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LETTERATURA: I MAESTRI: Dieci lettere inedite di Giovanni Verga a Dina di Sordevolo

23 Marzo 2012

a cura di Gino Raya
[da “La Fiera Letteraria”, numero 6, giovedì 9 febbraio 1967]

« DINUZZA CARA UN ALTRO BACIO »

 

Catania, 14 febbraio 1904


 

“Voglio che tu mi scriva ogni giorno” dici tu. Ed io ti dico che non desidero di meglio. Eccoti la lettera e tu dammi un bacio, anche col muso lungo, comechessia, purché senta Dinuzza mia!

Sto meglio assai, anzi quasi bene di salute, ma seccatissimo, perché ci ho in casa mio nipote con un’angina. Fortunatamente il medico mi ha assicurato sull’indole della malattia, ed ha escluso la difterite; ma il povero Giovannino ha avuto la febbre altissima stanotte ed io non ho chiuso occhio. Fortuna ch’era uscito per le feste di Carnevale e l’ho in casa, lui e Marco, colla Rina che l’assiste meglio che non sarebbe stato in collegio.

Dunque non sei andata per le nozze a Moncalvo? Io avrei desiderato che tu andassi, perché la gita, se avete bel tempo, ti avrebbe giovato. Cos’è di nuovo questa palpitazione che torna a mostrarsi? Però, senti, il dottore dovresti chiamarlo. Sarà strano nel suo modo di fare, ma ha voluto mostrarti dell’amicizia, e se ricorri a lui non puoi fargli cosa sgradita. Tanto più che hai intenzione di disobbligarti con un regalo equivalente, perché non farlo chiamare? Lo farai? Son contento della tua contentezza al sapere che avrai costì la tua mamma. Cara Dinuzza che hai pensato anche a dare metà della tua pensione per questa giterella che farà tanto piacere anche a lei, poveretta! Un altro bacio vorrei dartelo soltanto per questo! Quanto vorrei dartene, e non lasciarti più! Vuoi che “vendo la casa i fondi e tutto il bataclan” (ch’è poco assai)? E allora cosa si mangia? Non sai che devo aver testa per tutti io?

Rod mi ha mandato la sua commedia con queste sue parole “qu’il serait bien heureux d’avoir mon avis… Et si je pense qu’elle peut ètre traduite avec des chances de succès il s’arrangera bien volontiers avec M.me de Sordevolo après s’ètre mis d’accord avec son collaborateur musical”. Leggo e ti fo sapere. Appena Lopez risponde ti fo sapere pure. A domani, perché adesso, che è quasi il tocco, vado un po’ a dormire. Mi sento la testa vuota e stanca. Potessi sognare di te!

 

  1. tuo

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“Fortuita ch’era uscito”: di collegio. “La Rina”: domestica (come si vede più chiaramente nella lettera seguente), da non confondere con Caterina, sorella di Giovannino e di Marco. “Per le nozze a Moncalvo”: i castellazzi avevano dei parenti nel Monferrato, di nome Manacorda: le nozze riguarderanno qualcuno di costoro.

“Rod mi ha mandato la sua commedia” ecc.: cfr. la lettera allo stesso Rod del 23 gennaio 1904 (pubbl. da Fredi Chiappelli, Firenze, Le Monnier, 1954): “Caro Rod, certamente, mi farete un gran piacere di farmi leggere il dramma che avete tratto dall‘Eau courante (…) Poi, se potete darlo da tradurre alla Contessa di Sordevolo farete cosa gratissima a lei e a me…”.

 

NOTIZIE NON BUONE MA PAZIENZA

 

[Catania, 16 febbraio 1904]

 

Un rigo solo per non lasciarti senza notizie mie; ma purtroppo queste non son buone. A Giovannino, oltre l’angina, s’è sviluppata la scarlattina, e figurati che bella festa! Ho mandato Marco dalla zia, per timore del contagio. Per fortuna il medico dice che il male è d’indole benigna, e non ho nulla a temere se non sopravvengono complicazioni. Spero di no, perché la Rina l’assiste premurosamente e ho presa un’altra infermiera per la notte. Speriamo che tutto vada pel meno male. Domani ti scrivo più a lungo, e ora ti abbraccio e ti mando un bacio per la buona notte. Verga tuo

 

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Il ms. ha “scarlatina” e “contaggio”.

 

“MI PAREVA VEDERE IL TUO VISETTO FINE”

 

Catania, 17 sera [febbraio 1904]

 

Il ragazzo sta meglio, il pericolo di complicazioni è scongiurato, ed io torno a tirare il fiato. Ma ho fatto un bel Carnevale, ti garantisco. Basta, ora parliamo delle cose nostre. Come stai, prima di tutto, e come ti tratta il Carnevale in cui siete ancora costì? Di divertimenti non ne avrai avuti certo troppi, povera Dinuzza, e almeno avresti dovuto fare la follia enorme delle 25 lirette, e andare coi tuoi alle nozze di Moncalvo. Avresti speso un po’ più che per andare a sentire La Strega, ma ti saresti divertita di più â— lo vedo da quel che me ne scrivi, e hai ragione da vendere. Quelli che fanno più stomaco â— è la parola â— sono i signori giornalisti, che leccano e incensano, anche quando c’è da dire il fatto suo. La Reiter, poveretta, è una comica, anzi capocomica, e deve pensare alla bottega, il pubblico è il pubblico, e corre dove lo chiamano col tamburone. Ma quei signori che fanno i ruffiani e battono il tamburone!… Conclusione tutto va al livello dell’arte uso Acpes [?] e F.lli Bocconi, ed è meglio badare ai fichidindia e fare l’ortolano che il commediografo.

Ma mi fa piacere di vedere che la pensi come me, almeno quando tutti gli altri fanno le pecore. Però quando leggevo quelle tue pagine, ripensavo alla sera della Civetta all’Olimpia, se ti rammenti, e mi pareva di vederti, col visetto fine, e la mano che riconobbi per la prima, in un gesto che facevi a tua cognata… Ah, Dinuzza mia, a quante altre cose ripenso! Quante me ne fanno pensare le tue parole, qualche frase che ti sfugge alle volte senza badarci!

Ho letto la commedia che Rod mi ha mandato da leggere, per vedere di combinare con te la traduzione e le recite. A me piace per un senso intimo e sincero di verità e di passione umana ch’è nel lavoro; e mi ha fatto molta impressione e m’ha commosso colla sua semplicità. Ma il pubblico? Io ne dubito assai, e gliel’ho detto. Ad ogni modo si potrebbe vedere, se vuoi? Povero Rod, vedi che proprio non fa quel grand’uomo che credi. Credi anzi sospetti tante cose tu quando hai le lune! E adesso? Hai le lune? Come pensi a me? Giovanni tuo.

 

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“Gliel’ho detto”: in una lettera dello stesso giorno al Rod: “Io non so quale accoglienza potrebbe fare il nostro pubblico che ha ormai fatto il palato al gusto grossolano delle pochades e degli effetti teatrali che gli vengon dalla Francia in gran parte”.

 

“IL MIO POVERO FRATELLO È LEGATO ALLA MOGLIE… »

 

[Catania], Giovedì 18 [febbraio 1904]

 

Cara, cara Dinuzza mia! Mi dai la tua bocca, e mi domandi se voglio? Se voglio! E hai addosso la febbre? Ed io? M’hai un po’ scombussolato anche me adesso… E vuoi sapere da me cosa sia?… cos’è il visino filato filato, e le manine trasparenti, che dicono tante cose… Tante cose mi dicono, anche da lontano… Sai che bisogna aver pazienza… Ti rammenti quando facevo il broncio, e tu facevi a non accorgertene. E patatì, e patatà, e oggi non sto bene io, e domani non stai bene tu… Quanti begli oggi e quanti bei domani abbiamo sciupati, cattiva! Ma non mi far la cattiva adesso, veh! Cara, cara, “la notte ch’è un vero supplizio”! Ora ti diverti a farmela passare a me, la notte col supplizio. Perché è vero che dico bisogna aver pazienza, questa quaresima di passione, ma è dura da rosicare.

Mi dici che non serve a nulla quello che devo far qui e “se devi proprio dirmi il tuo pensiero” non credi assolutamente che io sia fatto per queste faccende. Lo credo anch’io, ma il tuo pensiero ce l’hai proprio sopra quel cappellino che mi piace tanto, se credi che potrei rimediare incaricandone un altro, fosse pure un altro che mi rubasse un pochino. Prima di tutto c’è poco da rubare, perché c’è poco di tutto, e poi… Chi vuoi che faccia? Il mio povero fratello, vedi, anche in quest’occasione della malattia del ragazzo che l’ha messo sottosopra da lontano, è legato a sua moglie. E uomo maritato è uomo scog… dimezzato, insomma. Del resto si vede che la tua testa quadra l’hai proprio sul cappellino quando mi dici che volevo curarti in un modo tutto mio allorché eri malata. Ché il modo tutto mio era il buono. E lo vedi adesso che siamo lontani e non posso curarti come vorrei… tanto!

Cos’è questo regalino che mi prepari? Se hai da spendere quattrini guarda che ti faccio il musone. Dammi il tuo bene, tutto il tuo bene… Dina mia, quanto te ne voglio!

 

Verga.

 

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Ogni qual volta Dina tocca il tasto matrimoniale (qui sotto la forma passionale della “notte supplizio” e la forma pratica del consiglio perché Verga incarichi altri delle faccende che lo legano a Catania), il Verga accentua le sue tenerezze, ma per contrappeso della più ferma avversione al matrimonio; la quale, stavolta, erompe in un grossolano proverbio sull’“uomo maritato”. Anche la frase “il tuo pensiero ce l’hai sopra il cappellino” (che farà irritare Dina: v. n. 16) riflette il continuo duello dei due amanti sulla loro opposta idea del matrimonio.

 

“LA STAGIONE È BELLA ED IO PENSO A TE”

 

[Catania], Domenica [21 febbraio 1904]

 

Come stai? Come hai passato il Carnevalone? Di follie già non ne avrai fatte, ma almeno un po’ di svago l’hai avuto in qualche casa amica? Ti rammenti la gran lite perché non volevo condurti al veglione? Ah! Le belle liti e le belle paci allora che si vedeva tutti i giorni e quasi tutte le ore!

Cos’è questo regalino che mi hai preparato? Proprio tu, colle tue mani? Vedi come son curioso? E tu che regalo vuoi in cambio? Vuoi dirmelo, buona buona? Io ci ho pensato, sai, per la Pasqua; ma se sei proprio buona m’illumini meglio su ciò che potrebbe farti maggiormente piacere. Ä– inutile che tu allunghi il muso, vedi!

Mio nipote sta meglio, e il medico gli ha permesso di cominciare ad alzarsi oggi per un’oretta. Ma è ancora alla cura esclusiva del latte, e ha da stare a casa, in osservazione, per timore della maledetta nefrite.

Qui la stagione ora è bella, e penso a te, penso a te, tanto, che vorrei vederti godere la vita, e godere del tuo godimento. Ahimè, povera e cara amica che ne hai così poco dei godimenti!

Sto lavorando. A presto. Riceverai lo scartafaccio, come tu lo chiami, appena ho finito.

E mi dirai il fatto tuo, tutto il fatto tuo, e vero, senza reticenze e senza timore di dispiacermi. Sai che ho fiducia nella tua testolina, e tengo più di tutto al tuo giudizio. M’avrai scritto oggi? Sei vicina?

 

  1. tuo

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“Si vedeva” sta per ci si vedeva. “Sto lavorando”: al dramma Dal tuo al mio.

 

“STO LAVORANDO PER IL MIO PIACERE”

 

[Catania], 24 febbraio [1904]

 

L’avevo immaginato ch’eri tutta nel trambusto del Carnevale, massime che ci avevi la tua mamma. Sei contenta? Anch’io, di qua mi par di vederti, fra i tuoi nipotini, di cui sei la zia-fata, e hanno ragione. Va là che ti sei divertita anche te a vederli contenti. E la tua mamma anche lei, poveretta. E credi, che tutta questa distrazione ti farà bene, e ne hai bisogno. Non pensare a malinconie, e non metterti a letto.

Io son pure contento di vedere che la burrasca è passata meno peggio di quel che temessi, e che Giovannino comincia ad alzarsi. La denuncia al Municipio non l’abbiamo fatta, ma la quarantena in casa l’abbiamo fatta egualmente, che son due settimane che non vedo Marco e Caterina, entrambi ai rispettivi collegi. Giovannino starà qui sino a Pasqua per tutta la convalescenza che ha bisogno di cure, per evitare il peggio, cure che in collegio non possono pretendersi.

Ho riso leggendo che hai preso cappello perché ti scrivevo che la testolina l’hai appunto sul cappello. Ma come si fa quando ti sento dire che devo lasciare ad altri la cura dei cavoli miei, e relativi fichidindia, e mandare ogni cosa al diavolo. Ad altri, chi? Mio fratello, poveretto, non può, ha già troppo da fare per conto suo. Un procuratore che avevo preso, e pagato â— non ci penso neppure, e sono al caso di revocar la procura â—. Poi, cara Dina mia, tu che mi conosci, e hai visto come vanno le cose a chi, come me, non sa essere degli affari, e battere il tamburone, credi pure che è assai più dignitoso fare l’ortolano e occuparsi dei suoi fichidindia, che correre dietro ai comici e ai signori della così detta stampa. La più gran soddisfazione che io abbia avuto, è quella dell’articolo del Marzocco che ti mandai tempo fa.

Ma lasciamo le melanconie e pensiamo che s’avvicina il tempo di rivederci e stare insieme. Sto lavorando più pel mio piacere, che per lusinga di potermene giovare. Non importa, purché tu mi voglia bene lo stesso. G. tuo

 

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Cfr. n. 14, di cui si mantengono i termini, sia pure in forma più distesa.

 

“QUANTO TI AMO E QUANTO SON FELICE”

 

[Catania], Lunedì 29 [febbraio 1904]

 

Non te ne ho parlato a lungo (del famoso atto ultimo) perché preferisco che tu lo legga per intero, e ne abbia l’impressione esatta e completa. Ma non mi dire che “si direbbe che non è roba tua”. Perché la roba mia è roba tua, e desidero che tu la veda e la giudichi sotto il migliore aspetto. Quanto a “buttarla giù alla carlona”, sai che non lo potrei neanche volendo. Dunque abbi pazienza ancora un po’, e pensa che spero farti contenta.

Rod mi ha mandato da leggere la sua commedia, o dramma, L’Eau courante, che a me piace, come gli ho detto; e se vuoi tradurlo io credo che piacerà anche a te â— quanto al pubblico è un altro par di maniche, e non so che dire, ma si potrebbe tentare a ogni modo, tagliando i cori e qualche altro brano caratteristico, ma pericoloso col gusto attuale del pubblico. Fernette mi sembra un lavoro meno adatto ai nostri giornali, e meno sicuro. A me, in confidenza, piace poco, e mi sembra un lavoro buttato giù in fretta.

Albertini lascialo stare nel suo “Corriere”. Troveremo altrove, e spero di meglio. Come ti dissi è affare mio, non ci pensare; e non impressionartene. Piuttosto dimmi come vanno le tue faccende con tutta confidenza e libertà. Gradisco assai il pensiero del tuo regalino, ma, devo dirtelo, mi dispiace che t’abbia a costare dei soldi… Per me, Dinuzza mia? Dinuzza cara, cara! Quanto ti amo, e quanto son felice quando ti so contenta. La visita della tua mamma t’avrà fatto passare un buon Carnevale. Vorrei abbracciarti anch’io, tanto! tanto! Grazie del “Secolo”, ma ora che il premio non l’hai preso, e s’avvicina l’epoca di rivederci, potresti lasciar stare di buttarci dietro i soldi in bollini. Fammi piuttosto il piacere di farmi spedire dalla farmacia Zambelletti, raccomandati, due fogli della tela antireumatica Alcock’s che costa L. 1,25 il foglio, perché sono stato ripreso dai miei dolori, e due giorni li ho passati in letto.

Dammi la tua bocca adorata! Giov. Tuo

 

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“Albertini”: Luigi Albertini, nel 1900, aveva rifiutato, per il Corriere della Sera, la traduzione della Pace universale del Couperus, eseguita dalla Sordevolo sotto guida del Verga; ma aveva, successivamente, accettato altre traduzioni. Nel primo caso, il Verga lo chiama “quell’asino d’Albertini” (lettera a Dina del 5 maggio 1901); nel secondo, si dichiara “contento” del compenso (lettera del 9 giugno 1903); prevale tuttavia, un po’ in tutti gli accenni, una punta ostile.

 

 

“IL BEL REGALO CHE MI HAI FATTO…”

 

[Catania], giovedì 3 marzo [1904]

 

TÄ– un bacio lungo, lungo, lungo pel bello e caro regalo che m’hai fatto. Mi piacciono tutt’e due, ti rassomigliano, ma in modo così diverso! Quello in piedi a figura intera ha l’aria cattiva dei tuoi giorni di festa, ma mi piace anch’esso nel portafogli, con quello a me più umano e misericordioso. L’aria cattiva è in quel non so che di sardonico che lampeggia negli occhietti e allunga la linea della bocca. Ce l’avevi con me in quel momento? Ma la figuretta è fine ed elegante e tale da ringraziare Iddio un misero mortale come me a cui pensa quella bella signora, sia pure in un cattivo momento. Bada però che questa copia ha sull’occhio una macchiolina bianca, e la voglio cambiata, al mio ritorno, e magari mi prendo la testina fra le mani per cercare dov’è… dov’è… Le borse che tu dici non le ho trovate, neanche colla lente, e d’altronde non me ne importa, colle borse o senza lo sai! lo sai! E poi mi sembra di provare una tenerezza più grande, più sottile, più profonda, quando vedo quella faccetta giù giù, che ha bisogno di appoggiarsi a qualcosa…

Ci hai ancora costì la tua mamma? Come sta e come state con lei? Ä– tanto vero quello che tu dici â— è una gran tristezza il pensare che non sappiamo farci tollerare i nostri difetti che ingrossano e aumentano, invecchiando.

Hai ben ragione di dire al Rod che il suo inutile effort è più facile a collocare di Fernette. Ma egli ti scrisse che non può ancora rien vous en dire. Dunque facciamoci dare piuttosto L’Eau courante, che se Dio ci aiuta può fruttarti di più. Ti restituisco le sue lettere perché tu, com’è più conveniente, gli scriva in proposito rispondendogli.

Perché mi dici che il cap. Fabricini o Fabracini che parte per Torino “non mi darà più ombra?”. Io non lo conosco quasi, l’ho visto una volta sola, e buon viaggio a lui.

Giovannino starà in casa sino a convalescenza finita e ha il ripetitore a casa. Rientrerà in collegio dopo Pasqua e io ritornerò vicino alla Dinuzza. Ma è poi vero che vorrai passare l’estate con me? Ah! Che Dio ti ascolti e ti tenga sempre in questo pensiero e a me vicina. Giov. Tuo

 

 

“DOPO PASQUA PIANTO BARACCA E BURATTINI”

 

Catania, 12 marzo 1904

 

Ti ringrazio dell’Alcock’s ch’è arrivato, ma per fortuna non mi è servito, giacché sto meglio. A ogni modo son tuo debitore; ma come stai? Speravo oggi d’avere due righe tue. Hai delle noie domestiche, e non ti lasciano respirare? Ne ho come il senso e mi pare di vederti, giacché anch’io son seccatissimo da tante faccende noiosissime. Accidenti a loro! Ma come si fa? Oggi son proprio fuori della grazia di Dio. Appena mi raccolgo e riesco a qualcosa che mi contenti â— crac! â— un’altra seccatura. Maledetto sia il bisogno, grande o piccolo che sia. Basta, non voglio seccare anche te. Che fai? Come stai? Che tempo avete costì? Io fo conto di venirmene sino a Genova per mare. Dopo Pasqua pianto baracca e burattini. Ho il diritto di vivere anch’io, perbacco! Leggo gli avvisi del Secolo per vedere se trovo un alloggio che faccia per me. C’è un appartamentino mobiliato in viale Vittoria n. 20 che farebbe al mio caso, mi sembra. Vedremo.

Oh, Dinuzza, fatti vicina, dammi le tue manine, e guardami. Non ti mettere ad agucchiare in un canto imbronciata, come a volte. Vorrei baciarti, tanto. G. tuo

 

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“Per mare”: proposito non mantenuto. Il Verga partì, effettivamente, il 28 aprile, per ferrovia.

 

“PENSA A TE E SERVITI DI QUESTI SOLDI”

 

Catania, 28 marzo [1904]

 

Lo so ch’è cosa difficile trovare un alloggetto come farebbe al caso nostro, e a te poi difficilissima, specialmente, tanto che sono stato sempre combattuto tra il desiderio di prendere quello che a te fosse piaciuto, e il timore di comprometterti o per lo meno di darti delle noie, con queste ricerche noiosissime; lo so per prova. Ti avevo scritto della camera e salotto in via

Meravigli di cui avevo letto l’annunzio nel Corriere per vedere se la località ti andasse, ché del resto scriverò al Praga di occuparsene.

Dunque, riepilogando, se hai trovato quello che farebbe al caso nostro, fissalo addirittura dal 1″ aprile in avanti. In caso diverso avvisami subito, che scrivo al Praga, il quale sarebbe meglio adatto di cercare e ricercare senza pericoli. A ogni modo ti acchiudo qui 100 lire per ogni evento. E il primo evento è che tu mi dica subito se bastano e se posso spedirti il resto per vaglia telegrafico, al bisogno. E al bisogno intendo tuo e mio, Dinuzza mia, tu che non vuoi sentirci mai da quest’orecchio. Amore mio, amore caro, di’, di’, come stiamo a quattrini? E come stiamo colla pigione del tuo quartierino? Prima di tutto pensa a te, e serviti di questi soldi liberamente. Dunque a fra poco. Mi dài il difetto di non precisare la data. Ma come potrei? Lo potresti tu nei miei panni? Ecco quello che posso dirti. Pasqua è il 3 aprile. Nella settimana dopo Pasqua qui si fanno gli affitti pel nuovo anno, e spero averli finiti verso il 7 o l’8 aprile. Al dieci, al più tardi, potrei mettermi in viaggio, se il diavolo non ci mette la coda. Domani aspetto Mario, che è stato ammalato anche lui, e mi aiuterà. M’hai fatto ridere quando mi suggerisci di spaventarlo colla minaccia di prender moglie, lui ch’è così marito! Scrivimi, amore, scrivimi presto. Ora che ne hai poche delle lettere da scrivermi. Me lo dirai a voce tutto quanto, è vero? Io te lo dico qui, senti…

 

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Così termina la quarta facciata del ms.; mancherà qualcosa. Il proposito di “trovare un alloggetto” a Milano non durò molto. La “minaccia di prender moglie”, che sarebbe inutile rivolgere al fratello Mario, discopre il motivo prevalente delle lettere di Dina.

(A cura di Gino Raya)

 


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