di Sergio Solmi
[da “La fiera letteraria”, numero 5, giovedì 1 febbraio 1968]
Ho conosciuto Giacomo Debenedetti nel gennaio 1918, a Torino, duran te una licenza militare, a una confe renza, che egli, giovinetto, teneva al la « Lega Latina », assieme a Jean Luchaire. Non rammento quale fosse l’argomento della conferenza (cos’è rimasto in noi, fuor di uno sbiaditis simo ricordo, dell’ingenuo interventi smo liceale di quegli anni?), ma mi durarono nella memoria la precisione, la forbitezza del dire, che rivelarono a noi press’a poco coetanei, nel futu ro autore dei Saggi crìtici, oltre al lo scolaro modello, una sorta di en fant prodige.
Ci ritrovammo, a guerra finita, sii gli stessi banchi universitari (Giaco mino si laureò in legge, prima di lau rearsi in lettere), ma, fin da quell’epo ca. i suoi interessi erano già inequi vocabilmente letterari. In quegli anni del primo dopoguerra Torino si stava aprendo a una pienezza di vita intel lettuale che contrastava col sostan ziale provincialismo dell’epoca prece dente, e di cui le nostre adolescenze, che miravano appassionatamente a Fi renze o a Parigi, avevano sofferto.
Fu allora, e precisamente nel 1922, che un nostro piccolo gruppo diede vita alla rivistina Primo Tempo, di cui uscirono pochi numeri. Essa, pur essendo sorta in modo autonomo, veniva naturalmente a inquadrarsi nel più vasto movimento cui aveva dato inizialmente vita Piero Gobetti prima con Energie Nove, poi con La rivolu zione liberale. Nel nostro ambiente, l’antifascismo fu subito nell’aria, an che se non ci riuscì facile trovare la saldatura fra gli interessi letterari e la protesta politica. L’atmosfera era confusa, l’incertezza dei destini per sonali si confondeva con quella, neb biosa, del destino storico.
Il nostro sodalizio durò pochi anni, ma coincise col periodo più delica to delle nostre formazioni. Poco più tardi la vita ci separò, e la nostra amicizia si limitò a brevi incontri e rapporti epistolari. A poco a poco, gli anni torinesi si isolarono luminosi nel ricordo. Rammento le nostre serate nell’accogliente casa di corso San Maurizio, dove convenivano i collabo ratori di Primo Tempo e gli ospiti di passaggio. Lo stesso Debenedetti, nella prefazione alla ristampa dei suoi primi Saggi critici, lasciò scritto:
« Mattini dell’Università di Torino, dei quali posso testimoniare di persona: sotto i portici del cortile, vaporassero le nebbie dell’inverno col loro sapo re di seltz o il sole degli aprili o dei maggi levigasse di ceruleo le colonne, o fiammeggiasse quello estivo dei gior ni d’esame, chi ora con la macchina del tempo potesse tornare a quei mat tini sentirebbe di che cosa si discor reva. Croce e Gentile, Gentile e Cro ce. il grande duello: e il criterio per molti di noi preponderante consiste va nel vedere quale dei concetti in lizza sapesse meglio illuminare le vie dell’arte ». E non solo Croce e Centile, ma anche Bergson, William James, Thibaudet: più che mai allo ra. soprattutto a Torino, si respirava un’aria europea.
Rammento altresì di avere assisti to all’incontro, determinante, di Gia comino con l’opera di Proust: se il ricordo non m’inganna, di averglie ne persino anticipato l’affinità che egli vi avrebbe riscontrato con se stesso. Incontro destinato in qualche modo a fondere una giovanile disposizione di narratore con la vocazione del cri tico. E che mai sono i racconti di Amedeo e altri racconti (di cui il principale, Amedeo, ha rivisto di re cente la luce), altro che saggi critici, quella volta ricavati sulle pagine di psicologia fluttuante che offrono le ipotesi anonime della vita ancora in forme?
Strano, i due spiriti più affini a Proust che mi sia stato dato d’incon trare non sono quelli di romanzieri, bensì di due critici, Spitzer e Debe nedetti. Il primo, sul piano formale, sintattico, semanticamente caratteriz zante. Il secondo, su quello evocativo, commemorativo, poetico: lo stesso spi rito di mondanità autobiografica e sto rica che aleggia nella Recherche, tro va, in Debenedetti, una sorta di equi valente critico in quell’alta mondani tà intellettuale che indugia così spes so in un gioco compiaciuto ed elegan te di metafore culturali e di acco stamenti fra antiche e nuove pagine, aneddoti e pensieri, spesso fra loro remoti, col medesimo effetto sostenu to divagatorio.
Oggi, in cui si compie l’anno dalla morte di Giacomino, mi vien fatto di pensare che avrà forse inizio il tem po di una più esatta valutazione del l’opera sua, ai cui scarsi volumi pre sto si aggiungeranno, speriamo, inedi ti e scritti non ancora raccolti. Se do vessi indicarne una qualità, che la rende rara e difficilmente comparabi le, azzarderei una antica e nobile pa rola: fedeltà. Debenedetti non era una natura polemica. Nelle sue pagine, lo vediamo talora giocare disinvoltamen te con le idee, ma sempre con un certo distacco: assunte ogni volta sot to quel determinato taglio in cui tut te possono mostrarsi vere, come le sfaccettature molteplici di un’unica vaga, cangiante, indeterminata idea.
Curioso di novità, lo abbiamo visto spingersi fino all’orlo della neo-avanguardia o fino all’orlo del marxismo: quasi pacata ricerca di nuovi elemen ti armoniosi di un quadro. Quanto al comunismo, posso testimoniare di una simpatia giovanile, di carattere tutto ideale, che andava anche al di là delle nostre lontane frequentazioni gram sciane e gobettiane. Questo gli con sentirà, tanti anni più tardi, di rico noscersi comunista, ma in una zona che parve sottrarsi ai travagli, ai ripensamenti, ai casi di coscienza e alle conversioni di cui ci hanno dato esempio tanti intellettuali comunisti dagli anni del dopoguerra in poi, im pegnati più di lui nel denso farsi del l’accidentalità storica e cronachistica.
Questa serena stabilità di prospet tive fondamentali era resa possibile, in lui, dalla fedeltà originaria cui ab biamo accennato, sempre mantenuta attraverso le mutevoli curiosità. Il suo Croce, trascurato, forse, nella sua co struzione sistematica e nelle sue dif ficoltà dialettiche, ma assunto a mo dello di umanità, di stile e di una idea generale della poesia; il suo Proust, con le singolari affinità di cui si è detto, e su cui ritornò fino agli ultimi tempi; il suo Saba, che probabilmente lo iniziò alla contem poranea poesia italiana, prima an cora di Ungaretti e di Montale, e che veniva incontro, come Proust, al suo gusto per la psicologia, per le calde, sfumate, ambigue penombre del sen timento.
Della ragione delle sue predilezioni critiche, cui restò fedele per tutta la vita, Debenedetti ci ha lasciato, al so lito indirettamente, la chiave in un breve scritto, Critica e autobiografia, dove, a proposito del tardo saggio desanctisiano su Leopardi, dimostra il sottile incidere, nella stessa critica più posatamente obiettiva, di una storia personale. La qualità propria del critico Debenedetti sfuggirà sem pre a chi vorrà inquadrarla nella rigi dità di sviluppi metodologici di una ipotetica storia della critica italiana contemporanea. La si definirebbe tout court, tanto per la presenza, pur inconfessata, del sottofondo autobio grafico, quanto per l’attitudine a svi luppare e in qualche modo dramma tizzare l’interiorità dei suoi autori, la critica di un artista, se non vi fosse sempre così presente lo scrupolo di verità documentale, testimoniata dai riferimenti e dai legamenti di una cultura amplissima, chiamata di vol ta in volta a far convergere le più di verse luci sul fatto letterario di cui tratta a quel momento.
La critica di Debenedetti venne una volta, dal Gargiulo, definita «psicolo gica », e tale, sia pure in un’accezione un po’ particolare, essa rimase, e ciò non solo per quel suo rivivere dall’in terno, come abbiamo accennato, la vi cenda intima dei suoi protagonisti, ma anche per il suo istintivo sottrarsi al le qualificazioni, distinzioni e gradua zioni di valore, peraltro essenzial mente enunciate o adombrate nella scelta stessa delle opere e degli scrit tori. E’ qui che egli più si discosta dall’esempio del pur venerato Croce.
Certo, il lettore può talora ramma ricare che, nei suoi periodi di appas sionata « critica militante », egli sem bri essersi sprecato su occasioni mi nori o minime, laddove un così sensi bile strumento avrebbe potuto cimentarsi in altre prove all’altezza del le sue maggiori. Ma si dimentiche rebbe, in tale rimprovero, che per nessuno, come per Debenedetti, la « cosa letteraria » costituì una dimen sione intera, non solo intellettuale, ma vitale, collettiva corale. Anche a proposito di quelle occasioni minori, egli non mai deflesse dallo scrupolo della verità umana e circostanziale, se pur non sempre poetica o lette raria. Anche questa larghezza fece parte dei suoi modi, della sua atti vità di maestro, quale si esplicò non solo nell’insegnamento universitario, ma anche nelle minori occasioni del le relazioni e premiazioni letterarie.
Direi che questa intensa, totale, as sorbente passione riscattò, in Debe nedetti, anche quel lato « mondano » â— questa volta di mondanità lettera ria â— per cui l’abbiamo già avvicina to, sia pure su un diverso piano ana logico, al suo Proust. Nel settore più alto della sua azione per la cultura, ri mane altresì la sua opera intensa e in stancabile di consulente editoriale, in cui potè esplicare appieno, in un tem po più favorevole, quel compito di apertura di sempre più ampie e ario se finestre, sull’Euroa e sul mondo, che era stato uno dei sogni dei nostri antichi anni torinesi.