accezione un po’ particolare, essa rimase, e ci√≤ non solo per quel suo rivivere dall’in ¬≠terno, come abbiamo accennato, la vi ¬≠cenda intima dei suoi protagonisti, ma anche per il suo istintivo sottrarsi al ¬≠le qualificazioni, distinzioni e gradua ¬≠zioni di valore, peraltro essenzial ¬≠mente enunciate o adombrate nella scelta stessa delle opere e degli scrit ¬≠tori. E’ qui che egli pi√Ļ si discosta dall’esempio del pur venerato Croce.

Certo, il lettore pu√≤ talora ramma ¬≠ricare che, nei suoi periodi di appas ¬≠sionata ¬ę critica militante ¬Ľ, egli sem ¬≠bri essersi sprecato su occasioni mi ¬≠nori o minime, laddove un cos√¨ sensi ¬≠bile strumento avrebbe potuto cimentarsi in altre prove all’altezza del ¬≠le sue maggiori. Ma si dimentiche ¬≠rebbe, in tale rimprovero, che per nessuno, come per Debenedetti, la ¬ę cosa letteraria ¬Ľ costitu√¨ una dimen ¬≠sione intera, non solo intellettuale, ma vitale, collettiva corale. Anche a proposito di quelle occasioni minori, egli non mai deflesse dallo scrupolo della verit√† umana e circostanziale, se pur non sempre poetica o lette ¬≠raria. Anche questa larghezza fece parte dei suoi modi, della sua atti ¬≠vit√† di maestro, quale si esplic√≤ non solo nell’insegnamento universitario, ma anche nelle minori occasioni del ¬≠le relazioni e premiazioni letterarie.

Direi che questa intensa, totale, as ¬≠sorbente passione riscatt√≤, in Debe ¬≠nedetti, anche quel lato ¬ę mondano ¬Ľ √Ę‚ÄĒ questa volta di mondanit√† lettera ¬≠ria √Ę‚ÄĒ per cui l’abbiamo gi√† avvicina ¬≠to, sia pure su un diverso piano ana ¬≠logico, al suo Proust. Nel settore pi√Ļ alto della sua azione per la cultura, ri ¬≠mane altres√¨ la sua opera intensa e in ¬≠stancabile di consulente editoriale, in cui pot√® esplicare appieno, in un tem ¬≠po pi√Ļ favorevole, quel compito di apertura di sempre pi√Ļ ampie e ario ¬≠se finestre, sull’Euroa e sul mondo, che era stato uno dei sogni dei nostri antichi anni torinesi.


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