di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, domenica 3 agosto 1969]
L’italiano che in Germania si trovi a parlare coi tede schi, e si lasci contagiare dal la loro cordialità, e anche dalla tendenza che essi han no a festeggiare l’uomo ve nuto dai paesi del sole, ha spesso l’impressione d’essere frainteso. « Sarei quello » si chiede come se si vedesse in uno specchio. E dopo aver pensato che dev’esserci uno sbaglio, o che la lucida su perficie sia deformante, segue il dubbio: « E se davvero avessero ragione a vedermi così? ».
« Mi fa un curioso effet to » dicevo ad alcuni durante il mio viaggio. « Non dico a Parigi o a Madrid, ma anche a Londra o in altri paesi an glosassoni, non mi sento estra neo. Invece, appena giungo nel vostro paese, un salto ae reo da Milano, m’accorgo di essere differente ».
E succede infine, viaggian do fra i tedeschi, di sentirci italiani di là dalle distinzioni regionali che a casa avvertia mo, lo si voglia o no. Quante volte un toscano, aggirandosi nelle stazioni di Genova, di Milano, di Torino, circondato da gente salita dal nostro Mez zogiorno, ha un senso d’estra neità. Come se davvero dif ferisse dalla sua, la vivacità napoletana o risultasse incom prensibile la ieraticità sici liana.
Invece, nelle scorse setti mane, recatomi di domenica a cercare i quotidiani di Mi lano e di Torino che si ven dono in una edicola della Hauptbahnof di Monaco, quando ho scorto la siepe di uomini bruni e ieratici, simili a quelli che il giorno festivo si riuniscono sui sagrati, ho sentito somiglianze profonde, e mi sono mescolato volentieri alla folla di ex-contadini che però della campagna italiana, anzi mediterranea, avevano l’odore ancora acre.
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Eppure, fra i tedeschi, se guitavo ad avere l’idea d’un fraintendimento. « Ah, lei è toscano » dicevano. Mi chie devano se davvero si trovas sero tanti inglesi e americani fra noi, e appena ribattevo che vi s’incontrano pure te deschi illustri nell’editoria o nella musica o nelle ricerche artistiche e che a Firenze esi ste un efficiente istituto ger manico di studi, mi sorride vano però quasi distratti. E’ un fatto: i tedeschi s’attengono ancora allo schema mentale che Goethe seguì nel suo meraviglioso viaggio italiano. Goethe, nell’ ’86, passa le Al pi da solo, con altro nome, tutto preso da un’ansia che dice quanto l’Italia (e l’Ella de del nostro Mezzogiorno) fossero già vive nel suo ani mo. Verona, Vicenza, Venezia lo commuovono. Corre a Roma dove si estasia: poi, a Napoli, e in questa città l’e stasi s’attenua forse per il to no europeo che vi avevano la mondanità e la cultura. Tro vatosi a sedere a un pranzo accanto a Gaetano Filangieri, è certo lieto d’avere un simile interlocutore, ma quasi lo si direbbe deluso. Filangieri è l’Europa moderna a cui lui credeva d’avere voltato spalle. Giunto in Sicilia, scrive: «Non si può capire l’Italia senza essere stati qui dove è la chiave di tutto ». (Riassumo le sue parole, naturalmente).
Il resto dell’Italia non c’è. Non contano il Piemonte,la Lombardiacol suo sviluppo culturale, i Ducati, le Lega zioni. E nemmeno, caso cu rioso, il Granducato di To scana, dove, proprio in que gli anni, un altro tedesco, ve nuto dall’Austria, Pietro Leo poldo di Lorena, scopriva i filoni scientifici non ancora esausti del nostro umanesimo scientifico e letterario insieme. Nemmeno lo sperimentalismo politico d’un principe interes sa. Oggi, quasi si direbbe che l’atteggiamento del viaggiato re tedesco in Italia resti im mutato, benché, negli ultimi secoli il nostro Rinascimento, e in specie quello architetto nico, abbiano ispirato molti mecenati e costruttori.
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« Ah, lei si meraviglia » eb be a dirmi un professore di Stoccarda « quando a Mona co, dov’è il Teatro Nazionale, vede riprodotto, non sulla scena ma nella piazza, palaz zo Pitti e il porticato del l’Ospedale degli Innocenti e, dietro l’angolo,la Loggiadei Lanzi? Siamo noi a meravi gliarci, viaggiando nel suo paese. Tra il Po e l’Arno â— non tutti saltiamo d’un balzo queste regioni – ci succede d’esclamare: guarda il nostro ufficio postale di C., guarda la caserma dei pompieri di L., la stazione ferroviaria di M., il ginnasio che frequentammo a D… ». E il professore rideva, gongolava, con una sofferenza nascosta, come succede ai tedeschi quando criticano se stessi.
« La mattina m’accomodo in mezzo a questo lusso e il lavoro, e qui sta l’essenziale; giacché una mattina senza lavoro vuol dire una giornata infernale ». Lo scriveva Richard Wagner alla signora Ritter, e rivelava una costante tenden za germanica a circondarsi di cose artistiche, e tuttavia co mode, ricavandone una ala crità creativa.
Un esempio di come c’in terpretano l’ho avuto a Mo naco, quando non ho resisti to alla tentazione d’ascoltare il Rigoletto, cantato in italia no da tedeschi, con la giunta d’un tenore spagnolo o sud americano. Giunto in antici po, mi ritrovai a godere nella sala del bel teatro, ricostrui to con qualche giunta di pac chianeria consistente in mar mi e lumiere, il piacere della attesa, circondato da uomini e da donne compiti. L’orche stra già al completo s’eserci tava in accordi che accenna vano ai motivi dell’opera che stava per essere eseguita quel la sera, abbandonandosi poi a capricciose improvvisazioni. A me hanno fatto sempre un certo effetto gli istanti prece denti il buio in sala, il gra duale attenuarsi delle luci, la luminosità persistente fra il legno del palcoscenico e la frangia del sipario, l’applauso improvviso dal quale si capi sce che alcuni attenti spetta tori hanno avvistato il diret tore d’orchestra.
Quella sera, a Monaco, eb bi il piacere di trovarmi fra gente più puntuale di me, e soddisfatta d’esserlo. Ma ecco il drappo di greve velluto si apre, e io constato che non siamo a Mantova bensì in una generica lussuosa Italia. E il disagio crescerà di quadro in quadro, non solo per l’inter pretazione melliflua ma so prattutto per le caratteristi che amalfitane che avevano, per esempio, la casa di Gilda e l’osteria di Sparafucile, la quale addirittura la si sareb be detta costruita su una sco gliera di Capri. Certi vuoti e i tetti piatti, a terrazza, evo cavano il Mediterraneo.
Al disagio visivo, s’aggiun se quello auditivo. La trage dia si stemperava nel bel can to, come se si desse, invece di Verdi, Paisiello o Cimarosa. Il Verdi drammatico che, nei cuori italiani, suscita pro fondi strazi, e sveglia energie sopite, come può succedere ai tedeschi che odano Wagner, stentava a farsi sentire. Solo dopo il « cortigiani, vil razza dannata » la tragedia s’impo se, di là dai propositi di dare un Rigoletto preverdiano. Per fino l’orchestra, che a un pro fano come me sembrava svo gliata, acquistò vigore. Resta no da interpretare non gli ap plausi finali ai bravissimi Ri goletto e Sparafucile ma a Gilda che aveva cesellato, col canto e i modi, la sua parte, facilitando al pubblico soddi sfatto un viaggio nel Mezzogiorno italiano, senza la pianura padana.
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Neanche il turismo ha corretto questo modo di capirci. I tedeschi colti scappano verso sud (meno quelli che si fermano a Firenze) e agogna no alla Grecia. Gli altri, cioè l’esercito dei benestanti in aumento, s’accontentano dei bagni in quella provincia te desca che è ormai la costa romagnola. Lo stesso sviluppo economico italiano ha un li mite in vecchi pregiudizi, in schemi tradizionali, finora u- sati per godersi l’Italia. Il triangolo Milano-Torino-Ge nova ha i suoi estimatori; pe rò resistono il sospetto dell’imbroglio, l’abitudine a tro vare gli italiani divertenti, e la convinzione che siano ama bilmente oziosi, come se sul serio lavorassero solo quelli immigrati in Germania.
E’ probabile che i nuovi in dustriali dell’Italia centrale ex-contadina non abbiano an cora adottato appieno i meto di che regolano i rapporti commerciali dell’Europa del MEC. Però basta il minimo errore e sono critiche. Gli si rimproverano il difetto di pun tualità, le imperfezioni dei prodotti, magari la mancanza di segretarie che sappiano bat tere pulitamente una fattura o una lettera. Ogni sbaglio, ogni goffaggine suscitano una diffidenza che si considera frutto non dell’immaturità ma d’un trucco necessario per poi imbrogliare, appena se ne of fra l’occasione, l’onesto clien te tedesco.
Hanno quasi l’aria di dirci: « E’ vero, costruite buone macchine â— certe addirittura troviamo conveniente venire a comprarle a casa vostra ma chi ha costretto, voi nati nel paradiso terrestre â— che solo noi sapremmo trasformare in una California, in una Florida â— a mettervi a questi cimenti? ». Coscienti o no, in sistono in un pregiudizio: Rossini, perfino Verdi non possono avere il senso del tragico, e quasi non gli si per dona d’averci dato tragedie senza la leziosaggine o la ma gniloquenza preottocentesca, e nello stesso tempo senza quella problematicità esplicita e insistita che invece dovreb bero sempre giustificare, in teatro, la tragicità.